​La “macelleria” di Santa Maria Capua Vetere e le sue radici

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​Le affermazioni perentorie non appartengono al mio costume mentale e men che meno a quello etico. Ma questa volta farò un’ eccezione.

Un gruppo di uomini che si accaniscono contro una persona inerme con percosse, o corpi contundenti è un branco di vigliacchi sadici, o di persone afflitte da una grave psicopatologia che devono essere sottoposte a terapie specifiche per impedire loro di nuocere. Chi guarda un’azione cosi ripugnante senza reagire si comporta da vile. E – sia chiaro – non importa chi sia la persona aggredita, anche se si tratta di un criminale assassino, un aguzzino, un torturatore, un criminale di guerra o di un genocida. In una civiltà che si voglia definire tale si seguono le regole della giustizia. Altrimenti le differenze fra il criminale e la vittima si stingono fino a rendersi indistinguibili. Le reazioni di istintiva e incontrollata aggressività di una madre o di un padre che incontrano l’assassino del proprio figlio sono comprensibili, ma non è lecito giustificarle. E non ci può essere nessuna comprensione per il branco che massacra l’inerme o vuole linciarlo.

Ma ancor più grave è quel che emerge dai video di una parte della “macelleria” programmata a freddo e messa in atto da un folto numero di agenti di custodia contro i detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere per “vendetta” – i detenuti avevano inscenato una protesta per timore di contagio da Covid. Ancorché parziali, le immagini trasmesse dalle televisioni, ricavate dalle camere di sorveglianza grazie allo scoop di un giornalista del quotidiano Domani, sono raccapriccianti: pugni, schiaffi, manganellate, calci, umiliazioni. I video hanno provocato, come prevedibile, le reazioni indignate di commentatori, giornalisti, conduttori e politici vari. Ci sono state anche, come di prammatica, espressioni di solidarietà verso le forze di polizia garanti della sicurezza dei cittadini.

I tutori dell’ordine, se non vado errato, giurano fedeltà alla Costituzione Repubblicana, e garantiscono sicurezza ai cittadini nel quadro delle leggi e dei valori inalienabili espressi dalla Carta. Quando un poliziotto, un carabiniere o un agente di custodia si comporta come tale, la solidarietà nei suoi confronti è naturale e doverosa. Ma quando egli viola, oltre ogni ragionevole dubbio, le leggi del codice e quelle basilari dell’umanità, non solo non merita solidarietà bensì merita disprezzo e condanna. Una donna o un uomo che ha titolo a indossare una divisa e a portare armi che lo qualifica come rappresentante dello Stato, dovrebbe comportarsi come un pugile, un karateka o un maestro di arti marziali ed esercitare il massimo controllo sulla propria capacità di ferire, infierire e persino di uccidere. Un essere umano e, a fortiori, un servitore dello Stato dovrebbe sapere e sentire che un detenuto in attesa di giudizio e un condannato sono ristretti in carcere per espiare una pena ma, quale che sia la loro colpa, rimangono esseri umani. L’integrità della loro persona, la loro dignità personale e sociale sono inviolabili. Appartengono a loro e solo a loro. Non sono a disposizione né dell’autorità di polizia, né di quella investigativa, né di quella giudicante, né di quella carceraria. E le guardie delle carceri deve custodire e garantire dignità e integrità.

Non sono un uomo ingenuo e sprovveduto. So quali siano le condizioni del nostro sistema carcerario, quanto siano dure e alienanti, non solo per i detenuti ma anche per le guardie. La Corte Europea dei Diritti ha ripetutamente condannato il nostro Paese per le sue violazioni, le sue carenze e le sue inadempienze. Ma la mediocre classe dirigente dell’Italia, in particolare quella politica, con rarissime eccezioni, non si occupa di questo decisivo problema nel tracciare il confine che separa barbarie da civiltà. E anche una parte non piccola dei nostri concittadini sa essere molto forcaiola quando si tratta dei detenuti che appartengono ai ceti diseredati.

Per tutto ciò dobbiamo tenere a mente il monito che ci viene dal secolo breve e feroce: quando si espungono da un essere umano integrità e dignità lo si trasforma in uno stuck, un pezzo, e risuona l’eco dei vagoni piombati con destinazione sterminio.

L’articolo è pubblicato anche, con differenze esclusivamente formali su il manifesto

Moni Ovadia

Moni Ovadia è un attore, drammaturgo, scrittore e compositore di famiglia ebraica. Tale ascendenza influenza tutta la sua opera, diretta al recupero e alla rielaborazione del patrimonio artistico, letterario, religioso e musicale degli ebrei dell’Europa orientale. Politicamente impegnato nella sinistra è profondamente critico nei confronti della politica ultranazionalista del Governo di Israele e impegnato nella difesa dei diritti della Palestina e dei palestinesi.

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