Le spine di Nichi

image_pdfimage_print

 

Ilva di Taranto

L’Ilva ha prodotto una catastrofe immane, in primo luogo per la città di Taranto e per i suoi abitanti, ma anche per la sinistra (politica e sindacale) nella sua incapacità di superare il produttivismo industrialista (e lavorista) della sua identità novecentesca e di scegliere in presenza di un’ecatombe.  La recente sentenza della Corte d’Assise di Taranto per il processo Ambiente Svenduto mette un punto fermo sul carattere criminale di quel mostruoso complesso. E apre, contemporaneamente, uno squarcio sulla tragedia personale (umana) e politica di Nichi Vendola, una vita vissuta a sinistra, e schiacciato, oggi, dal peso di una vicenda indubbiamente più grande di lui (più grande di tutti, probabilmente), che ci ha gettati, ognuno a modo suo, nella tristezza e nell’afasia. Pubblichiamo per questo due interventi, di due persone che gli sono state (e gli sono tuttora) amiche, e che tuttavia non riescono a cancellare il prezzo che la città di Taranto (i suoi bambini, in primis, i suoi operai, i suoi abitanti tutti) ha pagato per le scelte mancate di una politica che lì ha fallito. Volere la Luna intende, in questo modo, aprire un dibattito, non tanto tra innocentisti e colpevolisti, ma sulle radici profonde di comportamenti e scelte (quelli che in filosofia si chiamano “dilemmi mortali”) che oggi ci chiamano tutti in causa. (La redazione)

 

Nichi due

IL MOMENTO PIU’ DURO*  di Francesca Borri

Hai sentito Nichi?, mi dicono tutti in queste ore. Gli hai scritto?
Mi raccomando, dicono. Che sta così giù.

Nichi è Nichi Vendola. Di cui sono stata portavoce nel 2005. La prima volta che si è candidato alla presidenza della Puglia. E anche se poco dopo la vittoria ero già su un aereo per il Kosovo, a ricominciare la mia vita, Nichi per me resta speciale. Arriviamo a Brindisi, il primo giorno, il primo comizio, in ritardo, con l’auto che si fa largo a stento tra le telecamere, i microfoni, e tutti i suoi sostenitori: e gli squilla il telefono. Guarda il numero, e mi dice: “Oddio, è importante. Rispondi tu?”, mentre squilla anche il mio telefono, intanto: e sul mio è lo staff di D’Alema. No non posso, dico. C’è D’Alema. “Ma questa è la signora Lucia”, mi dice. E chi è?, dico. Mi fa: “Una signora che ogni tanto mi chiama, perché non ha nessuno”. Scende, poi si gira un attimo, e mi fa: “Hai risposto? Che è così sola”.

Nichi è così. Di una bellezza infinita.

E però, no. Non gli ho scritto.

Perché in queste ore, mi spiace, ma la mia solidarietà non è per Nichi, è per Taranto.

L’ho visto da Corrado Formigli. Segnato. E fa male. Ma come giornalista, ho iniziato proprio con un’inchiesta sull’Ilva. Era il 2012. E non ho bisogno di leggere le carte per sapere come è andata. Di molte cose, ho esperienza diretta. Ed è per questo che quando mi hanno detto della condanna dei Riva, e di altri 45 imputati, una condanna a 270 anni di carcere, in tutto, non ho pensato a Nichi, ma a Sandro Marescotti, il fondatore di Peacelink: l’ambientalista che per primo si è battuto contro l’Ilva, e i suoi 210 chili di veleni l’anno per ogni cittadino di Taranto. Fu denunciato per procurato allarme.
In questi anni, dalla sinistra non ha mai avuto la solidarietà di nessuno.
Certo, prima non c’era niente. Prima, l’Ilva si certificava da sola le sue emissioni. E Nichi, invece, ha approvato la legge sulla diossina. E però, intanto, oltre alla legge in sé, conta la sua applicazione – perché poi, non entro nei dettagli, qui, è tutto nell’archivio di Peacelink: ma dai campionamenti in discontinuo alla diluizione delle rilevazioni con l’ossigeno, esistono mille tecniche perché la mano destra tolga quello che la sinistra ha dato. Ma il problema vero è un altro. Il problema vero è che Nichi ha cercato di avere come interlocutori, e di più, come alleati, i Riva. All’epoca già sotto inchiesta. Parlava di stima reciproca. E qualsiasi cosa ora Nichi possa dire, mi spiace: ma insieme a quello che dice, sento quello che diceva al telefono a Girolamo Archinà. Il responsabile Relazioni Istituzionali dell’Ilva. Quello che l’altra sera, in televisione, criticava: e con cui però rideva, e rideva a lungo, di un giornalista a cui era stato strappato via il microfono per una domanda sui morti di tumore.
Nichi dice che quella telefonata non è rilevante. Che è fuori dal processo. Dice che non dice niente. Sbaglia. Dice tutto. Perché il problema vero è che Nichi, come tutta la sinistra, non ha mai avuto mezza idea sul futuro dell’Ilva. E di Taranto.
E anche l’altra sera, su questo non ha risposto.
Dopo quella telefonata, gli dissi di andare a Taranto. Di andare a scusarsi. Il suo principale consigliere disse: Tempo due mesi e sarà tutto dimenticato.

No. Mi spiace. Non sarà mai dimenticato.

Nessuno pretendeva che Nichi risolvesse la questione dell’Ilva. E per quella che è la sua storia, è più che comprensibile che tra l’ambiente e il lavoro Nichi abbia sempre pensato più al lavoro – anche se finirà che l’Ilva non sarà chiusa né dalla magistratura né dalla politica, ma dal mercato, perché produce in perdita: e non avremo difeso né l’ambiente né il lavoro. Ma Nichi è stato votato proprio perché è quello che è: uno diverso dagli altri. E quindi, perché si scegliesse gli interlocutori giusti. Gli alleati giusti.
Perché si scegliesse i Marescotti. Non gli Archinà.

Un giorno Nichi ricorderà questo silenzio. Ricorderà che non gli sono stata vicina, nel momento più duro. Ma nel momento più duro, chi è stato vicino a Taranto?

Questo intervento è stato pubblicato il 7 di giugno sul sito di PeaceLink – Telematica per la pace

 

  Le spine di Nichi 

 

A FRANCESCA BORRI* di Gigi Sullo

 

Cara Francesca, scusa l’irruzione, ma la tua nota su Nichi Vendola (https://www.facebook.com/francescaiaiaborri/posts/237318631526711/) mi ha colpito, perché anche io, vedendo la sua faccia stravolta dopo la condanna per i fatti dell’Ilva, ho provato un disagio quasi fisico.

Vedi, Nichi l’ho conosciuto nei primi anni ottanta, quando lui era una giovane dirigente della Federazione giovanile comunista, che aveva sede di via della Vite, a Roma, e io ero un giovane redattore del manifesto, la cui redazione era pochi metri più in là, in via Tomacelli. E ancora oggi, quando ci si incontra, lui ride e mi fa il gesto di chi punta un fucile, perché in un viaggio in Chiapas, a fine anni novanta, quando ci presentammo mostrando i nostri tesserini di osservatori dei diritti umani e accompagnati da due indigeni zapatisti con il passamontagna alla recinzione di una base che l’esercito messicano aveva creato alle spalle de La Realidad, “capitale” zatatista nella Selva Lacandona, il soldato di guardia, la faccia dipinta come nei film sul Vietnam, ci prese di mira e per fortuna un ufficiale arrivò di corsa, afferrò la canna del fucile d’assalto e l’abbassò.

Perché è successo?, mi sono chiesto quando ho saputo della sentenza sull’Ilva. Mi rispondo che Taranto, l’Ilva, sono diventati il punto di crisi e di passaggio tra una civiltà dell’industria e qualcos’altro che verrà nel prossimo futuro, si spera. Vedi, io nel ’99 mi licenziai dal manifesto, dopo vent’anni, proprio perché gli zapatisti messicani e l’esplosione di Seattle, e in seguito il Forum sociale mondiale e Genova, stavano comunicando che il Novecento era finito. Il secolo della grande industria, intendo, che ha fatto progredire e ha avvelenato il mondo. Che era urgente cambiare strada. E quindi fondammo un giornale, un settimanale chiamato Carta, che in uno dei suoi primissimi numeri pubblicò un reportage di Anna Pizzo (mia compagna e co-fondatrice del periodico) su un bizzarro personaggio tarantino, Marescotti, e sul suo sito, Peacelink. Ma siccome noi eravamo uno dei giornali di quelli che sarebbero stati di lì a poco presi a mazzate, umiliati e torturati (e un ragazzo assassinato, Carlo Giuliani), pochi ci prendevano sul serio. Specie nella sinistra, così impastata di progressismo industriale da giudicare infantili e semmai pericolosi le sollecitazioni e gli allarmi sull’acqua, gli ecosistemi, l’atmosfera, il clima. E sulla necessità di ricostruire dall’autogoverno e dalla comunità il legame sociale che si era creato nelle fabbriche, quello della classe operaia.

Abbiamo rimbalzato su questo muro di gomma per anni, perché sì, la terra, l’acqua sono importanti, ma si trattava, ad occhi di sinistra, di qualcosa di ulteriore, e casomai le crisi ambientali si sarebbero risolte grazie alla tecnica. Potrei dire una fede cieca nella “scienza”, la stessa per cui l’Ilva cesserà di avvelenare la gente quando finalmente l’elettricità sostituirà il carbone. Il fattore decisivo sono i “posti di lavoro”, e la “crescita”, e il prodotto interno lordo, insomma tutto il macchinario capitalista. Dove il punto è la “redistribuzione”, e cioè quanto dei profitti va agli industriali e quanto ai salariati. Lì è la vera lotta. E quando noi, insieme a movimenti e intellettuali di tutto il mondo, replicavamo con la “decrescita”, venivamo semplicemente sbeffeggiati.

Ed è tuttora così. Il Fatto quotidiano, nel dare notizia che un bel pezzo di “società civile” (espressione tanto gramsciana quanto adoperata dagli zapatisti) ha denunciato il governo per inadempienza, fa saper che la percentuale di denaro riservato alla transizione ecologica, in Italia, è enormemente più bassa che in Germania o Francia. Ma il ministro della transizione ecologica, appunto, dà via libera alle trivellazioni in mare e dice che il gas è necessario per abbassare le emissioni (e Pierluigi Bersani, quand’era ministro, voleva approvare i rigassificatori, stazioni marine per scaricare il gas liquido, distruggendo il mare). E il ministro delle infrastrutture, già patrocinatore dello “sviluppo compatibile”, punta tutto sull’alta velocità (e se non ricordo male lo stesso Vendola, da presidente pugliese, chiese una linea AV tra Napoli e Bari) e ha perfino resuscitato il cadavere impagliato del Ponte sullo Stretto. E le nuove assunzioni per i comuni, in Italia 8 mila, sono in tutto mille.
Ecco il punto. La sinistra politica quasi non esiste più, ma il sindacato, che avrebbe la forza di farsi sentire, si agita per conservare i “posti di lavoro” come sono, compresi quelli dell’Ilva, purché si produca non importa cosa. Quando un vero piano di risanamento ambientale produrrebbe una quantità di lavori enorme, a volerli finanziare, come una radicale bonifica dell’Ilva, per esempio (ma l’elenco è infinito, dalle cinquemila frane che pendono sulle nostre case al ritorno un mani pubbliche dell’acqua, come disponeva un referendum popolare, e come richiede il mare, invaso di bottiglie di plastica di acqua “minerale”, eccetera).
Io non so se Nichi, diventando presidente, sia stato “corrotto” (culturalmente, aveva torto Andreotti a dire che “il potere logora chi non ce l’ha”), o lusingato di dare del tu a industriali, politici potenti e così via. Forse, anche. Ma soprattutto non ha voluto, o saputo, o avuto la forza o immaginato di andare oltre lo schema industria uguale progresso uguale benessere uguale posti di lavoro. E sì che il Guardian di Londra proprio oggi ha per titolo principale la circostanza per cui il disastro climatico è diventato un disastro per l’industra manifatturiera, e non solo perché ci sono milioni di Marescotti o di Riondino e di tarantini che schiamazzano, ma proprio perché le premesse necessarie alla produzione, cioè l’ambiente, si stanno rivoltando in mille modi a uno sfruttamento vandalico e letale.

E’ questa connessione che bisognerebbe rompere. Ma i miei coetanei variamente di sinistra e comunisti tendono ad afferrarsi al passato, ai ricordi e alla nostalgia, quando dai treni che partivano per il fronte, in Spagna, a centinaia salutavano con il pugno chiuso (e anche a me viene una lacrima quando rivedo quelle scene). E i ragazzi, quelli di Fridays for future o di Black Lives Matter, o le comunità che resistono alle grandi opere, non riescono, per lo meno in Italia, a diventare quel che dovrebbero essere, una forza di pressione tanto potente da far vacillare il banchiere che abbiamo come presidente del consiglio e tutta la corte di politici sfacciati, ignoranti e meschini, per i quali la questione decisiva è quando riapriranno le discoteche. Perciò sono sfiduciato, penso confusamente che saranno i fatti a dettare regole nuove, quando in mare si pescheranno solo pezzi di plastica o saremo costretti, nelle città, a camminare non con la mascherina (e il Covid come tutti sanno è una conseguenza della distruzione degli ecostistemi) ma con la maschera antigas. E come dice Amador Fernandez Savater, filosofo spagnolo che viene dagli Indignados, “otro fin del mundo es posible“.

Scusa la lunghezza, ma è colpa tua: la tua nota su Nichi è uno choc, a non avere la pelle troppo dura.

*Pubblicato su Facebook il 7 giugno

 

Nichi e Taranto

Immagine tratta dalla rivista “Micromega” sulle cui pagine è stato pubblicato il 4 giugno un severo intervento di Michele Riondino dal titolo “Vendola colpevole perché debole con i più forti”

Pierluigi Sullo

Pierluigi Sullo, giornalista dal 1974, prima con il “Quotidiano dei lavoratori”; dal 1977 e per 22 anni a “il manifesto” (di cui è stato vicedirettore durante la direzione di Luigi Pintor); dal 1999 e per dodici anni direttore del settimanale “Carta”, di cui è stato co-fondatore. Ha pubblicato diversi libri, tra i quali "Postfuturo", saggio sulla crisi della modernità, il libro collettivo "Calendario della fine del mondo" (2011) e il romanzo "La rivoluzione dei piccoli pianeti" (2018).

Vedi tutti i post di Pierluigi Sullo

5 Comments on “Le spine di Nichi”

  1. Io però, in più di trent’anni di militanza, questa sinistra di cui parla Sullo, tutta volta al passato, cieca di fronte alle sfide del presente, appiattita sulla difesa dei posti di lavoro purchessia, non l’ho mai vista. Al contrario, ho sempre fatto parte di una sinistra capace di stare in tutte le mobilitazioni cogliendo il nesso tra locale e globale, tra difesa dell’ambiente e del lavoro. Fino a che, appunto intorno al 2005-2006, una parte di questa sinistra, tra cui Vendola, scelse di provare ad andare al governo insieme a forze che rappresentavano interessi diametralmente opposti, sia all’ambiente che ai lavoratori, e il risultato è quello che si è visto, ma il problema non è una presunta arretratezza culturale della sinistra, ma che se vuoi governare insieme ai rappresentanti dei padroni devi accettare di fare appunto gli interessi dei padroni, tuttalpiù ammantandoli di belle parole.

  2. Alle mobilitazioni partecipavano quelli senza poltrona , che di quelle manifestazioni si nutrivano per averne una più nuova.

  3. “Nichi è così. Di una bellezza infinita. E però, no. Non gli ho scritto. Perché in queste ore, mi spiace, ma la mia solidarietà non è per Nichi, è per Taranto.”
    C’è qualcosa che non mi torna in questa frase ed è il mescolare piani diversi. Dire che Vendola è (si noti il tempo presente) una persona di una bellezza infinita implica quantomeno riconoscergli la buona fede negli errori che ha commesso. E che ne abbia commessi non c’è dubbio: nessuno di noi pugliesi che in lui hanno creduto può dimenticare la telefonata con Archinà, non perché abbia qualcosa di penalmente rilevante, ma perché dimostra una familiarità con il potere economico e uno sprezzo inatteso nei confronti di un giornalista colpevole solo di aver fatto il suo mestiere che ridimensiona enormemente la sua presunta “diversità”. Quella telefonata è stata per me una grossissima delusione e politicamente gliela rimprovererò sempre. Ma anche dal punto di vista politico questo non mi impedisce di riconoscere la ventata di novità che Vendola ha rappressentato per la mia regione, la sua capacità di suscitare entusiasmo e mobilitare energie, né le cose buone che ha fatto per altro riconosciute dalla stessa giornalista. “Prima non c’era niente” dice. E dopo? Cosa c’è stato dopo? Cosa c’è adesso? Perché se la sinistra tutta non ha mezza idea di cosa fare con l’Ilva la responsabilità di certo non può essere attribuita solo a Vendola. E comunque trovo infinitamente triste scegliere “il momento più duro” per rinfacciarglielo: semmai bisognava farlo prima quand’era all’apice del suo percorso. E in ogni caso tutto questo non ha nulla a che vedere con una condanna penale, a proposito della quale la giornalista non dice una parola. Anche per questo che non mi piace il discorso di Francesca Borri: non conosco personalmente Vendola e non so se sia umanamente bello o brutto ma di certo trovo umanamente bruttissima la chiusa demagogica del suo articolo.

  4. Mi dispiace sia per Nichi ma soprattutto per Sandro Marescotti. Soprattutto per lui perché non siamo stati capaci di integrarlo in una sinistra un po’ meno industrialista ma un po’ più attenta come lui era ed è tutt’ora in più per l’ambiente che per la salute umana. Preoccupata per quanto un sistema industrialista potesse produrre in termini di guasti sia ambientali che per la salute umana.

  5. … letti tutti di un fiato gli scritti di Francesca, Pierluigi e Michele Riondino, più i commenti finora pubblicati, mostrano tutto lo smarrimento nel quale ci troviamo e da cui è molto difficile venirne fuori, d’altronde appena una settimana fa a Torino alle primarie del centro sinistra la prima cosa che i quattro candidati hanno tenuto a precisare era di essere favorevoli alla TAV . Non serve smarcarsi per salvarsi, serve riflettere sulle politiche sostenute negli ultimi trent’anni.
    beppe amato

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.