Giudici e pubblici ministeri: è una questione di cultura

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Ci risiamo: il Partito Radicale transpartito transnazionale, l’Unione delle Camere penali e, novità assoluta, la Lega hanno lanciato una nuova campagna referendaria sulla giustizia. Non sono ancora noti i quesiti che verranno proposti. Alcuni temi mi paiono certamente condivisibili, tra tutti quello sull’ergastolo ostativo (https://volerelaluna.it/commenti/2021/05/17/ergastolo-ostativo-mafie-e-luoghi-comuni/). Ma di uno mi preme parlare, perché sono più di vent’anni che se ne parla come della panacea per ogni male della giustizia: la separazione delle carriere.

Il problema della separazione delle carriere deve essere visto in maniera assolutamente laica, cercando di trovare soluzioni che evitino alcune inaccettabili commistioni tra giudice e pubblico ministero, ma credo che le norme attualmente vigenti, che impediscono o rendono, comunque, estremamente difficile il passaggio da una funzione all’altra, abbiano già, perlomeno in buona parte, ovviato ai principali inconvenienti. Il restante problema di possibile commistione tra giudicante e requirente non mi pare tanto fondato sulla appartenenza allo stesso ordine, ma piuttosto determinato da ragioni di maggiore conoscenza e amicizia  personale tra i magistrati, a volte da mancanza di impegno e da sottovalutazione del ruolo dell’avvocato, visto sovente come un intralcio al funzionamento del processo, il che porta, ad esempio, il giudice a ricopiare integralmente nei propri provvedimenti le richieste del pubblico ministero. Si tratta, dunque, in prima battuta e senza voler essere eccessivamente superficiali, di questioni di natura personale che potrebbero essere risolte con un maggior impegno del giudicante a rispettare e applicare la propria autonomia nei confronti sia del pubblico ministero che dell’avvocato.

Il principale timore che mi porta a essere contrario alla separazione delle carriere è che essa possa rappresentare un ulteriore tassello che andrebbe a incidere sull’indipendenza della magistratura e, conseguentemente, sulla tutela dei diritti dei cittadini. Essa andrebbe ad aggiungersi, oltre che alla delegittimazione della magistratura, alla richiesta di rottura del principio di obbligatorietà dell’azione penale, fulcro e base dell’uguaglianza dei cittadini. E allora, mi sembra estremamente pericoloso contribuire ulteriormente all’opera di normalizzazione e limitazione dell’autonomia della magistratura attraverso una modifica costituzionale che, istituendo una doppia carriera e un doppio Consiglio superiore (partendo addirittura, al fine di aggirare la necessità della riforma costituzionale, da un doppio concorso, come è stato ipotizzato recentemente), rischia di far dipendere il pubblico ministero dal potere esecutivo. In ogni caso, un simile pubblico ministero resterebbe ancora più lontano da quella cultura della giurisdizione che dovrebbe accomunare magistratura e avvocatura; nascerebbe una autonoma cultura dell’indagine e dunque dell’accusa fondata su principi ed elementi non necessariamente coincidenti con quelli sino ad oggi seguiti, anche se in maniera non soddisfacente.

E in che cosa, poi, la separazione delle carriere risolverebbe i problemi della giustizia?

Si sostiene che la comunanza di carriera e logistica porterebbe come conseguenza un asservimento dei giudici allo strapotere dei pubblici ministeri, mediaticamente molto più forti. Ma ciò sarebbe impedito se le carriere fossero due e, magari, i palazzi sede di giudici e pubblici ministeri fossero separati? Non ci sarebbe, piuttosto, un’ulteriore sovraesposizione mediatica dei pubblici ministeri, non più intralciati da regole deontologiche (già oggi sovente violate), che finirebbe per pesare, anche a livello inconscio, sui giudici, premuti da un’opinione pubblica condizionata dai pubblici ministeri? E una separazione, anche logistica, del pubblico ministero dal giudice non finirebbe per incidere sulla parità delle parti nel processo (parità a cui, invero, non ho mai creduto, ritenendola, in realtà, una fictio juris)? Immaginiamo un palazzo del pubblico ministero e un palazzo di giustizia per i giudici: allora, perché non un palazzo per le difese?

Ciò che deve essere garantito è che tutti i magistrati e, aggiungo, gli avvocati, partano da un comune terreno di “gioco”, una condivisa visione della giurisdizione. In questo impianto, poi, occorre creare un rigido e serio controllo da parte della magistratura giudicante sull’operato del pubblico ministero. Questo controllo è sovente mancato in questi anni, ma certo non è la separazione delle carriere che lo renderebbe più agevole. Servirebbe, invece, un senso di responsabilità e di vera indipendenza di ogni magistrato, oggi spesso mancante.

Un noto penalista, Astolfo Di Amato, ha sostenuto, sulle colonne del Riformista, che il condizionamento dell’accusa sulle giurisdizioni, anche su quelle superiori, è enorme, onde il problema non sarebbe quello di «tenere il pubblico ministero immerso nella cultura della giurisdizione affinché si autolimiti. Occorre, viceversa, creare le condizioni affinché la giurisdizione costituisca un momento di controllo rigoroso e non condizionabile delle attività del pubblico ministero. Ed ecco perché serve la separazione delle carriere». Se la premessa è giusta, certo non lo è il modo per raggiungere l’obiettivo: il rigoroso controllo dell’attività del pubblico ministero ben può, e anzi deve, essere perseguito, ma ciò è perfettamente compatibile con l’attuale sistema di separazione delle funzioni. Occorrerebbe, invece, una profonda rifondazione della magistratura, correggendo l’attuale cultura di molti pubblici ministeri (che spesso si muovono al fine di acquisire notorietà mediatica e consenso sociale) e rafforzando nei giudici la piena autonomia non solo dai pubblici ministeri (e dagli avvocati, nei rari casi in cui ciò potrebbe succedere!) ma anche dalla stampa e dall’opinione pubblica.

Certo, l’attuale crisi della magistratura non aiuta il rapporto con il cittadino che, quindi, è portato a giudicare positivo qualsiasi cambiamento che  gli viene prospettato come risolutivo o quanto meno migliorativo dell’attuale situazione.

In definitiva, battiamoci per un rinnovamento della giustizia, ma senza intaccare i suoi principi cardine, tra i quali l’obbligatorietà dell’azione penale e l’indipendenza e l’autonomia della magistratura tutta, che certamente potrebbero essere messe a rischio dalla separazione delle carriere.

Roberto Lamacchia

Roberto Lamacchia, avvocato in Torino, è presidente dell’Associazione nazionale Giuristi democratici

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