Il consumo di carne tra emergenza e pandemie

image_pdfimage_print

Carne: il cibo che divora il Pianeta

Le crisi climatica e sanitaria che il nostro Pianeta e le nostre società stanno vivendo ci deve spingere a ripensare il nostro modello di sviluppo e il nostro rapporto con l’ambiente e gli animali. Il Covid-19 viene dagli animali ma non è l’unico. Negli ultimi 50 anni sono drammaticamente incrementate le epidemie legate al nostro rapporto con gli animali e l’ambiente. Sottraiamo spazio agli animali selvatici e così entriamo in contatto con i loro virus, confiniamo 8 miliardi di animali in allevamenti intensivi, veri e propri incubatoi di malattie animali, pronte a fare “spillover” verso l’uomo. Per nutrire questi animali consumiamo miliardi di litri di acqua, che non abbiamo, e inquiniamo con i loro liquami e le loro emissioni, rendendo nociva la nostra acqua e tossica la nostra aria. Solo in Italia, ogni anno gli allevamenti intensivi rilasciano oltre 40 milioni di tonnellate di Co2 e svariate centinaia di tonnellate di anidride solforosa, ammoniaca e ossidi di azoto, sostanze con un potere climalterante enorme. Ciò che l’emergenza Covid-19 non ci ha ancora insegnato è che dobbiamo ripensare il nostro rapporto con gli animali e di conseguenza con il cibo. Le nostre risorse naturali, l’aria che noi e i nostri figli respiriamo, il nostro pianeta non possono più basare il loro sviluppo sulle proteine animali. Se vogliamo parlare di transizione ecologica, dobbiamo includere la transizione alimentare dalle proteine animali alle proteine vegetali. Abbiamo di fronte la sfida planetaria di trasformare tanti sistemi alimentari basati su sistemi industriali, gusti e culture e spesso tradizioni, in un sistema che permetta di nutrire il mondo tra 10 anni e una popolazione di 8,6 miliardi di persone.

La posizione degli organismi internazionali

A quattordici anni dalla pubblicazione del Rapporto FAO Livestock’s Long Shadow: Environmental Issues and Option – in cui si denunciava per la prima volta a livello di istituzioni internazionali l’enorme impatto della zootecnia sull’ambiente – la situazione è tutt’altro che migliorata e si sono intensificati gli appelli e gli avvertimenti ad agire prima che sia troppo tardi, per tutti.

Nel 2019, con il rapporto Global Warming of 1.5, l’Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC), ha indicato come necessari, per tamponare i danni incalcolabili previsti, la riduzione del 45% delle emissioni globali di anidride carbonica entro il 2030, rispetto ai livelli del 2010, e l’azzeramento delle emissioni nette entro il 2050, e ha riconosciuto il passaggio a comportamenti alimentari con una minore percentuale di alimenti di origine animale come fase cruciale per il raggiungimento dell’obiettivo – stabilito dall’ Accordo di Parigi – di non superare gli 1.5°C di aumento della temperatura terrestre.

La domanda globale, che vedrà nel 2050 un incremento del 70% del consumo di carne e latticini rispetto al 2010, secondo il World Resource Institute (WRI) sarà in grado di creare situazioni esplosive dal punto di vista sanitario. L’aumento della domanda di proteine di origine animale e la zootecnia sempre più intensiva sono anche i primi 2 dei 7 fattori identificati nel Rapporto Preventing Future Zoonotic Disease a cura del Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) come cause del grande pericolo di diffusione di patologie gravi e trasmissibili. Il Workshop Report on Biodiversity and Pandemics, sui legami fra degrado della natura e rischi crescenti di pandemia, diffuso recentemente dall’IPBES (Intergovernmental Platform On Biodiversity and Ecosystem Services) suona un’ulteriore sirena d’allarme anche sull’aspetto economico: gli studiosi stimano che i costi di prevenzione delle pandemie saranno 100 volte inferiori al costo di risposta alle pandemie stesse.

#Carissima carne

Il ciclo di produzione e il consumo di carne, latte e uova generano danni ambientali e sanitari i cui costi – cioè le esternalità – non sono compresi nel prezzo che i cittadini pagano alla cassa del supermercato e vengono pagati indirettamente da ogni singolo, indipendentemente dal suo consumo di carne effettivo.
Per dare una reale dimensione economica a questi danni e ottenere per la prima volta uno specifico riferimento al contesto italiano, LAV ha affidato una ricerca di ampia portata a Demetra, Società di consulenza sulla sostenibilità. Lo studio, scaricabile qui, si è concentrato sulle carni più consumate (bovina, suina e avicola), non certo per trascurare gli altri milioni di animali “da reddito” allevati nel nostro Paese, ma per la necessità scientifica di circoscrivere il sistema analizzato e ottenere un rigoroso repertorio di dati. La ricerca ha stimato il costo ambientale tramite l’analisi del ciclo di vita (Life Cycle Assessment – LCA) del consumo di carne, che ha convertito le emissioni generate in tutte le fasi del prodotto (allevamento, macellazione, lavorazione, distribuzione e consumo) in costi economici per la società. Il costo sanitario è stato invece valutato trasformando i potenziali anni di vita persi (definiti nella letteratura scientifica Disability Adjusted Life Years – DALY) a causa del consumo di carne nel valore economico che viene in media attribuito a un anno di vita.

I numeri emersi sono allarmanti. In un anno sulla collettività gravano ben 36,6 miliardi di euro di costi “nascosti” generati dal consumo di carne. Una cifra esorbitante, se pensiamo che è calcolata per difetto, senza tener conto di tutte le carni, né di tutte le patologie potenzialmente associabili al loro consumo.[1]

Considerando gli impatti ambientali e sanitari, 100 grammi di pollo corrispondono a un danno economico per la collettività di 50 centesimi, 100 grammi di maiale corrispondono a 1 euro, mentre sia i salumi (suino lavorato) che il bovino giungono a 1,90 euro di costi non compresi nel prezzo di acquisto. In altre parole, un kg di bovino dovrebbe costare in media 19 euro in più rispetto al prezzo attuale. Un altro esempio: il ciclo di vita (che per noi animalisti è un ciclo di morte) di 1 chilogrammo di carne di bovino genera un impatto sull’ambiente riassumibile in un costo per la società di 13,5 euro, mentre 1 kg di maiale, a seconda della lavorazione, varia tra i 4,9 e i 5,1 euro e il pollo si attesta sui 4,7 euro al kg.

In confronto, la produzione di 1 chilo di legumi costa alla società in termini di impatti ambientali circa 50 centesimi di euro.

Per quanto riguarda gli aspetti sanitari, ricavati sulla base delle curve di rischio relativo in funzione del consumo giornaliero di carne per consumatore di carne medio italiano per carcinoma al colon-retto, diabete di tipo 2, ictus e calcolati in DALY, si è stimato che circa 350.000 anni di vita (che comprendono la morte prematura e i periodi trascorsi con patologie) vengano persi ogni anno in Italia a causa del consumo di carne, con una ricaduta su tutta la società, in termini di spesa sanitaria e di mancata produttività.

Considerando un valore medio europeo di 55.000 euro per anno di vita perso in salute e ripartendo la spesa tra i quantitativi di carne consumata, il consumo di 100 grammi di carne rossa costa alla collettività 54 centesimi di euro e il consumo di 100 grammi di salumi 1,40 euro. Questi costi rappresentano delle esternalità che l’industria zootecnica trasferisce al Paese e alle sue risorse e che la collettività pagherà in danni ambientali, climatici e sanitari oltre che in gravi forme di trattamento degli animali.

Ripensare i sussidi alla zootecnia

Gli impatti di “produzione” della carne pesano sul Pianeta, sulla salute collettiva e sull’economia con i cospicui aiuti e sussidi alla filiera zootecnica (ad esempio, solo fra marzo e maggio 2020 sono stati resi spendibili 14,5 milioni di euro per i comparti suini, ovini e bufalini oltre ai 100 milioni di euro del Decreto-Legge “Cura Italia” al comparto allevamenti e pesca). Tramite la Politica Agricola Comunitaria (PAC) nel 2019 sono stati, un altro esempio, destinati premi per le vacche da latte per 71.300.487 euro, per le vacche nutrici (zootecnia da carne) per 38.710.322 euro e 63.566.423 euro per i bovini macellati. In Europa la PAC sostiene questo sistema con oltre 400 miliardi di euro ogni anno. Da non dimenticare, inoltre, gli aiuti devoluti per le patinate campagne pubblicitarie di carne o altri prodotti proposti come provenienti da animali che vivono in irreali scenari idilliaci. Paghiamo miliardi di euro per divorare le nostre risorse, il nostro ambiente e minare la nostra salute. Le istituzioni europee e i governi nazionali con il nuovo Green New Deal non possono continuare a sostenere questi sistemi economici e i loro danni. Qui la politica dovrà trovare il coraggio di scelte diverse per la casa in cui viviamo, per la nostra salute e per gli animali.

Nutrire il futuro con un modello alimentare davvero sostenibile

In questo scenario la LAV agisce con le sue richieste, come l’attivazione di piani locali di sostituzione progressiva delle proteine animali con le corrispettive vegetali, anche in applicazione e ampliamento dei Criteri Ambientali Minimi della ristorazione collettiva pubblica. Le proteine vegetali sono infatti l’alternativa sana e di bassissimo impatto ambientale.

A livello politico nazionale ed europeo ci poniamo come obiettivo la riduzione progressiva – fino a rimozione totale – dei finanziamenti pubblici al sistema zootecnico; un’etichettatura che comunichi anche gli aspetti etici, climatici, ambientali e sociali degli alimenti e lo stop a campagne pubblicitarie a sostegno dei prodotti animali finanziate con fondi pubblici.

Chiediamo l’abbassamento dell’Iva dal 22% al 4% su tutti i prodotti vegetali, l’approvazione di una Legge che tuteli la scelta alimentare veg e l’attivazione di leve fiscali – come una “meat tax” – che armonizzino il prezzo della carne con reali costi ambientali e sanitari che genera. La revisione della Politica Agricola Comunitaria in direzione della tutela degli animali, dell’ambiente, della biodiversità e della salute dei cittadini è un elemento di transizione imprescindibile.

E proseguiamo sempre, senza soluzione di continuità, a lavorare per aumentare la consapevolezza dei cittadini in merito all’assoluta e inevitabile urgenza di adottare uno stile di vita meno impattante, anche economicamente, e che salverà miliardi di animali oggi condannati a un’esistenza di sfruttamento e morte.

Riteniamo che tutti coloro che si occupano di ingiustizia sociale, ambiente, diritto alla salute possano essere degli straordinari protagonisti di questo cambiamento. L’inclusione di questi temi nelle scelte individuali di ciascuno e nelle reti sociali di cui sono artefici, costituisce una prima e straordinariamente importante azione per un mondo migliore per uomini e animali.

Note

[1] Sono state escluse, per mancanza di una robusta letteratura scientifica a riguardo dei potenziali costi sociali riferiti a malattie direttamente o indirettamente collegate al consumo di carne come la resistenza agli antibiotici, l’obesità, la diffusione di virus e le malattie cardiovascolari.

L’articolo è tratto dal sito di Sbilanciamoci!, con cui è in atto un accordo di collaborazione

Roberto Bennati

Roberto Bennati è direttore generale della LAV

Vedi tutti i post di Roberto Bennati

Paola Segurini

Paola Segurini è responsabile dell’Area Scelta Vegan-LAV

Vedi tutti i post di Paola Segurini

One Comment on “Il consumo di carne tra emergenza e pandemie”

  1. in altre parole si puo anche chiamare “diritto di inquinare”.

    funziona cosi: paghi di piu, per esempio con una tassa sulla carne.

    come la tassa sul suv: paghi di piu e sei autorizzato a inquinare molto di piu.
    ha un senso per quelli che monetarizzano tutto, ma per l ‘ambiente non ha senso autorizzare
    a inquinare di piu, qualsiasi sia la cifra pagata.

    se é vero che si possono quantificare in termini economici i danni all’ambiente,
    é altrettanto vero che il risarcimmento di questi danni non elimina i danni causati all’ambiente.
    e quindi per l ambiente non serve a nulla. scoraggia, forse in parte, il consumo.

    negli ultimi decenni le automobili sono mediamente sempre piu grandi di dimensioni. piu peso uguale piu consumo. é una legge di fisica. che sia elettrica o a carbone, la proporzione rimane.

    e la loro durata di vita é sempre piu corta, quindi i consumi aumentano.

    quello che sta dietro i numeri enormi dell inquinamento é la numerositá di abitanti che
    ha questo pianeta.

    raddoppiare il numero degli abitanti porta con se il raddoppio dell inquinamento.
    viceversa, il dimezzamento degli abitanti, dimezza i danni all’ambiente.

    esportare lo stile di vita occidentale aiuta le aziende a vendere di piu, ma significa danneggiare l ambiente.

    sembrerá semplicistico ma l’unico modo per dimminuire l inquinamento – a paritá di popoazione – é DIMINUIRE i consumi, ovvero rivedere i nostri stili di vita.

    é vero che la bistecca genera co2. ma é altrettanto vero che la soja che arriva dal brasile viene trasportata per migliaia di km su navi che non sono esattamente verdi…

    la bistecca in se nnon c entra. l ‘ inquinamento era molto piu contenuto secoli fa quando si mangiavano bistecche dal maiale sotto casa o del contadino vicino, senza serre che producono verdure in ogni stagione, senza frutta tropicale, senza pesci che arrivano da tutto il mondo, e piu in generale con tutti i prodotti, non solo quelli alimentari, a km 0 o poco piu…

    additare la bistecca puo essere fuorviante.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.