Università. Agli studenti piace la didattica a distanza?

22/02/2021 di:

L’epidemia da Covid-19 è planata sulla scuola, come su tutto il resto, portando alla luce e ingigantendo problemi cronici: carenza di spazi, personale, risorse; “classi pollaio”, non certo sparite d’incanto dopo i proclami estivi dell’ex ministra dell’istruzione, in cui è oggi difficile garantire il distanziamento fisico necessario a contenere il contagio, ma in cui anche prima era arduo assicurare una didattica di qualità. Sui guasti formativi e psicologici di una prolungata “didattica a distanza” (d’ora in poi: DAD) nella scuola primaria e secondaria, e sul suo impatto diseguale su bambini e ragazzi provenienti da diversi ambienti socio-economici, si è scritto molto, anche su VLL (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/06/11/perche-la-didattica-a-distanza-non-e-scuola/). E l’università?

Sul tema grava da tempo una cappa di silenzio, icasticamente rappresentata, nei mesi appena trascorsi, dal mutismo del ministro competente (di cui si fa fatica a ricordare il nome e qualche iniziativa degna di nota) messo a confronto con il presenzialismo e la loquacità della ministra dell’Istruzione. Vedremo ora che cosa succederà, con l’arrivo dei “migliori”… Nel frattempo l’università ha cercato di reagire, si è attrezzata come poteva alla nuova situazione, spostando quasi integralmente le lezioni e gli esami on line, investendo in nuove tecnologie, addestrando docenti anche agée a servirsene, con risultati non sempre brillanti.

Qua e là, a macchia di leopardo, nei contatti attraverso le piattaforme, si è perfino aperta una discussione sul futuro tra docenti, e in alcuni casi anche tra docenti e studenti. Quello che emerge è che, ad alcuni almeno, la DAD non dispiace. Particolarmente apprezzata da molti studenti sembra, in particolare, la possibilità di riascoltare in un secondo momento la videoregistrazione delle lezioni, o altri materiali didattici caricati su piattaforme informatiche. Anche ai piani alti dell’ateneo (mi riferisco all’Università di Torino, presso cui lavoro) ci si sfrega le mani per la considerevole crescita delle iscrizioni (e dunque degli introiti derivanti dalle tasse studentesche): evidentemente chi prima si rivolgeva alle, non proprio rinomate, università on line, ha optato quest’anno per la “vera” università. Ed ecco allora chi sostiene che ciò che abbiamo sperimentato non deve andare perso; che l’università non dovrà più tornare come prima e, anche dopo la fine della pandemia, dovremo registrare le lezioni e caricarle su piattaforme, in modo che siano in ogni momento fruibili dagli studenti a casa. Si sostiene che si farebbe in questo modo un grosso servizio agli studenti lavoratori. E c’è che si spinge a decantare la vocazione “inclusiva” della DAD, anche nei confronti degli studenti diversamente abili, a cui saranno evitati scomodi spostamenti, e di chi non ha le risorse economiche per viaggiare o per affittare un alloggio lontano da casa.

Tutto bene, allora? In fondo, stiamo parlando di studenti e studentesse adulti, per lo più dotati degli strumenti informatici necessari per seguire le lezioni, che non dovrebbero patire più di tanto i costi piscologici della DAD… Eppure a molti di noi – docenti e studenti – appaiono evidenti le implicazioni perverse di quella che potrebbe essere una trasformazione epocale. Prima fra tutte, la perdita di contatto tra le diverse componenti della comunità universitaria: quel “guardarsi in faccia” che consente al docente, a lezione, di sintonizzarsi con chi ha davanti, di arrestarsi di fronte a sguardi interrogativi o persi nel vuoto, per ripetere un concetto o sollecitare una reazione. Una dimensione che svanisce completamente quando l’insegnamento assume la forma, alienante, del parlare ad alta voce di fronte a uno schermo che riproduce la propria faccia (non essendo possibile, in caso di grandi numeri, che gli ascoltatori tengano il video acceso). Ci sono poi gli effetti della DAD sul modo di vivere la lezione da parte degli studenti. Non sorprendentemente, chi segue una lezione in streaming sapendo che è videoregistrata e potrà riascoltarla in qualsiasi momento, tende ad assumere un atteggiamento “rilassato” e tendenzialmente distratto. L’attenzione cala, si rimane passivi, non si fanno domande, pensando che ci sarà tempo per recuperare i passaggi perduti. E la qualità della lezione ne risente. C’è poi la perdita dei momenti di confronto e di scambio orizzontale, anche informale, nelle pause tra una lezione e l’altra e di tutto ciò di cui è fatta la “vita universitaria”: l’accesso alle biblioteche, la partecipazione a seminari e convegni, l’intreccio di relazioni con persone provenienti da ogni dove, e talvolta anche la scoperta della politica: i collettivi studenteschi, le manifestazioni, i seminari autogestiti…

Si dirà che questo quadro idilliaco della vita “di prima” non corrisponde, se non in parte, alla realtà: l’università, anche nell’era pre-pandemica, aveva i suoi bravi problemi. E insegnare in un’aula affollata da 300 studenti, seduti in parte per terra o sui davanzali, non era un’esperienza particolarmente esaltante (né per gli studenti né per il docente). Si tratta allora di chiedersi come affrontare i problemi cronici dell’università italiana, nella consapevolezza che ci troviamo oggi davvero di fronte a un bivio. Qualche risorsa da investire nel mondo dell’istruzione e della ricerca sarà a disposizione, nei prossimi mesi. Ma come investirla? Delle due l’una: nuove piattaforme, corsi di e-learning, sistemi di proctoring per impedire agli studenti di copiare durante gli esami on line; oppure reclutamento di nuovo personale docente (a partire dalla regolarizzazione dei tanti precari che oggi tengono in vita l’università), investimenti nell’edilizia, borse di studio, agevolazioni per i fuori sede, corsi serali per gli studenti lavoratori. Le due strategie – bisogna esserne consapevoli – sono alternative. Perché le lezioni video-registrate (e magari archiviate in modo che siano riciclabili a tempo indefinito) consentono un significativo risparmio di lavoro umano: che cosa cambia, in fondo, se ad assistere a una video-lezione ci sono 100, 200 o 1000 studenti? (si veda il modello propugnato da Kai-Fu Lee, ex capo di Google China, che prevede un rapporto docenti-studenti di 1 a 1000: https://volerelaluna.it/societa/2021/02/11/universita-video-lezioni-col-morto/link). Peccato che la didattica – universitaria e non – non si esaurisca nelle ore di lezione frontale. E che per seguire una tesi di laurea servano tempo ed energie che oggi i docenti, sempre più gravati da incombenze amministrative e gestionali (oltre che dall’imperativo del publish or perish), fanno fatica a trovare.

Non si tratta, ovviamente, di rifiutare in toto le nuove tecnologie, che possono essere usate con intelligenza, come strumenti integrativi della didattica in aula, ma di opporsi alla spinta a normalizzare l’emergenza, rendendo strutturale il ricorso alla DAD (https://www.roars.it/online/luniversita-dopo-lemergenza/). Bisogna essere consapevoli dei grandi interessi che sono in gioco: non ultimi, quelli dei gestori delle piattaforme – di regola private – su cui in questi mesi si sono riversati milioni di dati sensibili degli studenti. E probabilmente anche prepararsi a resistere all’argomento “populista” di chi sostiene che «agli studenti piace la DAD». Perché una buona università, e una buona scuola, non si misurano solo in termini di gradimento da parte degli studenti-clienti, come se si trattasse di prodotti sullo scaffale di un supermercato, ma in termini di apprendimento, formazione, crescita culturale. Che solo uno spazio fisico che consenta l’incontro e la costruzione di relazioni può propiziare.