Vaccini gratuiti per tutti e diritti umani

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1.

«Tutti hanno diritto alla protezione da Covid-19. Nessun profitto sulla pandemia». Questo lo slogan di un appello diffuso in rete da qualche settimana (www.noprofitonpandemic.eu/it/). «Il Covid-19 – prosegue l’appello – si diffonde a macchia d’olio. Le soluzioni devono diffondersi ancora più velocemente. Nessuno è al sicuro fino a che tutti non avranno accesso a cure e vaccini sicuri ed efficaci. Abbiamo tutti diritto a una cura. Firma questa iniziativa dei cittadini europei per essere sicuri che la Commissione europea faccia tutto quanto in suo potere per rendere i vaccini e le cure anti-pandemiche un bene pubblico globale, accessibile gratuitamente a tutti e tutte».

L’essenza dell’appello è molto semplice: la guerra commerciale e senza esclusione di colpi di cui siamo tutti/e testimoni e spettatori (stupiti, mal-informati, rassegnati, impotenti, confermati nella rabbia o nel disincanto di constatare che il “dopo” Covid-19 è proprio come il “prima” o il “durante”, speranzosi almeno per un istinto di sopravvivenza che la via “fuori dal tunnel” troverà il modo di divenire realtà) si può sostanzialmente riassumere in questi termini: a) la comunità internazionale degli Stati, in tutte le sue espressioni, iniziative, piattaforme di pressione, non riesce a far prevalere il concetto molto semplice che uno strumento presentato e approvato come salvavita e risolutivo per una crisi che non è solo “sanitaria” possa essere considerato e perciò garantito come un diritto: universale come è globale la pandemia; b) i diritti “proprietari” dei privati che hanno fruito anche di enormi risorse pubbliche per sviluppare-produrre l’uno o l’altro dei tanti vaccini più o meno efficaci disponibili o in sviluppo sono intoccabili: le norme commerciali che regolano brevetti, costi, accessibilità delle popolazioni, soprattutto o almeno quelle più a rischio prevalgono sui principi e le convenzioni che tutelano i diritti fondamentali delle persone e dei popoli; c) lo scenario che meglio definisce la situazione è quello che vale nelle politiche economiche: non ci sono beni comuni; anche le clausole esistenti, come quella di Doha che prevede “eccezioni” quando ci sono evidenti bisogni di sanità pubblica (e non c’è dubbio che la pandemia coincide perfettamente con questa definizione), devono essere interpretate e applicate solo se singoli Stati o loro alleanze decidono di adottare il caso dei vaccini per rompere-modificare le “normali” regole generali della proprietà privata e intellettuale che valgono per tutti gli scambi commerciali; d) tocca ai popoli (in assenza dei loro rappresentanti) farsi sentire per spingere i governi (in questo caso l’Unione Europea) a mettere nella loro agenda la possibilità di considerare la pandemia come l’eccezione al modello attuale dell’ordine globale: il diritto alla vita e alla dignità degli umani deve e può essere il criterio prevalente di giudizio e di decisione.

La portata e il senso dell’appello sono chiari. Esso corrisponde, anche nei termini iniziali ‒ raggiungere il milione di firme ‒, a quel che è stato in Italia il referendum sull’acqua come bene comune. Coscienti sempre di quella che è la sua effettività, in Italia e nel mondo. Firmare significa entrare da protagonisti tra le tante iniziative che si sono attivate per garantire un accesso universale al vaccino, e che vedono la partecipazione dell’OMS, degli Stati più diversi per regimi più o meno democratici o con poteri geopolitici (dal Sudafrica, all’India, all’Unione Africana), dei tanti filantropi globali (perfettamente allineati con i principi di una solidarietà che non immagina però nemmeno la pensabilità di un cambio delle regole del gioco: Bill Gates ne il protagonista esemplare).

2.

La partecipazione “informata” a questa iniziativa è obbligata. Ma occorre sapere che è in atto una guerra di civiltà molto più ampia. Al di là dei ruoli della Cina (che a Davos si è fatta paladina di una logica di solidarietà verso i paesi che fanno parte dei suoi disegni strategici) o della Russia (che con il suo Sputnik V già ha fatto accordi segreti con i più diversi paesi, dall’Argentina alla Bolivia a Israele) o della piccola Cuba (che aggiunge il suo vaccino alle tradizionali “brigate”), occorre aggiungere qualche informazione utile per completare il senso di “surreale” in cui viviamo: la guerra ha il vaccino come oggetto “simbolico”, più ancora che concreto.

Viviamo in una realtà surreale. In California il bene comune “acqua” è entrato ufficialmente tra i beni quotati in borsa: non è banale come indicatore dell’atmosfera che domina il capitolo dei beni comuni con riferimento a una pandemia ancora più mortale e degradante di quella del Covid-19 in atto in tanti paesi che non possono garantire l’acqua e la nutrizione minima, neppure per la salute materno-infantile. A Manaus, città simbolo dell’abbondanza delle acque amazzoniche e primo “laboratorio globale” per la privatizzazione dell’acqua, in un paese portato al disastro anche nella pandemia da un dittatore eletto in un processo definito di “guerra legale” (warfare), è venuto a mancare l’ossigeno per le terapie intensive: è tornato disponibile solo grazie all’intervento del Venezuela, paese dichiarato terrorista dagli USA e, in fondo, dall’Europa. Per dare un’immagine di partecipazione e di sostegno per un vaccino in discussione come quello di Astra Zeneca, in un paese prostrato dalla pandemia, Johnson si è fatto fotografare mentre aiutava personalmente a trasportare casse di vaccini. L’approvazione del vaccino, con restrizioni, a livello europeo e italiano lo fa entrare ufficialmente nella complicatissima, e sostanzialmente non valutabile in termini comparativi di efficacia, supply chain commerciale dove ormai sono presenti e scambiabili anche i vaccini cinesi e quello russo, per i quali non sembrano valere le regole di registrazione.

Sul New York Times del 28 gennaio sono pubblicati due durissimi articoli, a firma di giornalisti pluripremiati anche con Pulitzer (Matt Apuzzo e Salam Gebreikidan), che documentano: a) le modalità, le implicazioni, i segreti, intollerabili anche in un regime di libero commercio, dei contratti di governi e aziende produttrici di vaccini; b) le conclusioni di un panel internazionale sulla gestione complessiva della pandemia da parte di tutte le agenzie internazionali: «Abbiamo fallito nella nostra responsabilità collettiva: la risposta al Covid-19 è stata una successione globale di incapacità di collaborare secondo criteri di solidarietà, imprescindibili per creare una rete protettiva a misura dei bisogni umani». Negli stessi giorni, la rivista scientifica ufficialmente rappresentativa della medicina USA, JAMA, riassume le politiche sulla pandemia titolando: «L’equità è stata la grande esclusa». Tutti i rapporti economico-finanziari concordano nel documentare che la predittività e la capacità valutativa degli algoritmi si è espressa al meglio nel quantificare come e perché i “guadagni in eccesso” nell’anno della pandemia dei pochi billionaires che contano sarebbero più che sufficienti a coprire tutte le spese per vaccini e vaccinazioni (anche a prezzi di mercato) di tutte le popolazioni programmate invece per una non-copertura.

Quale futuro c’è dietro l’angolo?

Il ruolo dirompente di un contagio strettamente virale, che si è aggiunto, nei paesi centrali, alle pandemie strutturali dei modelli di sviluppo (anche in termini di mortalità: con la variante di costi assistenziali e terapie intensive, che corrisponde al costo-zero delle morti evitabili per assenza di beni essenziali), è ormai generalmente riconosciuto come rivelatore, non come causa, di “fragilità” sistemiche. I toni di questo riconoscimento ovviamente variano: da Davos al Social forum, così come i rimedi. Gli articoli di L. Pennacchi su il manifesto del 31 gennaio e di N. Dentico su Avvenire del 29 gennaio sono in questo senso molto chiari e complementari. È essenziale aggiungere ‒ per sottolineare l’altra linea di “test di civiltà” che la pandemia è riuscita a nascondere ‒ quanto sta accadendo con riferimento ai migranti delle rotte balcaniche (https://volerelaluna.it/migrazioni/2021/01/12/balcani-e-mediterraneo-dove-fallisce-lumanita/). Stessi attori, con gli stessi ruoli: Stati e comunità internazionale nel ruolo di decisori, arbitrari e violenti, perfettamente a conoscenza dei problemi, contro umani vittime di guerre-contagi.

L’iniziativa dei cittadini europei da cui si è partiti sembra ed è molto lontana. Ma ne è ancor più chiaro il valore anzitutto simbolico di promemoria, per ora e per il lungo periodo: come dare alla ovvia obbligatorietà dei diritti umani e dei popoli una rappresentatività capace di trasformarsi in presa di parola udibile fino ad entrare nell’agenda degli Stati e degli attori visibili e segreti, privati e pubblici, cattivi e filantropi? Le campagne vaccinali giocano sul tempo dell’urgenza. Sempre in attesa degli Arcuri o dei Bertolaso di turno, capaci di promettere miracoli ma indisponibili a condividere la democrazia dell’ignoranza-impotenza nello spirito dell’art. 3 della Costituzione: per cercare, non per contrattare soluzioni vendibili con clausole segrete. Andrà così anche per le tante promesse di nuova sanità di cui la campagna vaccinale dovrebbe essere un esperimento didattico? Non abbiamo in aiuto algoritmi, ma solo la realtà surreale di una crisi di governo e di un’Europa che, senza fretta, pensa a un’altra authorithy: HERA (Health European Preparedness and Response Authority). Come Frontex per i migranti?

Rappresentare umani e cittadini in modo da restituire/ci un’identità di soggetti di diritto è un progetto urgente che impone di essere parte di reti trasparenti di solidarietà a fronte degli scenari che si sono accennati.

Gianni Tognoni

Gianni Tognoni, medico, è esperto di epidemiologia clinica e comunitaria. E' stato direttore del Consorzio Negri Sud. Attualmente opera nel Dipartimento di Anestesia-Rianimazione e Emergenza-Urgenza , Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano. E' presidente delComitato Etico, Università Bicocca, Milano.

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