Dove si parla di vasi

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Pandora era bella, sapeva suonare mirabilmente, conosceva tutte le arti manuali, era coccolata dagli dei. Zeus volle che andasse tra gli uomini e le donò un vaso, proibendole però di aprirlo. Ma Pandora, oltre che bella e brava, era anche curiosa e lo aprì: e da esso, come le api da un alveare, sciamarono tutti i mali che affliggono il mondo.

Ecco, questo mito sembra pensato per la nostra situazione attuale.

Almeno l’Occidente da più di trent’anni era convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili: con la caduta del Muro di Berlino e le traversie dell’Unione Sovietica ci si era finalmente liberati dal comunismo tirannico. Reagan (“Lo Stato è il problema”) e la Tatcher (“La società non esiste, esistono solo gli individui”), avevano abolito il sociale. Peana allo Stato minimo, basta con la programmazione economica, meno Parlamento più governo. Come ricorda Francesco Pallante in un libro breve e formidabile per chiarezza lucidità e capacità di sintesi (Contro la democrazia diretta, Einaudi) Guido Carli esaltava il Trattato di Maastricht del 1992 (da lui firmato come ministro del Tesoro) perché “implica la concezione dello Stato minimo, l’abbandono dell’economia mista, l’abbandono della programmazione economica, la ridefinizione delle modalità di composizione della spesa, una redistribuzione delle responsabilità che restringa il potere delle assemblee parlamentari ed aumenti quelle dei governi.” (citato da Pallante a p.34, che poi prosegue sottolineando la scarsa fedeltà del ministro alla nostra Carta cosituzionale in quanto, come firmatario del trattato, “[Carli] liquida la compatibilità dell’integrazione europea con la Costituzione italiana”. D’altronde lo stesso Carli ammetteva nella sua autobiografia: “Ancora una volta, si è dovuto aggirare il Parlamento sovrano della Repubblica, costruendo altrove ciò che non si riusciva a costruire in patria.” e Pallante commenta (p.35) ”Tecnicamente, una confessione di alto tradimento e attentato alla Costituzione.” Ma così anche l’Italia si allineava al trend liberistico. E l’individualismo sostituì la socialità.

Poi vennero gli ex Sessantottini e i californiani della Silicon Valley. E da un armamentario sperimentato inizialmente per scopi militari nacquero quegli aggeggi ormai indispensabili che collegano il mondo abolendo ogni forma di mediazione e contribuendo al trionfo del liberismo digitale. Grazie a loro si impone l’ideologia dell’ “uno vale uno”. E senza di loro la globalizzazione, con la concentrazione del potere economico e finanziario, non sarebbe stata possibile: neoliberismo, globalismo ed elettronica sono strettamente connessi tra loro e trionfano insieme.

E la sinistra residua, non quella parlamentare che conta nulla, ma quella “buona”, gira a vuoto, come se corresse su una piattaforma oscillante e in continuo movimento circolare. Anche perché, abolite le mediazioni, appiattiti i sindacati su disperate battaglie di retroguardia (come si fa a competere con un robot che produce t-shirt 24 ore su 24 e richiede solo un videocontrollo a distanza?), si è sfarinata qualunque forma di coesione sociale. Che non sia quella fittizia di una movida.

Tecnologia, finanza e biotecnologia in trent’anni circa hanno trasformato il mondo, e un pugno di uomini geniali e spregiudicati domina l’economia del pianeta mentre la politica occidentale, tutta, è funzionale all’ideologia liberista.

Voce solitaria: quella di un gesuita venuto da un altro mondo, eletto pontefice e maltollerato, quando non apertamente boicottato, dai suoi. Lui parla di sviluppo sostenibile e di giustizia sociale: palloncini colorati che salgono salgono salgono verso l’azzurro e poi.. scoppiano. Intanto, a terra, i debiti pubblici si gonfiano, precarietà e miseria crescono e quasi tutta l’informazione è penosamente al servizio della finanza globale. E solo in qualche angolino si legge che 100 milioni di persone sono ricadute nella povertà estrema nel 2020 e se ne prevedono (ottimisticamente, se così si può dire) altri 50 milioni nel 2021. E dall’inizio della pandemia sono stati elargiti 13 mila miliardi di dollari nel mondo sviluppato e 6 miliardi (sic!) di dollari per l’assistenza ai paesi poveri.

E i famosi miliardari filantropi, i cinque o sei ricconi dell’universo?

“Il significato e il valore dell’umano è ridotto al profitto” scrive Vandana Shiva nella prefazione a Ricchi e buoni?, un libro di Nicoletta Dentico contro il ‘filantrocapitalismo’(EMI, nella bella collana ‘Cittadini sul pianeta’ diretta da Francesco Gesualdi). I filantropi ambigui alla Bill Gates hanno buon gioco a presentarsi come benefattori (e magari talvolta ci credono anche) mentre in realtà costituiscono “un’oligarchia sovversiva. (…) I sovrani tecnologici di questa saga – Microsoft, Apple, Facebook, Google, Amazon e Netflix – godono dei monopoli brevettuali nei territori digitali di riferimento. (…) In un gioco nella deriva verso il feudalesimo non solo negli Stati Uniti ma su scala globale.” (Dentico, p.134)

E così, a esempio, la fantasmagorica “rivoluzione verde”, abolendo le tradizionali tecniche agricole a favore delle sementi ibride o, peggio, geneticamente modificate (OGM), in realtà vincola gli agricoltori dei paesi più poveri ai produttori dei paesi ricchi, detentori dei brevetti. E non solo: molti concimi chimici avvelenano progressivamente le specie animali che o emigrano altrove o diminuiscono fino all’estinzione. E nello stesso tempo gli allevamenti intensivi aumentano a dismisura il riscaldamento globale, e la deforestazione riduce la biodiversità.

Il Coronavirus ha scoperchiato di nuovo il vaso di Pandora rendendo evidente la fragilità del sistema globale e il baratro in cui stiamo tutti cadendo. L’1% della popolazione mondiale continua a possedere la metà della ricchezza dell’intero mondo. Gli enormi debiti pubblici di tutti gli Stati, a partire dagli USA, la crescente disoccupazione di massa, la distribuzione ineguale del reddito, la precarietà diffusa anche tra noi “bianchi e ricchi”, la crisi della sanità pubblica (là dove ancora c’era), lo sbriciolamento della coesione sociale, lo sfracello incombente sul globo causato dall’antropocene… la fine della politica, cioè sostanzialmente della possibilità di decidere liberamente il proprio destino… la folle gara a chi ha più bombe (ci sono nel mondo 14.465 testate nucleari di cui 3750 operative e queste sono più che sufficienti a distruggerci tutti più volte; solo in Italia nel 2019 sono stati profusi 23 miliardi in spese militari: secondo alcuni calcoli si potevano comperare 87.000 ambulanze o assumere 638.000 infermieri).

Ma nelle antiche mitologie, oltre al vaso di Pandora, ci sono anche i vasi della Kabbala ebraica, a quello greco in un certo senso speculari. Sono i vasi delle Sephiroth, dove le emanazioni divine si ordinano e si ritirano per consentire l’accadere del mondo. Ma quando si rompono, insieme col male lasciano cadere sulla terra anche il bene e allora è compito del giusto rintracciare i frammenti di presenza divina. Il che, per noi posteri demitizzati e demitizzanti, potrebbe anche significare di non desistere. “Non mollare” come suonava un motto antifascista.

Aguzzare la vista, seguire le tracce, creare reti in cui sia possibile riconoscersi a distanza. Ricreare socialità. Rileggere Alexander Langer, un grande del nostro Novecento oggi quasi dimenticato. E resistere. “Resistere. Resistere. Resistere.” esortava un magistrato del secolo scorso (e sembra un’ altra era). E Samuel Beckett: “Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.”

Gianandrea Piccioli

"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].

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