San Patrignano e lo Stato

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Ho visto la serie Sanpa: luci e tenebre di San Patrignano su Netflix. Sono cinque puntate, complessivamente circa cinque ore, di questa docu-serie che ricostruisce, attraverso filmati d’epoca e interviste, la storia della comunità dall’origine (la comunità di San Patrignano venne fondata nel 1978 da Vincenzo Muccioli e prese il nome dalla strada del comune di Coriano dove ha ancora sede, in provincia di Rimini, città dove era nato Muccioli) alla morte del suo fondatore avvenuta nel settembre del 1995. Vincenzo Muccioli era un personaggio indubbiamente carismatico, un omone dotato di una fisicità inquietante o rassicurante a seconda di chi la subiva o la riceveva. Era un proibizionista convinto: nessuna apertura al dialogo sul punto, chiusura totale anche al metadone, parlare di distribuzione di siringhe monouso autobloccanti per lui era un’eresia. Era un romagnolo con le caratteristiche tipiche accentuate di generosità, impulsività, conservatorismo becero e misoginia.

Conoscevo bene le vicende anche perché dal 1987 al 1994 ho lavorato come magistrato presso la Procura della Repubblica di Forlì e, sia per la vicinanza geografica che per il ruolo, i contatti con Sanpa erano continui. Inoltre mi interessavo anche come iscritto a Magistratura Democratica, la corrente progressista della magistratura, al dibattito culturale sulle politiche della droga con posizioni riconducibili genericamente alla politica della riduzione del danno. Ricordo il convegno che organizzammo a Forlì nel 1989 con un gruppo di giovani colleghi dal titolo “La legge e le tossicodipendenze” e la tensione rappresentata dalla possibilità di veder comparire in sala i muccioliani (a me, che cercavo di essere presente nel territorio, capitava spesso che alcuni dei giovani di San Patrignano, appunto i muccioliani, intervenissero in massa durante dibattiti pubblici sul tema per affermare le proprie idee con un grande potere persuasivo dato, oltre che dal numero, dall’affermazione «io parlo di droga perché sono stato drogato e ne capisco», che sulle persone più semplici aveva una grande presa). La mia posizione era in parte opposta alla visione di Muccioli. Dico in parte perché io ritenevo che in un’ottica di riduzione del danno si dovesse percorrere la strada della legalizzazione o della medicalizzazione, a seconda del tipo di sostanza, mentre Muccioli era un proibizionista duro. Preciso però solo in parte perché in comune c’era l’idea che il carcere per il tossicodipendente dovesse essere evitato.

Muccioli aveva trovato la risposta alla tossicodipendenza ed era San Patrignano. Una visione così semplice e lineare per un fenomeno così complesso oggi potrebbe far sorridere, come affrontare il Covid con l’aspirina, ma il valore della docu-serie è stato quello di riportarci indietro nel tempo. Grazie all’utilizzo dei filmati di repertorio (con quei colori sfuocati, con le pettinature improbabili) e alle testimonianze vive e tese dei protagonisti torniamo a quel periodo nel quale i tossici li vedevi sbandare per strada, ogni giorno qualcuno moriva e lo ritrovavi ai giardini o dietro la stazione, le famiglie erano disperate e non sapevano come comportarsi, cacciavano di casa i loro figli e poi li vedevano morire per strada in uno strazio senza fine. Lo Stato si era sempre manifestato sostanzialmente assente sul punto, il servizio pubblico, dove c’era, viveva una situazione quasi di impotenza, le comunità residenziali erano private, poche e non tutte garantivano la serietà dei metodi utilizzati e la professionalità del personale (a San Patrignano erano sostanzialmente tutti ex consumatori) per seguire i tossicodipendenti. A questo quadro dobbiamo aggiungere l’altro spettro che, dal 1982 colpiva il mondo delle tossicodipendenze, cioè la sieropositività per il virus dell’HIV che all’epoca si trasformava invariabilmente in Aids. Infatti solo a metà degli anni ’90 con la messa a punto della “triplice terapia” a base dei nuovi antiretrovirali è stato possibile cronicizzare l’infezione, ovvero fare in modo che, pur restando nell’organismo, non risultasse tuttavia letale; prima la sieropositività risultava una condanna a morte e la qualità della vita incideva sul periodo di sopravvivenza del malato. Dall’inizio dell’epidemia, nel 1982, a oggi sono stati segnalati quasi 65 mila casi di AIDS, di cui circa 42 mila con morte degli interessati.

In quel contesto confuso, spesso disperato, chi doveva affrontare il dramma della dipendenza vedeva spesso Muccioli come l’isola per il naufrago, l’unica risposta possibile e con la straordinaria capacità di delegare alla comunità il problema. Quando il tossicodipendente riusciva ad entrare era inghiottito dalla comunità e la famiglia poteva tirare un respiro di sollievo: Muccioli si era preso in carico un giovane che né il carcere (tanti l’hanno provato ovviamente senza alcun risultato se non rischiare un’escalation delinquenziale e passare dal furtarello alla rapina o allo spaccio) né i servizi riuscivano a gestire. Inoltre era gratis. Un altro dato che all’epoca appariva particolare era che Sanpa non aveva rette o convenzioni e si reggeva esclusivamente su donazioni di privati (le più famose quelle della famiglia Moratti, Gian Marco e Letizia) e nessuno pagava per essere ospitato in comunità. In realtà se consideriamo che tutti lavoravano nei vari settori non solo per le attività interne necessarie alla vita dei residenti ma anche per altre attività (allevamento di animali e prodotti alimentari, produzione vinicola, tessile e pelletteria) posto che il lavoro era visto come una modalità di recupero, si riusciva a ottenere un gran risparmio.

Nella bella intervista, sempre su Netflix, la regista Cosima Specer e Carlo Gabardini – uno degli autori insieme a Gianluca Neri e Paolo Bernardelli – spiegano che con il loro lavoro non si è voluto dare alcun tipo di giudizio, o perlomeno di pregiudizio, mostrando nella sua essenza una storia mai raccontata per intero in tutte le sue sfaccettature «una storia che ha bisogno di distanza per essere raccontata , ha bisogno di un tempo di sedimentazione».

Ci sono state diverse reazioni. Quelle negative son venute dalla comunità, da politici (tra gli altri Giorgia Meloni) e da protagonisti, come Letizia Moratti, che ha rifiutato di farsi intervistare per la serie anche se poi ha rilasciato sui fatti una lunghissima intervista riportata nel libro Tutto in un abbraccio di Giorgio Gandola (giornalista che collabora con il quotidiano La Verità), offerto con il settimanale Panorama. Credo si tratti di osservazioni ingiuste perché chi ha visto la docu-serie non può trovare parzialità nella ricostruzione, realizzata con un grande sforzo documentaristico e una completezza da elogiare. Certo è che dopo aver visto tutto una opinione lo spettatore se la può fare. La serie è stata vista anche da mia figlia Sara, laureanda in psicologia, nata nel 1995, con un tirocinio in atto presso il Sert di Forlì e che non conosceva se non sommariamente la vicenda. Dopo la visione ne abbiamo parlato e lei mi ha detto che quello che emergeva in maniera chiara e precisa era la totale assenza dello Stato che ai suoi occhi era il primo responsabile di tutto quello che poi era accaduto. L’unico pezzo dello Stato presente è stata la magistratura penale, peraltro confusa nei giudizi su una figura certamente complessa ma che, da un punto di vista delle responsabilità penali, non sembrava di difficile lettura (pur se da tutti i processi celebrati nei suoi confronti Muccioli è uscito con una sola condanna per favoreggiamento nell’omicidio Maranzano, peraltro non passata in giudicato per la morte dell’imputato) anche alla luce della documentazione prodotta nella serie, nella quale per la prima volta vengono mostrate foto (che all’epoca dei fatti nessuno aveva voluto pubblicare) in cui si vedono chiaramente degli ospiti della comunità incatenati.

Oggi la situazione è comunque preoccupante, secondo la Relazione Annuale della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga 2020: «Continua, per il terzo anno consecutivo, il trend crescente delle morti per overdose che, con un ulteriore incremento pari a 37 unità raggiunge quota 373, con un aumento dell’11,01% rispetto all’anno 2018. Dal 1973, anno in cui hanno avuto inizio le rilevazioni in Italia sugli esiti fatali per abuso di droga, sono complessivamente 25.780 i morti causati dal consumo di stupefacenti». Peraltro le situazioni socio-sanitarie problematiche nel nostro Paese, come nel resto del mondo, si sono moltiplicate in particolare nell’ultimi anno per le terribili vicende connesse al Covid.

In questo contesto dobbiamo scontare le politiche almeno dell’ultimo decennio che si sono rivelate punitive per il servizio sanitario pubblico. Secondo la ricerca della Fondazione Gimbe Il de-finanziamento 2010-2019 del servizio sanitario nazionale, «nel decennio 2010-2019 tra tagli e definanziamenti al SSN sono stati sottratti circa € 37 miliardi e il fabbisogno sanitario nazionale (FSN) è aumentato di soli € 8,8 miliardi». Oggi con le entrate del Recovery fund abbiamo la possibilità di rendere il Servizio sanitario nazionale adeguato alla situazione e in linea con le prospettive senza necessità di delegare ai privati, se non in particolari situazioni e con garanzie e controlli adeguati alla delicatezza della delega, questi compiti.

Sulla copertina di un libro scritto da Gaspare Virzì nel 1989 su San Patrignano (Il coraggio di uscirne, Agalev, Bologna, 1989) c’è una foto in bianco e nero di una classe elementare e su ventotto alunni ce sono nove con un segno rosso: sono quelli che si sono persi nell’eroina. A distanza di tanti anni dai fatti, quando si è compiuto il tempo di sedimentazione si potrà pensare tutto il bene e tutto il male di Vincenzo Muccioli, più un redivivo Cristo dell’Amiata che un precursore del populismo che sarebbe arrivato con Berlusconi e a seguire, ma sarà fondamentale per comprendere tutta la vicenda riconoscere che lui è diventato quello che era per responsabilità di uno Stato che sul fronte delle tossicodipendenze, a parte risposte normative di difficile gestione e politiche repressive, non aveva la capacità di trovare risposte valide e delegava ai privati la gestione della situazione (girandosi dall’altra parte per come questa veniva realizzata, quasi come una sorta di extraterritorialità simile a quella della vicina San Marino). «Era come se la giurisdizione finisse davanti alla sbarra di San Patrignano» scrive Gigi Riva (L’Espresso, 10 gennaio 2021) e questo era dovuto non solo alle influenze e agli appoggi goduti dalla comunità ma in particolare allo scarico del problema da parte delle istituzioni, che non avevano la forza o la capacità di affrontarlo.

Ancora oggi, personalmente, ritengo incomprensibile come rispetto a un tema complesso come quello delle tossicodipendenze con interconnessioni con la criminalità organizzata chiare da tempo non ci sia la volontà politica e il coraggio, insieme con il potenziamento delle strutture pubbliche sul territorio per venire incontro alle esigenze derivanti dalle dipendenze, di cambiare l’ottica per affrontare in modo più realistico e utile le problematiche, chiaramente coinvolgendo gli altri paesi dell’Unione Europea in un quadro di collaborazione reale non solo in un’ottica repressiva ma finalmente anche in termini propositivi.

Carlo Sorgi

Carlo Sorgi, magistrato, è presidente della sezione lavoro del Tribunale di Bologna.

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