Scuola e contagi tra semplificazioni e non detti

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I dati sui contagi nelle scuole piemontesi resi finalmente noti dalla Regione Piemonte e commentati da Alessandro Ferretti (https://alessandroferrettiblog.wordpress.com/) ci dicono che il personale della scuola in questi mesi si è ammalato da due a quattro volte di più del resto della popolazione. Sostenere che la scuola è «il luogo più sicuro» è, dunque, una sciocchezza. Facile retorica, che lasciamo alla ministra dell’Istruzione. La scuola “in presenza” (ossia la “vera” scuola), per come oggi è organizzata comporta rischi non trascurabili per chi la frequenta, soprattutto per i docenti e il personale ATA, mentre la giovane età preserva per lo più bambini e ragazzi dal pericolo di sviluppare la malattia, o di svilupparla in forma grave. Di qui deve partire – credo – chiunque voglia affrontare con serietà le problematiche legate alla gestione della scuola in tempo di pandemia. Anche chi in questi mesi, e in questi giorni, manifesta giustamente per la «priorità alla scuola».

Detto questo, i dati non parlano da soli e non forniscono, da soli, indicazioni sulle politiche da intraprendere. Vanno interpretati, confrontati con altri dati (possibilmente omogenei), inseriti nel contesto.

Nel caso specifico, non mi sembra corretto attribuire al luogo di lavoro, anziché ai trasporti, la causa del grosso dei contagi negli istituti superiori. Ferretti lo sostiene a partire dalla constatazione delle maggiori percentuali di positività al Covid che si sono registrati nella scuola d’infanzia rispetto alle superiori, senza che si possa ipotizzare che il personale della materna, e tanto meno i bambini, trascorrano sui mezzi pubblici più tempo degli altri. Il confronto così impostato mi sembra tuttavia poco significativo, date le abissali differenze tra i due ordini di scuola: alla materna il personale si contagia per il contatto stretto con bambini, quasi sempre asintomatici, che non riescono a tenere le distanze, né sono tenuti a farlo in base agli attuali protocolli; i ragazzi e le ragazze delle superiori, come gli studenti dell’università, invece, le distanze sono in grado di rispettarle (nonostante le aule spesso ancora piccole e sovraffollate), ma sono costretti ad ammassarsi sui mezzi pubblici per arrivare a scuola. Chi, come me, vive in un comune di media grandezza con istituti superiori frequentati per più della metà da studenti residenti nelle zone limitrofe, ha visto con i propri occhi la follia degli autobus sovraccarichi alla fine e all’inizio delle lezioni. E si è chiesto come è stato possibile concentrarsi sui banchi mono-posto e trascurare un “dettaglio” come questo, che avrebbe potuto – potrebbe ancora – essere affrontato stabilendo entrate e uscite scaglionate (metà studenti a scuola dalle 8.00 alle 13.00, metà dalle 9.00 alle 14.00) e riorganizzando di conseguenza il trasporto locale.

Utile fino a un certo punto ‒ mi sembra ‒ è anche comparare il tasso di contagiosità dei lavoratori della scuola con quello della popolazione piemontese generale. Che chi lavora al chiuso a contatto con altre persone sia più esposto al contagio dell’italiano medio, tenendo conto della larga fetta della popolazione oggi sostanzialmente confinata in casa, dai pensionati ai disoccupati ai lavoratori in smart working, è quasi un’ovvietà. Molto più interessante sarebbe confrontare il tasso di contagio tra i lavoratori della scuola e quelli di altri comparti che sono rimasti aperti in questi mesi: le fabbriche, in primis, anche quelle di beni non di prima necessità, o i centri commerciali. O i bar e i ristoranti all’ora di pranzo. Esistono dati per aiutarci a capire? Non lo so. Ancora una volta la mancanza di trasparenza e lo stato comatoso in cui versa il sistema dell’informazione nel nostro paese compromettono la possibilità di un dibattito realmente democratico, che non coinvolga solo gli specialisti.

C’è poi, in ogni caso, la questione della scala di priorità. Posto che il “rischio-zero” non esiste, che cosa va tenuto aperto il più possibile, salvo il verificarsi di un vero e proprio stato di necessità? Che cosa può essere chiuso con più disinvoltura? Ciò che si “produce” a scuola (secondo il lessico aziendalistico ormai invalso anche nel mondo della conoscenza) può essere messo sullo stesso piano di ciò che sforna una fabbrica di automobili o di cioccolatini? Intorno a noi molti paesi europei, pur introducendo drastiche misure di lockdown, hanno scelto durante la “seconda ondata” di tenere aperte le scuole di ogni ordine e grado, salvo quarantene e chiusure mirate in caso di focolai (https://www.ilpost.it/2020/11/27/scuole-principali-paesi-europei/). A fronte di questa scelta, la loro curva dei contagi nelle ultime settimane non ha avuto un’evoluzione molto diversa dalla nostra (penso in particolare a Francia, Spagna e Germania, tre paesi in cui la frequenza delle lezioni in classe ha continuato a essere per lo più garantita). Come è stato possibile? Anche su questo aspetto sarebbe interessante avere qualche informazione in più. Cercheremo di reperirla e di mettere a confronto le politiche adottate da diversi paesi europei in una “Talpa” di Volerelaluna di prossima pubblicazione, interamente dedicata al diritto all’istruzione.

Ultima osservazione sui dati forniti dalla Regione Piemonte, che documentano il calo dei contagi successivamente al passaggio alla didattica a distanza. Bisogna concludere: evviva la DAD? Meno male che esiste la DAD, certo, per far fronte a situazioni fuori controllo e assicurare comunque una qualche attività didattica senza compromettere la salute di studenti e lavoratori della scuola (ai quali, comunque, è già stata riconosciuta una specifica tutela in caso di “fragilità”). Ma la DAD non può essere la comoda foglia di fico che nasconde il sostanziale disinteresse della politica per il mondo dell’istruzione, il più facile da chiudere perché non comporta la necessità di costosi “ristori”. Se la scuola oggi è un luogo in cui ancora molti, troppi, si contagiano – in Piemonte, per lo meno; interessante sarebbe il confronto con altre regioni – si tratta di chiedersi come renderla più sicura, attraverso la rimodulazione degli orari, il potenziamento dei trasporti, le attività di screening e tracciamento, i protocolli sanitari certi ed effettivamente funzionanti (su cui in Piemonte regna tuttora una confusione estrema). La strada del “tutti a casa” è certo la più veloce ed efficace per contenere la pandemia, ma comporta drammatici costi in termini di dispersione scolastica, accentuazione delle diseguaglianze, perdita di apprendimenti, impoverimento emotivo e relazionale. Non mi dilungo su questi aspetti, che sono stati evidenziati da più parti (cfr. ad esempio https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/06/11/perche-la-didattica-a-distanza-non-e-scuola/). Ciò che oggi chiede con forza il comitato Priorità alla scuola, come gli studenti e i docenti che a vario titolo e in varie parti d’Italia si stanno mobilitando, non è una riapertura delle scuole “purchessia”, ma una riapertura “sostenibile” e intelligente, che tuteli il più possibile il diritto all’istruzione non contro, ma insieme, al diritto alla salute di studenti e lavoratori. Uscendo dalla logica del “tutto o niente” ed elaborando strategie flessibili, suscettibili di essere modulate a seconda della gravità della situazione (nel caso del riacutizzarsi della crisi sanitaria, ad esempio, la presenza al 50%, con frequenza a settimane alterne è sempre meglio della chiusura completa). Ma sempre tenendo ferma la centralità del diritto all’istruzione e all’educazione dei più giovani.

Così si chiudeva la petizione che Priorità alla scuola ha indirizzato il 2 novembre a Presidente del Consiglio e Presidenti di Regione: «Chiediamo […] che le scelte di Governo e Regioni siano all’altezza di quelle dei principali partner europei: restiamo in Europa, non solo in termini monetari e finanziari, ma in materia di diritti e di rapporti tra Stato e cittadini e cittadine. […] Le scuole siano mantenute aperte, in presenza, in continuità, in sicurezza. Chiediamo che le risorse siano indirizzate a tal scopo: potenziando finalmente i servizi scolastici in ogni territorio del Paese, facendone un presidio di salute e di istruzione; potenziando il trasporto pubblico necessario per lo spostamento di studenti e studentesse delle scuole superiori; potenziando la sanità, a tutela della generale salute pubblica». Ecco, credo che oggi si debba continuare a chiedere, con ostinazione, le stesse cose. Per non ritrovarsi, dopo la pausa natalizia, a riaprire le scuole ancora impreparati. E per non essere costretti a richiuderle subito dopo, di fronte alla (probabile) “terza ondata”.

Valentina Pazé

Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: In nome del popolo. Il potere democratico (Laterza, 2011) e Cittadini senza politica. Politica senza cittadini (Edizioni Gruppo Abele, 2016)

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