Il Covid-19, il partito della crescita e il nostro futuro

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Nei primi mesi della pandemia lo slogan più diffuso – tra arcobaleni, bandiere e previsioni un po’ mielose – è stato «niente sarà più come prima». Al termine della “prima ondata”, peraltro, il promettente slogan è stato rapidamente sostituito da progetti e pratiche all’insegna della più acritica continuità con il passato, come se la pandemia fosse stata una parentesi (alla fin fine fortunata perché veicolo di nuove appetibili risorse da sfruttare cinicamente e senza troppi scrupoli). Basta guardare, nel nostro Paese, ai contenuti del piano Colao (https://volerelaluna.it/commenti/2020/04/13/coronavirus-fase-2-guai-ai-poveri/) e alle pretese di Confindustria (https://volerelaluna.it/controcanto/2020/05/06/le-voci-del-padrone/) riassumibili nel «vogliamo tutto» di sessantottina memoria ripescato, con evidente deformazione, da Carlo Bonomi (https://volerelaluna.it/commenti/2020/08/30/chiagne-e-fotte-il-capitalismo-fragile-di-carlo-bonomi/), non pago del fatto che nei mesi della crisi sanitaria ed economica i profitti dei più ricchi siano aumentati ovunque (https://volerelaluna.it/economie/2020/10/12/arricchirsi-nella-tempesta-covid-19/).

Oggi, mentre la pandemia ricomincia a colpire con durezza, un agile libro (Radical Choc. Diritto alla salute, collasso climatico e biodiversità, Castelvecchi) di Giuseppe De Marzo, instancabile animatore di movimenti e della Rete dei Numeri Pari, indaga le ragioni di questo apparente paradosso e indica le strade alternative possibili e necessarie. Il libro è esplicito sin dal titolo e i suoi passaggi serrati: non ci sono vie di mezzo; se vogliamo salvarci dobbiamo scrivere una storia totalmente nuova. Eccone i passaggi più rilevanti, volutamente proposti con richiami testuali.

Primo. «Pensavamo di essere sani in un mondo malato!» (p. 14). Eppure dagli anni Settanta sono comparse nel mondo circa quaranta nuove patologie, con una media di una all’anno, tutte trasmesse da animali e legate ad attività antropiche: perdita di habitat naturali, aumento dell’allevamento intensivo, urbanizzazione selvaggia, caccia di animali selvatici. L’alterazione di equilibri naturali conservati da migliaia di anni ha conseguenze dirette e immediate sulla nostra salute. Ma noi – l’umanità e chi, in essa, ha più potere – eravamo volutamente ciechi. Ora, almeno per un momento, il Covid ci ha risvegliati e ha evidenziato l’interconnessione e l’interdipendenza dei fenomeni «con cui misuriamo la nostra vita e la nostra sopravvivenza sulla terra: il collasso climatico, l’emergenza sanitaria, la salute pubblica, la sicurezza alimentare, la sicurezza economica, le migrazioni, il lavoro, l’energia» (p. 13).

Secondo. Le pandemie (il Covid, quelle che l’hanno preceduto e quelle che lo seguiranno), pur nella loro tragicità, sono solo la punta dell’iceberg di una condizione sempre più compromessa dall’azione dell’uomo. «Secondo l’OMS sono oltre sette milioni i morti ogni anno riconducibili all’inquinamento dell’aria. […] L’Agenzia europea per l’ambiente ha stimato che in Italia le morti premature da esposizione a lungo termine a polveri sottili (Pm10 e Pm2,5), biossido di azoto (No2) e ozono (O3) sono superiori alle 80.000» (p. 20). È un numero impressionante di persone che muoiono, una vera e propria strage silenziosa che potrebbe e dovrebbe essere evitata. E, invece, «ogni anno è peggio eppure non se ne parla e, soprattutto, non si fanno progetti e investimenti per contrastare la prima causa di morte nel nostro Paese. Niente campagne sui giornali o martellanti trasmissioni televisive che intervistano i parenti delle vittime, costruendo storie capaci di orientare il consenso attraverso l’emotività, come avviene per quasi tutto il resto» (p. 21).

Terzo. Tutto questo non accade per caso. La ragione sta in un sistema economico che ha come unico obiettivo l’arricchimento individuale e lo sfruttamento illimitato della natura e che ignora (finge di ignorare) l’impossibilità di una crescita infinita in un mondo dalle risorse limitate. Per questo sistema economico e per il pensiero unico che lo sostiene le epidemie, i milioni di vittime e le parallele macroscopiche disuguaglianze economiche e sociali sono il prezzo da pagare alla crescita o, al più, “effetti collaterali” dello sviluppo. È, nel senso letterale del termine, un’economia di rapina, con due corollari inscindibili: l’avvenuta saldatura tra collasso ambientale e disuguaglianze e il carattere di vera e propria guerra assunto dal rapporto tra sistema economico e natura.

Quarto. In questo contesto, a fianco di chi continua finanche a negare la crisi ecologica (non solo Trump e Bolsonaro) c’è chi – ponendosi apparentemente su un piano diverso – invoca una “crescita verde”. Si spaccia così per soluzione un autentico inganno: la crescita verde è impossibile, semplicemente perché non esiste (p. 60). La crescita a cui si fa riferimento con tale termine, infatti, non solo «non ha mai garantito la giustizia sociale e l’accesso equo alle risorse per tutte e tutti, ma non garantisce la sostenibilità ecologica [perché] preleva di più rispetto a quanto la Terra è in grado di rigenerare. […] Continuare a sostenere la crescita “verde” come la strategia da perseguire per coniugare le ragioni dell’economia e quelle dell’ambiente rappresenta la più grande e insidiosa bugia raccontata agli umani» (p. 61).

Quinto. «Ha ragione Boaventura De Sousa quando ci ricorda che “la forma più violenta e ingiusta della dominazione capitalista, colonialista e patriarcale è stata la diffusione dell’ordine naturale delle cose”. Farci credere che non ci sia alternativa all’ordine naturale del capitalismo e del liberismo economico. Ma in realtà le alternative ci sono sempre. Bisogna condividerle e portarle avanti con tutti quei soggetti sociali, sindacali, imprenditoriali e politici disposti a costruire un nuovo inizio» (p. 62). Per uscire dalla spirale di distruzione in cui ci stiamo avvolgendo ciò che deve essere messo in discussione e definitivamente abbandonato è il concetto stesso di crescita. Quello attuale «non è un modello di sviluppo ma un sistema che produce esclusione sociale, distruzione ambientale ed ecologica» (p. 36) minacciando non solo il futuro delle generazioni che verranno ma il nostro stesso presente, come la pandemia in atto dimostra. Al contrario un modello ispirato alla giustizia ambientale ha un obiettivo chiaro e comprensibile: realizzare «il principio che tutte le persone hanno diritto ad essere protette dall’inquinamento ambientale, a vivere in un ambiente sano e a poterne godere» in condizioni di uguaglianza (p. 36, nota 9). Non è un’utopia o un’illusione ma una strada già tracciata e percorsa dai movimenti per la giustizia ambientale ed ecologica e dalle comunità indigene del Sud del mondo, sottovalutati dai media e dalla politica ma che «hanno portato a cambiamenti culturali profondi, visibili anche in nuove costituzioni come quella dell’Ecuador» (p. 72). Certo non sarà una strada facile. «È da stupidi o ingenui aspettarsi autoriforme e cambiamenti positivi. Non avverranno. Anzi, le necessità del sistema, la sua spasmodica ricerca di energia, materie prime, spazio bioriproduttivo, nuovi schiavi, lo porteranno ad essere ancora più feroce e cinico» (p. 49). E, nondimeno, la possibilità stessa di un futuro sta in «politiche economiche che ci consentano di produrre dentro i limiti del pianeta, rispettando le capacità di autogenerazione e autorganizzazione, perché la salute della Terra e la nostra sono inseparabili» (p. 58).

Questo – e tanto altro – sta scritto in Radical Choc. Accompagnato da due considerazioni che dovranno accompagnarci nei mesi e negli anni a venire. Anzitutto: si poteva utilizzare il dramma del Covid-19 per rivedere le nostre politiche sulla crescita e ripensarle per garantire innanzitutto la salute e il lavoro (https://volerelaluna.it/commenti/2020/05/27/nemesi-e-cura-del-mondo/). Non lo si è fatto e ne vediamo le conseguenze. Dunque, impariamo la lezione. In secondo luogo, c’è un problema: «le due famiglie del Novecento, quella socialista e quella conservatrice popolare, che dovevano sfidarsi su progetti politici differenti, convergono oggi su un’unica visione del modello economico che al massimo concede all’opinione pubblica l’illusione benevola della crescita “verde”. Il partito della crescita economica è il vero partito di maggioranza sia nel Parlamento europeo, sia in quello italiano» (p. 61). È un fatto, ma esserne consapevoli è la base per cambiare. Sapendo che un mutamento profondo come quello necessario, in termini culturali, produttivi, politici, sociali, «non avviene senza un conflitto. Dircelo, ci porta ad accettare il peso della responsabilità di organizzarlo per renderlo democratico» (p. 69).

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

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