Rider, non c’è limite al peggio

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Sembra che non ci sia limite al peggio! Nel mondo del lavoro stiamo assistendo ad avvenimenti gravissimi, che mettono in discussione principi consolidati in tema di diritti.

Conosciamo tutti il fenomeno della consegna di cibo e altro a domicilio, che ha creato un settore assai florido dell’economia, fortemente rafforzato in questo periodo dal lockdown determinato dalla pandemia da Covid-19. Sono sorte, così, numerose imprese che hanno saturato il mercato e che hanno fatto ricorso all’attività lavorativa dei più disperati tra coloro che cercano un lavoro.

Uber, Glovo, Deliveroo, Eats sono nomi che abbiamo imparato a conoscere e, in particolare, abbiamo imparato a conoscere i giovani che con le pettorine delle varie aziende, scorrazzano per le città, con qualunque tempo per consentirci di approvvigionarci di cibo. Si è, così, venuta a creare una forma di rapporto di lavoro sconosciuta in precedenza e che aveva e ha bisogno di una classificazione.

Per lungo tempo, i rider, o ciclofattorini, sono rimasti privi di tutela ed esposti alle decisioni del datore di lavoro, sia in punto retribuzione che in tema di salvaguardia dei loro diritti (alla salute, all’incolumità, alla previdenza). Lentamente, poi, hanno cominciato a organizzarsi e a rivendicare i loro diritti.

È nota la sentenza della Corte di Cassazione, Sezione Lavoro del 24 gennaio 2020 n. 1663 (https://volerelaluna.it/lavoro-2/2020/02/11/i-riders-hanno-diritto-a-tutte-le-tutele-del-lavoro-subordinato-parola-di-cassazione/) che ha definitivamente risolto il contenzioso tra lavoratori rider di Uber e società, stabilendo che a essi doveva essere applicata la normativa del rapporto di lavoro subordinato, indipendentemente dalla qualificazione giuridica (rapporto di lavoro autonomo o subordinato) loro attribuita. Recente è, poi, l’azione della Procura della Repubblica e del Tribunale di Milano che ha commissariato Uber Italy e ha emesso vari provvedimenti cautelari nei confronti dei responsabili aziendali della società per il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, oltre a vari reati fiscali: il manifesto del 13 ottobre 2020 pubblicava un articolo dal titolo esaustivo della situazione “Uber sfruttava rider disperati a tre euro l’ora”.

Intanto le aziende del settore si sono riunite in un’associazione sindacale, denominata Assodelivery e analogamente le organizzazioni sindacali dei lavoratori hanno cominciato, sia pur tardivamente, a occuparsi del problema. È nato, così, su iniziativa del Governo, intervenuto per trovare una soluzione al problema che si faceva incandescente, un tavolo sindacale, una sorta di osservatorio permanente, presieduto dal Ministro del lavoro e composto dai rappresentanti dei datori di lavoro e delle organizzazioni sindacali dei lavoratori più rappresentative. Ed è iniziata un’intensa attività negoziale: nelle more della stipula di un contratto collettivo nazionale per il settore, si è prevista l’applicazione del CCNL del settore Logistica, il più simile per il tipo di attività, all’attività di consegna di cibo a domicilio. Fin qui, tutto bene, nel senso di una normale dialettica tra datori di lavoro e lavoratori, con l’intermediazione del Governo.

Ma a questo punto è nata l’iniziativa che mi ha portato a scrivere «sembra che non ci sia limite al peggio»! Infatti, mentre si svolgeva la trattativa al tavolo organizzato dal Ministro del Lavoro, Assodelivery ha iniziato una trattativa segreta e parallela con un’organizzazione sindacale, l’UGL che non risulta «comparativamente più rappresentativa sul piano nazionale» rispetto a CGIL, CISL e UIL, firmatarie di quel contratto collettivo nazionale Logistica di cui si era stabilita l’adozione provvisoria. Tale trattativa ha portato alla stipula di un «contratto collettivo nazionale per la disciplina delle attività di consegna di beni per conto altrui, svolto da lavoratori autonomi, c.d. rider», contratto che è stato trasmesso al Ministero il 16 settembre 2020.

Il Ministero ha risposto il giorno successivo con una durissima lettera con la quale contestava la validità e la legittimità di quel contratto perché non rispettava i parametri di legge, non era sottoscritto dalle organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale, prevedeva un compenso legato al numero di consegne, a cottimo, contra legem, non prevedeva un compenso minimo garantito e conteneva la qualificazione del rapporto di lavoro come autonomo, mentre tale potere di determinazione spetta solamente al giudice. Anche le organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL hanno contestato l’atteggiamento inaccettabile di Assodelivery, definendo quel contratto una «finta operazione di miglioramento delle condizioni di lavoro dei rider» che riconduceva al cottimo l’attività di quei lavoratori, cui non verrebbero retribuite malattia, tredicesima, ferie e maternità.

In tale situazione di palese violazione di norme e di specifiche indicazioni provenienti anche dal Ministero, si inserisce, ora ‒ ed è l’aspetto che maggiormente indigna e segna il passaggio della vicenda da questione giuslavoristica a fattispecie penale ‒ il comportamento di una delle associazioni del settore, Deliveroo Italy, che ha inviato a tutti i lavoratori suoi collaboratori, circa 8000 (!), una e-mail in cui comunica l’avvenuta adozione del CCNL Assodelivery-UGL, che entrerà in vigore il 3 novembre 2020, affinché coloro che intendono proseguire la loro attività con Deliveroo firmino un nuovo contratto che ne recepisca le direttive. La e-mail Deliveroo conclude: «Se non firmerai il nuovo contratto di collaborazione entro il 2 novembre, a partire dal giorno 3 novembre non potrai più consegnare con Deliveroo poiché il tuo contratto non sarà più conforme alla legge. Se non desideri continuare a consegnare con Deliveroo secondo i termini previsti dal CCNL, questa e-mail costituisce il preavviso formale della risoluzione del tuo attuale contratto che terminerà il giorno 2 novembre 2020»!

Dunque, davvero non c’è limite al peggio! Si tratta, all’evidenza, di un comportamento che contiene un’aperta minaccia a lavoratori che si trovano notoriamente in condizioni di grave disagio economico e sociale: o firmi questo contratto o sei licenziato!

Non solo vi è un comportamento che pare contenere tutti gli elementi del reato di estorsione, quanto meno nella  forma (attuale) del tentativo, ma si tenta, attraverso questo escamotage contrattuale, di capovolgere il principio storicamente radicato in campo sindacale per cui il Sindacato acquisisce la rappresentanza dei lavoratori e poi stipula il CCNL; invece, così facendo, prima si firma il contratto individuale di lavoro e poi si ottiene l’adesione di fatto dei lavoratori all’organizzazione sindacale firmataria del CCNL. Insomma, una situazione che merita di essere combattuta sotto tutti i punti di vista, sia sotto quello della tutela dei diritti dei lavoratori, sia sotto quello del rispetto della rappresentatività sindacale e del rapporto tra lavoratori e organizzazioni sindacali.

A fronte di ciò l’associazione “Comma2-Lavoro è Dignità” (composta prevalentemente da avvocati e docenti universitari operanti nel campo del diritto del lavoro) ha ritenuto imprescindibile intervenire nella sua qualità di associazione che ha, tra gli scopi statutari – sul presupposto che «l’iniziativa economica privata non possa svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (art. 41 comma 2) e che sia compito della Repubblica tutelare il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni al fine di affermare e regolare i diritti del lavoro (art. 35)» – quello di «promuovere e tutelare i diritti dei lavoratori». Conseguentemente ha deciso di presentare in numerose Procure della Repubblica, attraverso alcuni suoi iscritti, esposti-denuncia volti a far verificare dall’autorità giudiziaria se si ravvisino nel comportamento di Deliveroo Italy gli elementi tipici della fattispecie del reato di estorsione, elementi che possono essere indicati nella presenza evidente della minaccia di licenziamento, nel profitto ingiusto che deriverebbe all’azienda che potrebbe applicare un contratto a lei più favorevole e nel corrispondente ingiusto danno per i lavoratori.

Gli esposti-denuncia sono stati, ad oggi, presentati presso le Procure di Torino, Roma e Napoli e saranno seguiti da altre denunce depositate anche a Bologna, Milano e Firenze. La ragione della presentazione presso più Procure risiede nella difficoltà di individuare con certezza la Procura competente territorialmente che, ad oggi, pare ravvisabile nel luogo in cui ogni lavoratore ha ricevuto la e-mail di minaccia.

Spetta ora all’Autorità Giudiziaria verificare la sussistenza del reato e la competenza territoriale.

Sembra che la notizia del comportamento di Deliveroo Italy abbia destato l’attenzione non solo delle organizzazioni sindacali più rappresentative, ma anche di alcune forze politiche, che hanno preannunciato la presentazione di interpellanze sul punto. A queste future iniziative si deve aggiungere la sperabile opposizione alla iniziativa di Deliveroo Italy da parte del Ministro e del Governo, che appare probabile alla luce della durissima lettera con cui il Ministero ha stigmatizzato il comportamento di Assodelivery.

Una volta tanto, e di fronte al peggio del peggio, attendiamo fiduciosi gli sviluppi.

Roberto Lamacchia

Roberto Lamacchia, avvocato in Torino, è presidente dell’Associazione nazionale Giuristi democratici

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