Stati Uniti: la democrazia alle corde

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Gli Stati Uniti stanno vivendo uno dei momenti più difficili della loro storia, caratterizzato non soltanto da una pandemia che ha già fatto più di 200.000 morti, ma, soprattutto, da una crisi al tempo stesso economica, sociale e politica come non si era mai vista prima. Si tratta di un mix che potrebbe rivelarsi esplosivo.

Mentre infatti, nonostante estemporanee dichiarazioni di segno opposto, la disoccupazione che coinvolge i lavoratori meno qualificati continua ad aumentare, le domande per ottenere il relativo sussidio raggiungono cifre da capogiro e l’attesa è di 40 milioni di sfrattati nel giro di pochi mesi, la rabbia sociale di chi si sente abbandonato da un sistema politico e giuridico che tutela e arricchisce soltanto l’1 per cento della popolazione, gettando nel baratro dell’insicurezza economica tutti gli altri, ha portato in piazza fino a 26 milioni di persone.

Da tempo in molti si domandavano come mai quel 90 per cento di americani che dalla fine degli anni ’80 ha visto diminuire la propria quota di partecipazione alla ricchezza nazionale (https://www.statista.com/statistics/299460/distribution-of-wealth-in-the-united-states/) e, soprattutto, quel 50 per cento più povero che da allora si è addirittura impoverito di molto, in particolare nelle sue fasce più deboli (https://www.federalreserve.gov/releases/z1/dataviz/dfa/distribute/chart/#range:2005.1,2020.1), non protestassero. Ciò che fino a ieri conteneva la rivolta sociale era forse l’illusione di una possibile crescita per tutti e non solo per pochissimi; oppure era la segreta speranza (alimentata dal mito della land of opportunities goduto dagli Stati Uniti), che fino a ieri gli americani sembravano nutrire, di essere individualmente in grado di fare il cosiddetto “salto della corsia”, ossia di poter ciascuno a modo proprio saltare dalla corsia dei lenti e dei poveri a quella dei veloci e dei ricchi. Sia come sia, la pandemia ha fatto venire i nodi al pettine, mettendo quel 60 per cento della popolazione americana che si è accorta di non farcela con le proprie risorse a resistere a una crisi più lunga di tre mesi (https://www.federalreserve.gov/econres/notes/feds-notes/assessing-families-liquid-savings-using-the-survey-of-consumer-finances-20181119.htm) di fronte a un futuro di insicurezza senza precedenti, cancellando ogni sogno o illusione di un miglioramento prossimo venturo della propria condizione economica. È così che si spiegano le rivolte di piazza, fatte di roghi e di morti ammazzati, ma anche di vere e proprie milizie che si fronteggiano (vedi filmato qui sotto), pericolosamente armate fino ai denti come a Louisville, Ky, dove i neri, che chiedono giustizia e parità di trattamento da parte di una polizia violenta e di un sistema giuridico discriminatorio, sono anche la fascia più povera e a rischio di estrema indigenza di tutta la popolazione americana. Stufe di un sistema che consegna alla disperazione del disagio esistenziale ed economico la metà degli americani e non riesce a liberarsi del razzismo che lo ha contrassegnato fin dalla sua origine, le persone (bianche, nere e marroni) chiedono oggi con forza un cambio di rotta, in un clima in cui la paura di perdere quel poco che hanno, nell’attuale difficile congiuntura economica, spinge un’altra parte della popolazione (bianca) a imbracciare le armi contro i rivoltosi.

Nel clima da guerra civile che attraversa gli Stati Uniti, sotto il profilo politico-istituzionale la lotta per lo scranno presidenziale che nelle elezioni del prossimo 3 novembre vedrà contrapporsi Trump (l’incumbent) a Biden (il candidato democratico scelto con le primarie) non poteva davvero presentarsi più drammatica.

Girando a suo possibile vantaggio la pandemia in corso, Trump ha da subito posto le basi per mettere in dubbio il risultato elettorale – qualora a lui sfavorevole ‒ accusando di sicuri brogli quella votazione per posta che il Coronavirus ha reso indispensabile e che già si sta espletando in molti Stati. Dopo che il Cares Act di marzo ha omesso di finanziare adeguatamente un Postal Service in grande affanno (diretto oggi da Louis DeJoy, un ex importante sovvenzionatore del presidente), il serio rischio di forti ritardi nella consegna delle schede elettorali (che potranno non arrivare per tempo come già è successo in vari Stati durante le primarie) e nel loro conteggio (si pensi che nello Stato di New York a sei settimane dal voto non tutte le schede elettorali delle primarie democratiche erano state spogliate!) si presenta, a dire il vero, quale facile ragione di controversia nell’ipotesi in cui uno dei due contendenti non ottenga subito una vittoria schiacciante (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/08/01/usa-scenari-di-fantapolitica/). E se quest’ultima è una eventualità difficile da immaginare, perfino Biden potrebbe profittare di un probabile caos post-elettorale derivante dal voto per posta, giacché Hillary Clinton gli ha già consigliato di non accettare una sconfitta di misura senza combattere.

Così, mentre a livello statale, e in particolare nei cosiddetti swing states come Wisconsin, Pennsylvania, North Carolina e Michigan, le liti giudiziarie sul voto per posta sono già iniziate ‒ perché non ci si accorda per esempio sulla data entro cui devono essere ricevute le schede elettorali o sul numero di eventuali appositi luoghi in cui deporle, o ancora sulla necessità della firma di un testimone o sulla possibilità che terzi raccolgano le schede per depositarle o ancora se e quanto le buste debbano essere intatte perché siano validamente spogliati i voti (https://www.nytimes.com/2020/09/24/us/politics/trump-election-voting-rights.html) – la vera battaglia legale sembra destinata a riguardare i risultati del 3 novembre.

Già prima della scomparsa, a sei settimane dal voto, di Ruth Bader Ginzburg ‒ seconda giudice donna dopo Sandra O’ Connor alla Corte Suprema, paladina della parità di genere e per questo meglio conosciuta come “notorious RBG” ‒ una lotta politica inedita sembrava così fare da contrappunto a una altrettanto inedita protesta sociale. L’improvvisa dipartita della Ginzburg, con ciò che ne può seguire, qualora essa venga sostituita prima delle elezioni di novembre (come sembra accadrà), apre però scenari di conflitti istituzionali perfino più inediti e preoccupanti per la tenuta del sistema.

Mai è accaduto nella storia degli Stati Uniti che un giudice della Corte Suprema sia stato rimpiazzato a una distanza così breve dalle elezioni presidenziali, che riguardano peraltro anche un terzo del Senato (la cui maggioranza, oggi repubblicana, dopo il voto potrebbe cambiare) e tutta la House of Representatives. Il caso in cui si è andati più vicini è stato quello del Chef Justice Evans Hughes, ritiratosi a 150 giorni dalle elezioni presidenziali nel 1916 e sostituito prima del voto di novembre di quell’anno. Recentemente a Obama, che voleva nominare il sostituto di Antonin Scalia deceduto nel febbraio del 2016 (a 269 giorni dal voto), Mich McConnell, il leader della maggioranza repubblicana in Senato, aveva opposto il principio secondo cui per ragioni di democrazia avrebbe dovuto essere il nuovo presidente a scegliere il suo successore.

Si tratta certamente di un principio ragionevole giacché, da quando con il famoso caso Marbury v. Madison del 1803, il supremo organo giurisdizionale statunitense ha assunto un ruolo fondamentale nel disegnare la mappa delle libertà costituzionali cui tutti gli Stati devono attenersi, modificare la composizione della Corte Suprema significa determinare il panorama dei diritti di cui potranno godere i cittadini americani nel prosieguo. Quando la sostituzione di un giudice della Corte Suprema è molto a ridosso delle elezioni è giusto quindi ‒ questo il ragionamento ‒ che siano il presidente e il Senato espressi dal voto popolare (sia pur con tutti i limiti al riguardo che non possono essere qui esaminati) a nominare e confermare chi potrà condizionare in maniera così incisiva le libertà fondamentali del popolo stesso.

I princìpi, si sa, contano però fino a pagina tre, perché dietro essi si celano sempre motivi di opportunità politica, che mai come oggi dimostrano di essere più forti di qualsiasi buona intenzione democratica. Operando un distinguo assai poco credibile, secondo cui ai tempi di Obama Senato e Presidente erano su fronti opposti a differenza di oggi, McConnell infatti non vuole lasciarsi scappare l’occasione di sostituire la giudice progressista con una giudice conservatrice e cattolica come Amy Coney Barrett, indicata da Trump a tambur battente già sabato scorso. Così i buoni propositi dei tempi in cui Obama aveva indicato Merrick Garland come successore di Antonin Scalia si sciolgono al sole di una nomina che potrà cambiare le sorti del panorama giuridico americano, rimettendo in discussione diritti come l’aborto, il matrimonio fra persone dello stesso sesso o quel poco di cura che l’Obama Care Act aveva assicurato ai più deboli. «Determinerà le sorti del diritto per i prossimi 50 anni» ha detto Trump durante un rally in Pennsylvania, riferendosi alla Corte Suprema così come integrata con la sua ultima designazione, «che sia la vita o il secondo emendamento». La Barrett, infatti, sarebbe la terza nomina in un solo mandato da parte di Trump ‒ un vero record ‒, ciò che sposterebbe definitivamente a destra la barra politica della SCOTUS (Supreme Court of United States).

La fretta con cui Mich McConnell, incurante di ogni principio democratico, intende procedere alla conferma della giudice che sostituirà la Ginzburg si spiega però anche in termini di prossima battaglia giudiziaria per le presidenziali, poiché con ogni probabilità (come si è visto) così come ai tempi di Bush v. Gore nel 2000, sarà la Corte Suprema, e non il popolo, a decidere chi vincerà.

Mai come oggi la democrazia statunitense sembra dunque messa alle corde: e ciò in un momento in cui qualunque cosa sarebbe meglio di una crisi politico-istituzionale come quella che si prospetta.

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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