Il mio ricordo di Rossana Rossanda

21/09/2020 di:

Quando Anna, domenica 20 settembre, mattina, mi ha telefonato per dirmi che qualcuno aveva letto la notizia sul manifesto – Rossana è morta – ho subito pensato a mia madre. La ragione più ovvia è che erano entrambe molto anziane, mia madre (scomparsa sette anni fa) 97 e Rossana 96. Erano ragazze del secolo scorso, che è il titolo bellissimo dell’autobiografia a metà di Rossana (a noi disse che stava scrivendo il seguito, diciamo dal ’68 in poi, e Anna e io commentammo tra noi: ci farà neri, a noi sessantottini e redattori del giornale). Ma immaginare persone più diverse tra loro è impossibile. Una aveva una radice mitteleuropea, era coltissima fin da giovane, tanto che Togliatti la indicò come responsabile culturale del poderoso Partito comunista, era stata partigiana e non aveva paura di fare scelte spericolate, come criticare l’invasione sovietica di Praga. L’altra era una contadina romagnola che aveva fatto la terza elementare (all’epoca usava così, i padri volevano che le figlie femmine non perdessero tempo con la scuola), anche se poi leggeva libri di nascosto la notte e ha continuato a farlo per tutta la vita, e ascoltava i miei deliri da giornalista comunista, eccetera; Elda, la mamma, era una persona molto buona e mite, di sicuro troppo vulnerabile.

E allora, perché mi è venuta in mente mia madre? Qualcuno sospetterà che considerassi Rossana una madre, a modo suo, e forse qualcosa di vero in questo c’è, così come ho considerato Luigi Pintor una sorta di padre in sostituzione del mio, defunto quando avevo 12 anni, benché nessuno dei due, io e Luigi, abbia mai anche solo accennato a qualcosa di simile, lui i figli li aveva già e lo impegnavano abbastanza, per usare un eufemismo.

Però, ecco, ho imparato moltissime cose, da questi due maestri severi e scostanti, con cui ho lavorato per vent’anni. Non solo un comunismo deviante (da Rossana, molto più vicino a Gramsci che a Stalin, per dire) e profondamente umano (da Luigi, che aveva un fiuto eccezionale per gli umori di quel che una volta si chiamava “popolo della sinistra”). Ho imparato a scrivere (non so quanto bene, non importa, parlo delle intenzioni che metto quando impugno una tastiera). Da Luigi il rigore della lingua e il tatto nell’accostarsi ai sentimenti, propri e altrui; da Rossana lo sguardo lungo e una sintassi indifferente alle forme, tanto che “passare” un suo pezzo era una gran fatica, lei badava a quel che voleva dire, e per arrivarci spalancava le forme della parola scritta.

Anna, domenica mattina, ha anche detto: con Rossana e dopo Luigi e la morte di Valentino, qualche anno fa, il cerchio si è chiuso. Non ho amato Valentino Parlato, gli volevo bene come a uno zio eccentrico, che non ti sta a sentire, aggrappato com’era al suo stile siciliano-comunista. Solo con il tempo ho capito quanto avevo imparato anche da lui: il saper vivere, non cercare di sbattere su tutti gli angoli, cioè il saper lasciar vivere. Neanche lui amava me, anche se non l’avrebbe mai ammesso, però eravamo indubbiamente parenti, in quella specie di famiglia caotica che era la redazione del manifesto, almeno fino a una certa epoca.

In una parola, siamo orfani. Ma con l’età si capisce finalmente che i morti non spariscono nelle loro tombe, anzi vivono con noi. Perciò mi rifiuto di cancellare dalla rubrica del mio telefono i numeri, e i nomi, di quelli che nel frattempo, troppo numerosi, se ne sono fisicamente andati. Come Piergiorgio, l’altro mio maestro, eminente grafico e creatore di giornali, ironico e coltissimo, che mi ha insegnato le sfumature e spinto per decenni a fare meglio quel che facevo, un titolo o un pezzo, un riassunto o un impaginato. Ricordo perfettamente dov’ero quando ho saputo che Piergiorgio, che era stato colpito da una emorragia cerebrale, aveva cessato di vivere: ero su una strada di campagna in Sardegna, mi sono fermato e con Anna abbiamo parlato a lungo di lui, di com’era prima che l’emorragia gli sconvolgesse il cervello, per cui parlava con un tono perfetto, pronunciava ogni parola con una esattezza gentile, ma diceva cose pazzoidi. E quando Anna, sua moglie, mi chiese di dire qualcosa al funerale, dentro una grande chiesa, a metà mi misi a piangere come un bambino.

È quel che mi è accaduto con tutte le persone che amavo e che sono morte. Angela e Astrit, ad esempio, morti in momenti diversi nella stessa clinica romana, quella dov’era finita la vita di Antonio Gramsci. Quand’è morto Franco, mio fratello maggiore e ormai, dopo 17 anni, minore. Quando è morto Antonello, con cui non perdevo l’occasione di litigare. Piangevo perché capivo che la perdita che subivo era tremenda, poi mi consolavo convincendomi che tutti loro sono ancora qui, sono presenti, mi rimproverano e mi accompagnano.

E adesso Rossana, che quando arrivai al manifesto era inaccessibile e severissima, o così pareva a me, finché un giorno, circa un anno dopo, io venivo da un’altra politica e da un altro giornale, sentii una mano sulla spalla, mentre trafficavo con la macchina da scrivere, e lei disse: «però, anche voi di Avanguardia operaia siete comunisti». Come una adozione. E fu anche per questo che il giorno dopo il 7 aprile del ’79, quando un gruppo di docenti e intellettuali fu rastrellato come cupola delle Brigate rosse, mi misi a disposizione di Rossana, cercando notizie, fatti, costruendo dossier ecc., perché lei, completamente sola in una Italia e una sinistra totalmente piegate alla necessità della repressione del terrorismo con qualunque mezzo, aveva deciso di tenere saldo il fondamento, la presunzione di innocenza e la contestazione dei metodi sommari con cui la gente veniva accusata e incarcerata. Un lezione di vita, direi.

Quando ebbe l’ictus che la paralizzò a metà, andammo a trovarla nella clinica svizzera in cui era ricoverata, e apparve letteralmente felice di vederci. Noi ce n’eravamo andati dal manifesto qualche anno prima per fare un periodico avventuroso che contraddiceva molte delle sue convinzioni, eravamo anti-sviluppisti, anti-statalisti e a favore della democrazia locale, badavamo più alla natura, la salute dei mari e dell’acqua, che alla produzione, in una parola era l’intero apparato di pensiero comunista novecentesco che contestavamo. Lei fu l’unica, della sua generazione e cultura, a cercare di interloquire, magari protestando, ma noi la invitammo a un seminario sullo zapatismo (i cui verbali furono poi pubblicati integralmente da uno dei maggiori quotidiani messicani, e il subcomandante Marcos, che come quelli della sua generazione si erano formati sulle proposte teoriche del manifesto e i dialoghi con Althusser, commentò affettuoso: «Ahi, Rossana…»).

Eppure dopo l’ictus, prima in Svizzera e poi nelle molte visite che Anna e io le facemmo a Parigi (poi si trasferì a Roma), lei si mostrò sempre più affettuosa, chiedeva notizie dei nipotini, del suo derelitto Paese, ci invitava a cena, e insomma sembrava quanto di più simile a una madre, o a qualcuno che badava alle persone della sua famiglia (che non eravamo solo noi, naturalmente, ma i molti che andavano a trovarla, le telefonavano, scrivevano cose su di lei e le chiedevano di scrivere…). E ha perfino letto il mio romanzo sul ’68, sussurrando poi con il filo di voce che le restava commenti favorevoli, con mia grande contentezza.

Pare si sia spenta in un soffio, il cuore ha semplicemente cessato di battere. E questa è una piccola consolazione. Eppure Rossana è qui, ho il suo numero parigino e quello romano. Prima o poi la chiamerò.