Arte e politica: la nave di Banksy per i migranti

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Quasi ogni giorno qualcuno mi rimprovera (in genere lo fanno “potenti” di varia natura): «ma perché non ti limiti a scrivere di quel che sai, di storia dell’arte?», «ma questa è politica, caspita, non storia dell’arte!», «ma perché buttarla in politica, se l’arte è così bella»? In questi casi, mi viene sempre in mente una frase di George Orwell: «La posizione secondo cui l’arte non dovrebbe aver niente a che fare con la politica è già una posizione politica». In altre parole, chi proclama la neutralità politica dell’arte, lo fa perché ha un’idea politica diversa, o opposta, all’artista o allo storico dell’arte che vorrebbe neutralizzare. Del resto, l’arte è politica: sempre. Nel senso che non esiste arte, per quanto privata e disimpegnata, che non abbia un valore e un rilievo per la comunità, per la polis.

Se c’è un’opera dei nostri giorni che lo dimostra pienamente, la nave “Louise Michel” dipinta dal più importante artista del nostro tempo, Banksy, quel nesso è fondante, essenziale, determinante.

Il Guardian ne ha raccontato la storia. Un giorno Pia Klemp, attivista antifascista per i diritti umani e animali e comandante di navi in missione umanitaria, ha ricevuto la seguente email: «Ciao Pia, ho letto la tua storia sui giornali. Sembri un tipo cazzuto. Sono un artista inglese, e ho fatto qualche opera sulla crisi dei migranti, e ovviamente non posso tenermi i soldi. Potresti usarli tu per comprare una nuova nave, o qualcosa del genere? Ottimo lavoro, comunque. Grazie. Banksy». Nonostante l’apparenza, non era uno scherzo: e oggi la barca esiste, ed è operativa. E la sua intitolazione a Louise Michel (1830-1905), straordinaria figura di anarchica francese che spese una vita intera per il diritto all’istruzione delle donne, senza mai piegarsi al dominio maschile, dà un’idea del grado di consapevolezza culturale dell’operazione.

La lettera di Banksy a Pia Klemp dovrebbe figurare in qualsiasi antologia di letteratura artistica del XXI secolo. Lo snodo concettuale centrale è questo: «ho fatto opere sui migranti, e ovviamente non posso tenere quei soldi. Quindi li devo investire per i migranti». In moltissimi murali disseminati in tutto il mondo (il più recente, bellissimo, è a Venezia) Banksy ha rappresentato l’umanità dei migranti, la loro sete di giustizia, la loro persecuzione. Lo scopo di queste opere è profondamente politico: servono a non far dormire le brave persone che sono convinte di vivere in stati democratici e di diritto. Come gli italiani: il cui governo, dove siede la “sinistra” di Pd e Leu, rinnova gli accordi omicidi con la Libia, e si guarda bene dall’abrogare i mostruosi decreti sicurezza Salvini-Di Maio-Conte.

Ma Banksy è un artista che si misura anche col, marcissimo, mercato dell’arte, traendone i fondi per finanziare la sua attività in tutto il mondo, e per vivere. Lo fa con una consapevolezza e un senso critico più unici che rari, che sono emersi in molti modi paradossali, e che ora arrivano al culmine nella dichiarazione per cui i soldi guadagnati con opere sui migranti devono tornare ai migranti. È l’esplicita teorizzazione di una concretissima responsabilità politica dell’arte. Che no, non è riducibile al denaro: una vera bestemmia, per la religione del nostro tempo.

Banksy “restituisce” quei soldi non solo attraverso il vitale soccorso in mare (la nave, che ha appena iniziato ad operare, ha già salvato 89 persone nel Mediterraneo), ma anche rappresentando un’esplicita attuazione del diritto di resistenza: il diritto di resistere ai poteri pubblici che violino diritti fondamentali della persona. Non per caso, sul sito della missione (https://mvlouisemichel.org/) il classico «Search and Rescue» è riscritto in «Solidarity and Resistance». Per questo Banksy ha reso noto il proprio ruolo, e – come comunica sempre il sito ufficiale – ha decorato personalmente la barca, facendone uno straordinario pezzo unico che, tra molti anni, finirà la sua vita gloriosa nella sala di un grande museo.

Così oggi chi vuol vedere, in questo scorcio d’estate, un’opera d’arte vera – in profonda comunione con il mare, con la natura umana e con la Politica con la P maiuscola –, può cercare, nei porti dell’Italia del Sud, la “Louise Michel”. Trovandola, potrebbe capitargli perfino di ritrovare se stesso.

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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One Comment on “Arte e politica: la nave di Banksy per i migranti”

  1. Purtroppo, caro Montanari, Banksy, Klemp e Michel (insieme a qualche sparuto milione di altri residui Umani), sono comete del “mondo alla rovescia”, oscurato da quello, corrente, in cui si ammazzano i Willy e i Floyd. Ma lei ha ragione: bisogna continuamente disturbare il sonno delle “brave persone”.

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