Scuola nel caos: la guerra di tutti contro tutti

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A pochi giorni dall’inizio del nuovo anno scolastico, fissato dal MIUR per il 14 settembre 2020, la scuola italiana vive una situazione di preoccupante caos che sembra divorare tutto e tutti, buon senso in primis. Il tema del diritto allo studio e della necessità di riaprire le scuole di ogni ordine e grado (dall’infanzia alle superiori), tema assolutamente centrale per la vita democratica di un Paese, ha generato uno scontro politico durissimo, dai tratti prevalentemente propagandistici ed elettorali, e un acceso dibattito pubblico, dai toni quasi sempre aggressivi e infarciti di imbarazzanti e denigratori luoghi comuni.

Dopo decenni di riforme scolastiche, fatte principalmente di riduzione della spesa e degli investimenti, accolte con indifferenza e superficialità dalla maggior parte dei cittadini, la scuola pubblica italiana sta avendo l’onore e l’onere di occupare, in modo del tutto strumentale e probabilmente passeggero, il centro della scena politica.

Di colpo la scuola sembra essere diventata ufficialmente importante per la nostro comunità. Ma discutere di un aspetto della vita associata così complesso e delicato in piena logica emergenziale sanitaria è il modo peggiore per affrontare e risolvere di colpo le innumerevoli problematicità strutturali e calcificate del sistema scolastico. Il Covid-19, infatti, ben lungi dal portare ponderatezza e lungimiranza nella classe dirigente e nella cittadinanza, ha sdoganato ancor di più le perverse logiche della cieca autoconservazione egoistica. Ora lo possiamo dire: è stata un’ingenua idiozia pensare, anche solo per alcuni giorni, che una pandemia globale avrebbe finalmente migliorato una società che da tempo ha archiviato i valori e i principi di solidarietà e comunanza, con l’assurda pretesa di fondarsi sulla ricerca individuale del profitto e della felicità, in un mondo in cui tutto è stato trasformato in merce, dalla cultura alla salute, dal lavoro all’istruzione. Il Covid-19 non poteva che peggiorarci e così pare sia stato. E un mondo fondato ancora su una dimensione di collettività e reciprocità, come è quello della scuola, non poteva che esserne drammaticamente travolto. La discussione intorno alla scuola, infatti, è diventato il luogo di una lacerante guerra di tutti contro tutti, dell’homo homini lupus est di plautiana e hobbesiana memoria. Proviamo ad analizzare alcune faglie di queste conflittualità che stanno logorando il terreno dell’istituzione scolastica.

1.

Innanzitutto il caos intorno alla scuola ha messo ancora una volta a nudo l’inadeguatezza della politica a partire primariamente dalla ministra Azzolina, la quale, in un contesto certamente anomalo, emergenziale e di difficile gestione, si è però mostrata inadeguata e fuori luogo. Dichiarazioni avventate poi smentite, imbarazzanti silenzi seguiti da fragorose e clamorose boutades (sparate), decisioni improvvisate, precipitose e poco razionali o motivabili: la Ministra dell’Istruzione in questi mesi ha detto e fatto tutto e il contrario di tutto. Ma vi è un importante nodo da evidenziare. La ministra Azzolina è stata, come spesso è capitato in passato, immediatamente e volutamente lasciata sola dal Governo, diventando il facile bersaglio polemico nonché il capro espiatorio dei media, dell’opposizione e dell’opinione pubblica tutta. Ridurre la complessità alle inefficienze di una sola persona è uno scaricabarile comodo e molto italico, ma è un’operazione storicamente ed esperienzialmente poco analitica; come se la ministra decidesse da sola la linea scolastica, per di più durante una crisi medico-sanitaria. Di fronte a una situazione così articolata, serviva e serve tutt’ora unire le migliori intelligenze del Paese per innovare la didattica e per mettere in sicurezza le scuole in modo affidabile e non approssimativo (con improbabili banchi a rotelle a seduta singola o fantascientifiche tonnellate di plexiglass o di legno per dare slancio all’artigianato), con investimenti di medio e lungo periodo per evitare di aprire le scuole e poi richiuderle frettolosamente, generando ancor più sconforto e disagio sociale. Le emergenze si affrontano attivando capacità di progettazione: nuovi edifici, più insegnanti, più collaboratori scolastici, più mezzi di trasporto. Invece il nanismo della classe dirigente ha scelto la via dello scontro sterile, senza mettere realmente al centro del dibattito gli studenti e il loro diritto a una formazione di qualità in piena sicurezza. Concentrarsi sul far naufragare la ministra significa non tanto far naufragare un personaggio politico, per quanto mediocre e confuso, quanto soprattutto danneggiare un anno scolastico e la vita di milioni di studenti e studentesse.

2.

La seconda faglia di conflittualità riguarda la società. L’emergenza Covid-19 lungi dallo sviluppare solidarietà e unità tra i lavoratori e tra i cittadini, ha acuito le acredini e i rancori di una società che, al di là della ideologica retorica nazionale, è profondamente atomizzata e divisa: partite IVA contro lavoratori dipendenti, commercianti e lavoratori autonomi contro statali, imprenditori contro operai. In particolare il caos della scuola ha mostrato ancora una volta che vi è una parte del Paese che considera gli insegnanti dei privilegiati, dei fannulloni, con quattro mesi di vacanze l’anno, che rubano lo stipendio. Nessuna empatia con chi è addetto alla formazione dei propri figli. L’insicurezza sociale generata dalla pandemia anziché portare i cittadini a chiedere maggior protezione e diritti per tutti ha, infatti, determinato la più becera e ottusa guerra tra poveri e tra categorie. Dunque ‒ mentre giornali, tv e web puntano subito il dito contro gli insegnanti che non vogliono sottoporsi all’esame sierologico o si dimostrano timorosi o ostili alle condizioni del rientro in aula ‒ faticano ad emergere le vere questioni che dovrebbero stare a cuore a tutti.

Perché una cassiera del supermercato o un idraulico hanno lavorato per tutto il lockdown, mentre i professori si nascondevano dietro le piattaforme comodamente in pantofole a casa e ancora si lamentano di dover tornare a scuola? Questa sembra essere la vulgata delle lamentele. Ma è questo il vero problema? Ricordiamo che una cassiera può essere maggiormente protetta, in quanto incontra un cliente pagante per volta, in un ambiente molto vasto e protetta dal plexiglas, mentre un insegnante sta a contatto (stretto) con minori (molti) che pare siano i principali veicoli della trasmissione del virus, in spazi angusti (pochi metri quadrati) per cinque o sei ore di seguito al giorno. Senza dimenticare che l’insegnamento presuppone la costruzione di un rapporto personale e che le misure intraprese per il distanziamento su indicazione del ministero sembrano essere davvero poche e di dubbia efficacia. E ricordiamo anche che buona parte del corpo insegnante ha un’età non propriamente giovane e dunque risulta maggiormente a rischio di contagio, soprattutto se esposta senza adeguate protezioni al contatto diretto con gli allievi e all’interno di un ambiente piccolo. Chi lavora all’interno della scuola conosce a menadito i problemi che possono emergere. È possibile tenere per ore e ore i bambini/ragazzi fermi e distanti tra loro? Seduti per ore con mascherine? Chi misurerà loro la febbre prima dell’ingresso in aula? E quando staranno male, come faremo a star loro vicini? Quando mangeranno, andranno al bagno, verranno interrogati toglieranno la mascherina: perché non dovrebbero essere pericolosi a livello di contagio? E se devono leggere?

Spaventa anche l’affermazione sbandierata dai politici secondo cui si aprirà assolutamente e ad ogni costo nella data stabilita. Perché questi costi dovrebbero essere pagati dal personale scolastico e dagli studenti per propagande politiche e per una manciata di voti? E se gli studenti saranno contagiati, non porteranno forse a casa, a genitori e nonni, il virus? Perché riaprire ad ogni costo se ci sono troppi rischi? Questo discorso alimenta le preoccupazioni. Se non sono state prese cautele e non ci si è mossi per tempo il buon senso direbbe di ripensarci poiché a scuola potrebbe capitare una diffusione rapida del virus. Come mai gli studenti non faranno il tampone?

Ma ragionando sulla reazione degli adulti, occorre anche soffermarsi sulla posizione assunta da molti genitori. Le famiglie degli allievi premono molto per la riapertura della scuole ma assai meno per la riapertura solo se in sicurezza. Se le aule diventano focolai, gli allievi tornando a casa diffondono il virus a macchia d’olio. Certamente il problema sotteso non è da poco ma, se analizzato attentamente, ci rivela anche qual è la funzione che per molte famiglie riveste la scuola. Intrattenere i figli, parcheggiati possibilmente almeno per otto ore senza i costi elevati che potrebbe avere una baby sitter o una struttura privata, mentre i genitori sono impegnati con il lavoro. Tutto ciò è comprensibile. Ma è anche lungimirante? La guerra di tutti contro tutti ha fatto sì che la salute non sia diventata un diritto da estendere il più possibile a tutti, ma che sia considerata un privilegio da togliere a chi lo rivendica. La scuola deve essere un luogo di inclusione e di risoluzione dei conflitti e delle disuguaglianze, in cui costruire una visione condivisa di comunità. Invece sta diventando un’arena in cui tutti si scannano senza esclusioni di colpi e in cui ancora una volta si decide scientificamente di delegittimare ancor di più gli insegnanti e di disgregare il tessuto sociale.

3.

Infine, vi è una terza faglia di conflittualità che riguarda l’essenza della scuola: l’emergenza Covid-19 ha evidenziato la crisi profonda delle istituzioni scolastiche, sempre più disorientate e alla ricerca di un senso. Il dibattito politico che si è innescato in questi mesi è miope e banale in quanto sorvola del tutto sulla principale delle questioni pedagogiche: a cosa serve oggi la scuola? La domanda è del tutto inascoltata da chi ha il potere di incidere sulla vita scolastica. La parte preponderante dello scontro è su questioni politiche di piccolo cabotaggio, da bar sport si potrebbe dire. Sarebbe importante lasciarsi alle spalle la logica della guerra e della competizione che attraversa il mondo della scuola per concentrarsi autenticamente su una rifondazione dell’istruzione. La sconfitta della scuola parte dal fatto che essa viene considerata sempre più un luogo dove realizzarsi come privato cittadino e non come membro di una comunità. Se le istituzioni scolastiche perdono il loro essere un bene comune e vengono fagocitate dalla logica dell’interesse individuale e del mercato non c’è nessun futuro per la scuola come luogo di realizzazione delle istanze democratiche contenute nella Costituzione.

La crisi in cui è precipitata la scuola è pericolosissima, perché si tratta di una stupida guerra di tutti contro tutti combattuta però sulla pelle della scuola stessa, al termine della quale non ci sarà nessun vincitore, ma solo una desolante sconfitta di tutti, nessuno escluso.

Chiara Foà

Chiara Foà, laureata in storia contemporanea, insegna da vent'anni materie letterarie nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado. Ha scritto “Gli ebrei e i matrimoni misti. L'esogamia nella comunità Torinese (1866 - 1898)” (Silvio Zamorani editore, 2001). Con Matteo Saudino ha scritto il manuale di educazione civica “Crescere cittadini” e “Il prof fannullone. Appunti di una coppia di insegnanti ribelli nell’esercizio del mestiere più antico del mondo (o quasi)” (Independently published, 2017).

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Matteo Saudino

Matteo Saudino, laureato in storia e filosofia, insegna filosofia presso il liceo “Giordano Bruno” di Torino. È autore di "La filosofia non è una barba" (Vallardi, 2020) e, con Chiara Foà, di “Il prof fannullone. Appunti di una coppia di insegnanti ribelli nell’esercizio del mestiere più antico del mondo (o quasi)” (Independently published, 2017). È ideatore di "BarbaSophia", canale YouTube (https://www.youtube.com/channel/UCczAmcE87UncfJLyrfA2wUA) in cui spiega e racconta concetti e storia della filosofia.

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4 Comments on “Scuola nel caos: la guerra di tutti contro tutti”

  1. Buongiorno carissimi professori, condivido con voi il contenuto del ragionamento espresso nel vostro articolo. Io sono un artigiano edile che da un anno a deciso di iscriversi all’università, mi sono iscritto al corso di Storia Moderna e contemporanea di Pisa. Mi sono reso conto della deriva individualista ormai da qualche anno,e la mia formazione politica di sinistra mi rende ormai spaesato sia in ambito sociale culturale. Non trovando spazi per discutere tali problematiche, vivendo in un piccolo paesino di provincia, ho preso la decisione di tornare a studiare. Vi chiedo, con umilta, consigli e dritte su come uscire in maniera costruttiva da il mio stato di inadeguatezza che riscontro in questa società priva di qualsiasi valore, e, se la mia scelta di studiare la storia(che amo moltissimo) va nella direzione giusta.

    Grazie in anticipo e grazie per quello che fate.!!!

    Davide Tamburini

  2. Ho letto e ho la sensazione che la situazione contingente abbia ridotto sulla difensiva chi vorrebbe che la scuola significasse piuttosto una chiamata delle nuove generazioni a rifornirsi di strumenti per il miglioramento della società che non come invece avviene oggi di rifornirsi di strumenti che le rendano adattata ad una società che oggi resiste con tutti suoi strumenti ad ogni progetto di evoluzione positiva, Questo colgo nella richiesta di aiuto del cittadino signor Davide Tamburini. La richiesta in realtà non è di aiuto ma piuttosto di una apertura di relazioni non per chiedere un collaboratore specializzato che accresca le capacità produttive della propria attività come siamo abituati a vedere e sentire in continuazione, ma per entrare nel merito di questioni che investono la società nel suo insieme. Oggi tutti dicono che la scuola deve essere riaperta perché la sua frequenza è occasione per lo studente di stringere e mantenere relazioni. E’ sicuramente vero, ma è un aspetto molto complesso. Alla fine del percorso scolastico si dovrebbe aver acquisita la specializzazione per eseguire un’attività lavorativa, ma solo come fosse un effetto non voluto anche la capacità di vivere nella società. Ammesso, cosa su cui è lecito avere dubbi, che la scuola sia capace di fornire a ciascuno strumenti tecnici comparabili, l’altro aspetto quello che permetterà all’individuo di vivere come cittadino appartenente alla società è estremamente influenzato da altri fattori a causa della nessuna idea di costruzione accomunante che investe la scuola. Mi sembra che se si fa qualcosa, riguarda l’iniziativa dei presidi e forse degli insegnanti ma ben poco promuovendo l’interesse degli studenti a partecipare. Mi rendo conto delle difficoltà, ma…

  3. Ottimo articolo.Condivido molte delle vostre analisi.
    Vi prego però, cari giovani e competenti docenti, non siate anche voi sciatto e imprecisi soprattutto nel nominare il vostro ministero: non esiste più il MIUR ,così come non è più esistito MPI .
    Sicuramente abbiamo più patito la perdita dell’effettivo “pubblica” riferito all’istruzione, ma anche la separazione tra scuola,università e ricerca,non è stato una scelta positiva.
    Grazie comunque di essere bravi docenti.

  4. Grazie ai Professori che hanno scritto questo articolo puntuale e chiarissimo, con cognizione di causa.
    Vivo la scuola da sempre. La scuola pubblica. Dal 1967, quando.ho iniziato , ad oggi. Laurea nel 1985 in lingue e lett.straniere moderne e subito insegnamento. Ininterrottamente.
    La scuola pubblica e’ il luogo dove hanno studiato I miei figli. La scuola mi ha dato davvero tanto.
    Certo vedersi ridotti, noi insegnanti, , dalla vulgata corrente a parassiti , privilegiati a vita , e’ orribile. Indecente per noi e per gli studenti ai cui occhi siamo costantemente sviliti.
    Ora, senza voler tornare ai tempi nei quali gli insegnanti avevano ugual riconoscimento sociale del medico condotto o del farmacista, quello che si chiede e’ intanto il rispetto per una professione molto logorante ed impegnativa . Anche economicamente parlando dato che un insegnante e’.un allievo a vita poiche’ non puo’ smettere di imparare. E dunque di spendere.
    Tutti I punti toccati nell’articolo sono essenziali per tentare di capire in che direzione muoverci.
    Direi che c’e’ anche una quarta faglia. Riguarda la mancanza, o l’ insufficiente
    solidarieta’ del corpo insegnante al suo interno. La logica del profitto la stiamo pagando sotto forma di colleghi carrieristi che davvero stanno rovinando le scuole.
    Spesso parlano il burocratese di una caserma di carabinieri. Li sento parlare, leggo quello che scrivono e non riconosco piu’ l’italiano che mi hanno insegnato e che ho sempre parlato.
    Ecco, l’ha gia’ detto Nanni Moretti. Chi parla male pensa male. E’ una persona squallida. Ma quanti ne abbiamo a scuola di questi.
    Spesso sono pure dirigenti. Non presidi, dirigenti. E staff del dirigente.
    Grazie per la vostra riflessione che condividero’ con allievi e colleghi.
    Dovremmo creare una squadra di docenti veri che possano essere ascoltati e possibilmente presi sul serio.
    Elena Baldi
    Liceo statale Regina Margherita di Torino
    ( ex collega del Prof Saudino)

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