Tempo di elezioni. Che fare a Napoli?

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Il quadro che caratterizza la sinistra e il campo democratico per le elezioni regionali della Campania non è utile all’innovazione delle forme della politica: sia perché è del tutto assente il confronto sui contenuti e sui programmi, sia per le forme e gli interessi su cui vanno delineandosi liste e alleanze. Insomma non ci sono le condizioni perché la prossima amministrazione possa costruire una realtà diversa da quella a cui eravamo abituati prima del Covid-19. Una realtà che era essa stessa produttrice delle ingiustizie e delle disuguaglianze economiche, sociali, geografiche, di genere e ambientali che con la crisi si sono esasperate, allargando e rendendo più dure e dense le aree delle povertà e più netta la forbice tra garantiti e non e scaraventando migliaia di uomini e donne in contesti di sfruttamento e irregolarità. Il tutto in uno scenario fortemente incerto anche per i mesi a venire che lascia intravedere un futuro non gentile con ultimi e fragili, e più in generale cattivo per chi non riuscirà ad essere incluso nei recinti sempre più stretti dei garantiti.

In questo quadro, nello schieramento che si definisce progressista c’è, anzitutto, l’alleanza che sostiene De Luca, composta da quasi tutto il centro sinistra e da diverse liste civiche. Uno scenario misto in cui forze tradizionali come Pd e socialisti si mescolano con simboli e nomi nuovi, a volte davvero tali, a volte sostenuti da vecchie conoscenze della politica come Mastella, Cirino Pomicino, De Mita. A rinforzo compagini trainate da transfughi del centro destra (in particolare in fuga da Forza Italia) saliti sul treno in corsa dell’attuale governatore campano che sembra lanciato senza ostacoli verso la vittoria finale. Poi ci sono quelli che hanno posto come discriminante per una lista di sinistra la presa di distanza da De Luca ma che non sono riusciti a mettersi insieme e propongono due liste separate e in competizione: “Terra” (dove convivono esponenti di Rifondazione, di alcuni centri sociali, di ambientalismo e civismo attivo radicato sul territorio) e “Potere al Popolo” (che ha deciso di correre da solo).

In tale disarmante quadro, in oltre 100 donne e uomini che vivono e lavorano a Napoli (nei campi del sociale, della cultura, dell’imprenditoria, della tutela dell’ambiente, del territorio e dei diritti civili) abbiamo sottoscritto un documento-appello, “RiCOSTITUENTE per Napoli”, che, volutamente ignorando le elezioni regionali (a cui andremo in ordine sparso: chi abbracciando l’opzione ritenuta meno negativa e chi scegliendo di astenersi), propone alla sinistra e al campo democratico e progressista un altro metodo e un diverso percorso per la costruzione di una proposta di governo per la città con cui presentarsi alla scadenza elettorale della primavera del 2021. Insomma per non arrivare ancora una volta in ritardo, con processi dell’ultimo momento che, invece di alleanze di senso e di prospettiva, propongono fusioni senz’anima o sommatorie di pezzi di ceto politico destinate a fallire o a occupare piccole nicchie senza alcuna capacità di reale. Si legge, tra l’altro, nel documento:

Nel marasma di sentimenti scatenati dalla crisi indotta dall’epidemia di Covid-19, nell’alternarsi di pessimismo e ottimismo su “settembre”, di fiducia e sfiducia nell’azione “pubblica”, di egoismo e di mutualismo, coltiviamo tutti alcune speranze: che sapremo apprendere la lezione e cambiare rotta; che sapremo trovare e tutelare gli spazi utili a ricostruire i nostri percorsi di vita e dare sviluppo ai nostri progetti; che il grande ammontare di risorse pubbliche mobilitato già da ora, piuttosto che disperdersi in mille rivoli improduttivi, sarà usato proprio a tali scopi e per migliorare la qualità dei servizi fondamentali. […]

La realizzazione di tali speranze dipenderà in grande misura da come saranno guidate le nostre città che, in un Paese lungo e disuguale come il nostro, rappresentano la spina dorsale di ogni progetto di cambiamento. Se, dunque, appare essenziale attribuire ai Comuni un ruolo strategico, decisivo sarà svolgerlo con il massimo delle capacità disponibili; coinvolgendo l’intera società e i suoi diffusi saperi; rinnovando il patto tra le forze produttive; rafforzando in modo caparbio tutte le forme di partecipazione strategica; facendo emergere i quadri più adatti a svolgere una funzione di leadership e di governance multilivello. Per Napoli, città attraversata sia da straordinarie potenzialità che da contraddizioni e marginalità diffuse, tutto questo non solo è ancora più necessario, ma diventa drammaticamente urgente, ponendosi come condizione indispensabile, qui e ora, per la ripresa da tutti invocata. […]

Di fronte a tale sfida sia il mondo del civismo attivo sia i partiti da soli non sono sufficienti. [Occorre] superare i settarismi, le miopie politiche, le logiche di schieramento in cui la sinistra non solo si è lacerata e indebolita, ma ha anche abdicato alla sua vocazione di dialogo con le parti più fragili e precarie della città e del paese. Con quel popolo affaticato, abitante dei margini e delle periferie sociali ed urbane che sempre di più si sente abbandonato e non riconosciuto da chi occupa il centro della vita economica, professionale e urbana. Un popolo di diritti mancati e per questo potenziale vittima dei meccanismi attraverso cui la criminalità organizzata continua ad esercitare il suo potere corruttore di uomini ed istituzioni; di precarietà come condizione di vita, caratterizzato dalla diffidenza verso ogni istituzione o responsabilità pubblica e per questo si sente attratto da derive autoritarie guidate dall’uomo forte che forse non risolve ma sicuramente rassicura.

Quello che serve con urgenza è un investimento collettivo, intelligente, responsabile e generoso, che parta dal basso, dalla forza delle idee centrate sul “si può fare perché già si sta facendo”, sulla credibilità, l’onestà e le competenze delle persone che potranno animarlo, che ripensi radicalmente il complesso dei rapporti economici, politici, sociali definiti nella Costituzione e comunque necessari per una ricostruzione che metta le persone e la comunità e i beni comuni al primo posto.

L’appello non divide società e politica in modo manicheo, in una divisione giudicante tra buoni e cattivi; non richiede passi indietro; non nasce contro qualcuno o contro una parte. Piuttosto si rivolge, da un lato, al civismo attivo, spingendolo a non rinchiudersi ancora una volta negli approcci collusivi o difensivi che hanno finora impedito di trasformare le esperienze e le buone pratiche in politiche e, dall’altro, ai partiti, sollecitandoli a evitare consultazioni puramente formali degli attori civili e a offrire una disponibilità reale a cedere potere aprendo e stabilizzando spazi di co-progettazione delle politiche, degli interventi, della declinazione delle risorse che valorizzi quanto quegli attori hanno espresso di positivo in questi anni e durante l’emergenza Covid-19. La vera richiesta di “RiCOSTITUENTE per Napoli” ai partiti non è quella di essere ascoltata o consultata ma quella, ben più impegnativa, di essere considerata interlocutrice di pari dignità in modo che tutti ‒ partiti e civismo attivo ‒ sappiano tenere in equilibrio la rivendicazione del proprio ruolo e dei propri contenuti e il coraggioso riconoscimento dei propri limiti ed errori.

In questo percorso vanno costruite, con pazienza e lungimiranza, le condizioni per arrivare alle elezioni comunali del prossimo anno con un’alleanza civica ampia, costruita in un intreccio virtuoso tra partiti e società civile, all’insegna della fiducia reciproca. Un’alleanza che si riconosca in un programma costruito in modo orizzontale e che consenta di individuare una squadra di governo collettiva e forte, fatta di uomini e donne competenti e credibili. Un gruppo e non solo un sindaco o una sindaca perché, pur riconoscendo l’importanza di un leader forte e autorevole, si superi una volta per tutte un’idea di politica che affida all’uomo solo o alla donna sola al comando il destino delle città e di chi vi abita. Con la consapevolezza che l’alleanza dovrà essere costruita nella cornice di un programma che si caratterizzi e sia percepito come alternativo a chi propone il rancore piuttosto che la cura, a chi considera le differenze un disvalore e non un’opportunità, a chi pensa che il welfare, la scuola e la lotta alla povertà siano un puro corollario delle politiche che contano, a chi propone una politica che costruisce consenso nella confusione tra diritti e favori oppure che si accontenta della gestione dell’esistente (magari al servizio di interessi privati dove tutto viene messo in produzione a partire dai servizi, dai beni comuni, dalle persone).

Non sappiamo se questo percorso avrà successo. Attualmente il dibattito sui media locali sembra indicare che la proposta ha dato uno scossone a un dibattito ingessato e scontato. Ma la prospettiva di uno spazio pubblico e partecipato per la definizione di programmi e nomi ha infastidito pezzi della politica oggi in campo, che hanno tentato di delegittimare il progetto dipingendo i suoi firmatari e le sue firmatarie come amici mascherati di De Magistris o, al contrario, come delusi dallo stesso sindaco e ansiosi di ricollocarsi strizzando l’occhio ad altre forze o partiti. Non sono queste le logiche dell’appello.

Continueremo, dunque, a proporre un metodo aperto e trasparente, centrato sui contenuti e attento a ritrovare i linguaggi e gli argomenti per parlare con quella parte di città che ormai da tempo ha ritenuto inutile votare. Di più, crediamo che la pista aperta a Napoli possa rappresentare un metodo esportabile per il confronto a sinistra e tra i democratici sul rinnovo di altre amministrazioni di grandi città interessate dal voto del prossimo anno, come Torino, Roma e Milano.

Andrea Morniroli

Andrea Morniroli, da 30 anni impegnato nelle politiche di welfare a Napoli, è socio della cooperativa Dedalus, in cui si occupa principalmente di migranti e di contrasto della povertà. È stato assessore alle politiche sociali del comune di Giugliano in Campania. È portavoce della Piattaforma Nazionale Anti-tratta ed è responsabile dello Staff del Forum Diseguaglianze Diversità.

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One Comment on “Tempo di elezioni. Che fare a Napoli?”

  1. Qualcuno risponda al quesito: perché il ricco vuole fare la carità e non diminuire il proprio reddito? Spera forse di guadagnarsi il paradiso, o ha paura di far crescere in dignità coloro che vivono della sua carità?

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