Il ponte sullo stretto e il buco d’agosto

14/08/2020 di:

Tra le sortite che per tradizione la politica riserva in agosto, quest’anno – in tempo di Covid risorgente e di “economia” da rilanciare – ritroviamo un’interessante idea, anzi un progetto (per la verità già proposto nel 2019), lanciata dal presidente del Consiglio e dalla sua ministra alle infrastrutture: il tunnel sotto lo stretto di Messina, che dovrebbe prendere il posto del variamente criticato, progettato, preappaltato, abbandonato, rilanciato ponte. Naturalmente, nella “logica” della politica l’incertezza è se questa uscita sia finalizzata effettivamente alla realizzazione di un tunnel oppure sia una mossa trasversale con obiettivo il rilancio del ponte. O Franza o Spagna, direbbe Confindustria, pur che si «rilanci l’economia». D’altra parte una certa predisposizione verso le gallerie il Governo in carica (e quelli precedenti) l’ha già dimostrata nel caso della Torino-Lione, che, sì, è sbagliata, ma ormai…

Sono partito sul piede dell’ironia se non del sarcasmo e me ne scuso: le scelte vanno valutate nel merito e razionalmente, senza sparare giudizi a priori. È vero. Ci vuole però una pazienza che se non è sovrumana poco ci manca, visto che sedi in cui dibattere nel merito le diverse proposte, prima che vengano assunte delle decisioni, non solo non ce ne sono, ma vengono accuratamente evitate: nel scegliersi gli interlocutori i governi non badano alla rilevanza degli argomenti che questi possono portare, bensì alla collocazione sociale e alla consistenza degli interessi che possono esprimere.

Comunque facciamo uno sforzo per restare sul piano dei fatti e della ragione. Un obiettivo mondiale, riconosciuto dall’Unione Europea e, fino a prova contraria, anche dallo Stato italiano è quello di ridurre, entro il 2030, le emissioni di CO2 di origine umana alla metà rispetto ai livelli del 1990. Il motivo è arcinoto: così si potrebbe sperare di mantenere i mutamenti climatici già in atto entro i limiti di un possibile adattamento da parte dell’umanità. Non rispettando quella soglia invece l’evoluzione del clima assumerebbe le caratteristiche di un rapido tracollo di cui peraltro si vedono già ora i segnali, con conseguenze umane pesantissime a carico soprattutto dei più deboli, cioè della stragrande maggioranza dell’umanità.

Non mi dilungo.

A questo punto la domanda è: illustrissimo sig. presidente del consiglio, gentile e ugualmente illustre ministra dei trasporti, oltre alla proposta avete ricevuto un rapporto contenente il bilancio del carbonio relativo alla nuova opera? Se no, ne avete commissionato uno (non ai proponenti, s’intende, ma a qualche soggetto indipendente)? In apparenza non si è dato né il primo né il secondo caso perché non ne avete fatto menzione e non ne hanno parlato i mezzi di comunicazione. È vero che la stessa domanda vale per una quantità di viadotti, tunnel, gronde, raccordi e così via che il “piano rilancio” prevede. Sembra che per voi il problema climatico non esista o quanto meno che la storia del bilancio del carbonio possa essere trattata non come atto discriminante preventivo tra il fare e il non fare, ma piuttosto come un adempimento burocratico a posteriori, dopo che una decisione è comunque già stata presa per altri motivi.

Eppure il nocciolo del problema sta qui. Poi, nello specifico, ve ne sono anche altri, che, per carità, sono molto più tecnici e ingegneristici: voi non avete certo tempo per occuparvene; vero, egregia sig.ra ministra? Cose come: in caso di replica del terremoto di Messina (quello del 1908, per intenderci) sarebbe meglio trovarsi a una settantina di metri al di sopra dello stretto, oppure 300 metri al di sotto del livello del mare?

La linea del Governo sembra ricalcare quella di sempre, coincidendo con gli auspici di Confindustria. Per il lettore distratto ricordo quest’ultima non è consesso che, rappresentando la parte migliore della nazione, ne esprime al meglio le esigenze più genuine, bensì un’organizzazione di categoria che difende e persegue gli interessi a breve termine dei propri soci. Questi ultimi, peraltro, fanno statisticamente parte di quel 20% della popolazione italiana che detiene il 70% della ricchezza nazionale e sono portati a rigettare qualsiasi politica che porti come conseguenza un ridimensionamento della loro posizione sociale. In sostanza le opere (“grandi”, se no non vale) non vengono valutate in base alla loro utilità nel medio periodo e al loro impatto tanto in fase di costruzione che di esercizio, bensì in base alla loro funzionalità a un tipo di economia che vede al centro il mito della crescita materiale infinita e che produce, alimenta e fa crescere le differenze. Che questa economia, a prescindere da qualsiasi considerazione di equità e di giustizia, sia fisicamente insostenibile producendo sconquassi planetari è ormai quasi un luogo comune, evidenziato in tutti i modi e con linguaggi diversi già da molti decenni. Cionondimeno chi fin qui ne ha ricavato i maggiori vantaggi continua ad attaccarvisi con le unghie e coi denti, costi quel che costi (agli altri): le marionette che occupano le istituzioni si adeguano.

Si direbbe che gli esponenti di Confindustria, Confcommercio, organizzazioni di categoria varie, non abbiano dei figli o dei nipoti su cui si scaricheranno le conseguenze delle scelte sbagliate di oggi. O meglio, siccome l’intelligenza non è preclusa a nessuno, sono convinti che il miglior antidoto contro i disastri futuri stia nel lasciare agli eredi il maggior possibile accumulo di “buoni acquisto” che potranno proficuamente spendere per tutelarsi. Insomma, arrivando al dunque (molto, ma veramente molto vicino) chi più ha sembra statisticamente (le eccezioni sono ovviamente possibili) orientato a non lasciare che venga fatto alcunché sul piano della prevenzione, ma piuttosto si preoccupi di sfruttare al massimo la macchina del profitto in modo da consolidare posizioni privilegiate che potranno, in futuro, essere sfruttate al meglio per vincere un ipotetico scontro coi disperati di questo mondo.

Caro presidente, cara ministra direi comunque che voi non guardate così lontano: da qui al 2030 ci sono ancora diverse tornate elettorali e pertanto preferite, per l’intanto, essere parte del problema anziché della soluzione.