Perché alle regionali non voterò Giani

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Ci sono due modi per guardare alle elezioni in Toscana.

Il primo è con una lente politicista, quella che «farà leggere nel risultato del centrodestra e di Ceccardi il risultato di Matteo Salvini» (così Adriano Sofri): quella che fa scegliere il cosiddetto “voto utile”. Un voto senza entusiasmo: non tanto per l’Eugenio Giani pesce bollito di un intramontabile potere dei corridoi, quanto contro il “fascismo” ruspante ostentato dalla caricaturale Susanna Ceccardi.

Oppure si possono usare gli occhi dei toscani: ma dei toscani poveri. Dei sommersi, non dei salvati. E allora scegliere un voto utile per la vita di chi lo dà, quel voto, e non per gli analisti politici che lo sezioneranno la notte del 21 settembre. Un voto per Tommaso Fattori, per esempio, e per la sua lista Toscana a Sinistra. Io farò così: per eleggere a rappresentarmi Marcello Gostinelli, operaio cassintegrato della Bekaert iscritto alla Fiom, o l’economista Anna Pettini, presidente del corso di laurea triennale in Scienze Politiche.

È una scelta spartiacque, che parte dalla constatazione di un dato di fatto: Giani e Ceccardi sono (per usare un popolarissimo proverbio toscano) zuppa e pan bagnato. Che non vuol dire che siano uguali: perché la ribollita non è la panzanella. Ma vuol dire che sono molto simili, perché hanno alla base lo stesso ingrediente, che è per l’appunto il pane stantio che accomuna un Pd totalmente succube dell’Italia Viva di Matteo Renzi alla Lega di Matteo Salvini. Quel pane è la totale accettazione dello stato delle cose, dei rapporti di forza esistenti. Che vinca Giani o che vinca la Ceccardi, per i toscani non cambierà quasi nulla. A parte i toni della retorica, certo: Giani non farà le moschee senza avere il coraggio di dire perché (così hanno fatto Renzi e Nardella), la Ceccardi non le farà esplicitando posizioni razziste. Per farlo userà le parole di quella toscanissima Oriana Fallaci a cui Giani e i suoi dedicano vie e statue.

Come Fattori (consigliere regionale uscente) ha puntualmente documentato in tutta la legislatura appena finita, Pd e Lega sono stati d’accordo su ogni scelta strategica: grandi opere (a partire dall’ampliamento dell’aeroporto di Firenze), inceneritori, soldi alla scuola privata, privatizzazione crescente della sanità, consumo del territorio (a partire dal massacro delle Apuane) e sabotaggio della legge Marson sul paesaggio (non per caso Anna Marson, assessora tecnica della prima giunta Rossi, dichiara il suo voto per Fattori). Per non parlare del securitarismo più destrorso: davvero qualcuno pensa che le ruspe sulle quali Nardella si fa fotografare mentre demolisce i campi rom siano diverse da quelle di Salvini? Davvero una Toscana democratica si oppone a una Toscana fascista, o siamo invece di fronte a due destre, diverse ma su quasi tutto di fatto convergenti? Del resto, la legislatura, non si è appena chiusa con un accordo Lega-Pd per impedire la ripubblicizzazione dell’acqua in Toscana?

Qua sta la vera ragione della debolezza della Ceccardi (che sondaggi terroristici orientati da Italia Viva provano invece ad accreditare come fortissima): la destra dei poteri trasversali e segreti voterà compattamente per Giani. Scommetto che Denis Verdini e signora non voteranno per la candidata del genero Salvini, ma per il naturale rappresentante dei loro interessi: che sono gli interessi di chi vuole che tutto vada come è andato finora.

La scelta di Giani, imposta da Renzi, ha impedito anche solo il tentativo di costruire in Toscana qualcosa di simile all’alleanza giallo-rosa che in Liguria candida Ferruccio Sansa. È vero che in Toscana i Cinque Stelle sono sempre stati residuali, ma è anche vero che solo un’intesa con loro avrebbe potuto costringere il Pd a mettere in discussione il suo ossificato sistema di potere, innescando un processo che avrebbe coinvolto inevitabilmente anche la sinistra. Invece, niente: si è imposto il peggio del peggio puntando tutto sul voto utile, cioè sulla speranza che il pan bagnato sembrasse peggio della zuppa. Un ricatto morale amplificato dalla demenziale legge elettorale toscana che il Pd stesso si è costruito.

Ma ormai sappiamo che a forza di mali minori si è costruito un male maggiore, a forza di subire ricatti siamo arrivati a un’astensione di massa, a forza di furbeschi voti disgiunti che salvassero i governi abbiamo perso la democrazia, a forza di voti utili abbiamo distrutto la rappresentanza dei più deboli.

Ora basta: con la zuppa, e anche col pan bagnato.

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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6 Comments on “Perché alle regionali non voterò Giani”

  1. Condivido al 100%.
    In Italia a forza di turarsi il naso e votare il meno peggio, si è legittimato una classe politica diventata un elite di benpensanti.
    Le nostre speranze sono diventate il paravento su cui costruire le carriere politche.

    1. Epperò il popolo di sinistra toscano non merita di essere governato da una nazifascista. Prima di mettere la croce sulla scheda, basterà pensare solo un attimo a Sant’Anna di Stazzema, la prima cosa che mi viene in mente.

  2. Pienamente d’accordo con quanto scritto sia su Giani che sull’ottimo lavoro svolto da Tommasi in Consiglio Regionale (ottimo candidato),
    ma…
    utilizzerò il voto disgiunto (ovvero il “doppio voto”) per dare forza a Tommasi (votando la sua lista) e “votare il NON votabile” candidato renziano alla Presidenza (per impedire la vittoria della Lega).

  3. Se i giochi sono fatti, se non è zuppa è pan bagnato, cosa vuol dire andare a votare.
    Sono di Milano e nel prossimo anno ci saranno le elezioni per il sindaco.
    Sala non ha ancora deciso se presentarsi o meno per quella sinistra che è la stessa della Toscana, la destra non sa ancora chi presentare.
    A livello comunale e regionale Lega e PD, a parte le schermaglie di rito, quando si è trattato di soldi hanno trovato sempre (sic!) l’accordo iniziando da Expo per arrivare al nuovo Stadio di Calcio, scali ferroviari, ecc, ecc
    Cominciano i primi distinguo: Sinistra Progressista (Ex Sinistra X Milano – Pisapia) cerca di accordarsi con SI (Ex SeL) facendo balenare le proprie differenze sull’urbanistica. I Verdi, sull’onda europea e su successi di FFF tenta di smarcarsi. Entrambi governano attualmente e sono entrambi responsabili della gestione sia della speculazione immobiliare che della pessima aria che si respira. RC risulta non pervenuta.
    Già si respira “voto utile” per paura del fascismo.
    Allora ripeto se i giochi sono fatti cosa vuol dire andare a votare?

  4. Fossi toscano mi affiderei al voto disgiunto. Perché, malgrado condivida gran parte del pezzo di Montanari, alla fine, nel segreto dell’urna, mi riverrebbe fuori la sacrosanta radice antifascista, e non ce la farei proprio a pensare di poter favorire, col mio “non voto”, una aberrazione umana come la Ceccardi. Nella mia vita ho votato di tutto (persino Gianni Rivera…), mi sono pentito e ripentito, ma alla fine, da “perdente conclamato”, mi sono calato nel limbo del “meno peggio”. A una certa età la coerenza viene a patti con le ragioni di sopravvivenza.

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