I soldi ci sono ma le ricette restano sbagliate

11/08/2020 di:

Per anni, anche durante l’ultima grande crisi del decennio scorso, abbiamo sentito dire che i soldi erano pochi e che la tenuta dei conti pubblici veniva prima del soddisfacimento dei bisogni sociali. Il risultato è stato che, con la precedente crisi, un pugno di affaristi si è arricchito a dismisura, mentre la maggioranza della popolazione ha visto peggiorare sensibilmente la propria condizione materiale di vita. Non è vero che l’ascensore sociale si è fermato, piuttosto si è diretto verso il basso. Milioni di persone, insomma, sono entrate nella nuova crisi con le ferite ancora aperte di quella precedente.

La pandemia, nondimeno, ha violato alcuni santuari, come quello dell’austerità. Adesso i soldi ci sono, ancorché nessuno si premuri di spiegare perché abbiamo dovuto farne a meno negli anni passati. Un tempo, l’unica spiegazione plausibile sarebbe stata quella del ritrovamento di nuove miniere d’oro. Oggi si dovrebbe ammettere che il denaro è un’«istituzione ad alta valenza politica», che trova il suo limite soltanto nelle condizioni oggettive dell’economia e nei rapporti di potere a livello globale.

Perché non lo si ammette? A tal riguardo è utile proporre una spiegazione di John Kenneth Galbraith: «L’economia viene mantenuta nella tradizione classica o neoclassica prima di tutto dall’impegno intellettuale verso le idee stabilite. Questa è una costrizione molto forte. Ben pochi economisti sono disposti a rifiutare ciò che hanno accettato nella loro formazione e successivamente difeso nel proprio insegnamento, nei loro scritti e nelle loro conferenze». A maggior ragione – potremmo aggiungere – se questi economisti sono parte integrante dell’establishment che guida la politica economica a livello nazionale ed europeo.

Ma veniamo all’ultimo decreto del Governo italiano, battezzato come “decreto agosto”. Altri 25 miliardi di euro in deficit che si aggiungono agli 80 del periodo marzo-maggio. Oltre 100 miliardi di euro in cinque mesi – l’equivalente di almeno dieci manovre fatte nel recente passato – e non siamo ancora entrati nella cosiddetta “sessione di bilancio”, che, con ogni probabilità, si concluderà entro il 31 dicembre con un nuovo scostamento da extradeficit.

I soldi adesso ci sono, dunque (tralasciamo in questa sede i problemi che potrebbero insorgere domani da una scellerata gestione del debito). Ma per chi? Per che cosa? Va da sé che non basta la caduta dell’austerità perché cambino gli indirizzi di politica economica. In linea con i precedenti decreti, anche il “decreto agosto” rimane fedele a un’impostazione che, per semplicità, possiamo definire neoliberista (o neoclassica). Ingenti risorse dirottate verso le imprese – anche verso quelle imprese che con il lockdown ci hanno guadagnato – sotto forma di sgravi, incentivi e cassa integrazione, bilanciate (si fa per dire!) da una pioggia di piccoli bonus, misure una tantum e qualche agevolazione per i ceti popolari e alcune categorie professionali.

È uno schema ben preciso, nel quale tutto ruota intorno al ruolo salvifico dell’impresa privata: l’imprenditore, assecondando il proprio egoismo, contribuisce allo sviluppo complessivo della società. «Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio – avrebbe detto Adam Smith – che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dalla cura che essi hanno per il proprio interesse. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro egoismo». Una convinzione dura a morire, nonostante siano passati oltre duecento anni dai tempi dell’economista scozzese.

Egoismo incentivato dallo Stato, potremmo dire riferendoci all’oggi. Ma dal punto di vista economico, che valore ha questa tesi?

Prendiamo uno dei capitoli più valorizzati sui media del decreto in questione, quello relativo al taglio del 30% dei contributi per le imprese del Sud (si parla di “aree svantaggiate”, in verità). La misura è pensata per alleggerire il costo del lavoro, «con l’obiettivo – si legge nel comunicato della Presidenza del Consiglio – di stimolare crescita e occupazione».

Gli ultimi dati forniti dall’Istat parlano di una caduta del Pil italiano nel secondo trimestre di quest’anno del 12,4% (era stata del 5,4% nel primo trimestre), più marcata al Nord che al Sud (8,2% nel Mezzogiorno, 9,6% nel Centro-nord secondo la Svimez). A tale caduta del prodotto lordo corrisponderà un calo vistoso dei livelli occupazionali e, di conseguenza, del reddito delle famiglie, tanto al Nord quanto al Sud. Meno reddito, meno domanda. I consumi si contrarranno del 9,1% nel Mezzogiorno e del 10,5% nel Centro-nord, a fronte di un aumento della spesa del settore pubblico che sarà soltanto del 1,9% nelle regioni meridionali e dell’1,3% in quelle centrosettentrionali. Alla fine della giostra, l’atteso “rimbalzo” dell’economia nel 2021 sarà del 5,4% al Centro-nord e del 2,3% al Sud, dove l’occupazione si andrà ad attestare a «livelli inferiori a quelli raggiunti nel 2014 al culmine della doppia fase recessiva».

Stando così le cose, davvero si può pensare che la soluzione alla crisi delle “aree svantaggiate” (ma il discorso vale anche per le regioni economicamente più forti) sia rendere meno costoso il lavoro per le imprese? Perché un’impresa calabrese, lucana, campana, dovrebbe tramutare il beneficio ricevuto sul cuneo fiscale in nuove assunzioni quando la domanda di beni e servizi (compresa la domanda estera) è del tutto insufficiente? Non sarebbe più razionale compensare il crollo della spesa privata con un aumento proporzionale della spesa pubblica, intervenendo con misure universalistiche a sostegno dei redditi e con assunzioni dirette da parte dello Stato?

In una situazione come questa il premio Nobel Paul Krugman ammonirebbe che «la mia spesa è il tuo reddito, e il tuo reddito è la mia spesa», aggiungendo che «se tutti abbattono le spese allo stesso tempo, i redditi scendono dappertutto». Se la pandemia ha causato un crollo dei redditi privati, la minore spesa delle famiglie deve essere compensata dalla spesa statale. Cosa diversa dall’indebitarsi per tagliare le tasse alle imprese o dal barattare il blocco temporaneo dei licenziamenti, pur importante, con un prolungamento della cassa integrazione (quasi la metà delle risorse dell’ultimo decreto è assorbito da questa misura).

È una questione dirimente, anche in relazione all’uso che si vorrà fare delle risorse che arriveranno dall’Europa. Ma sarà difficile immaginare un cambiamento di rotta senza una mobilitazione dal basso, che coinvolga lavoratori e disoccupati, movimenti e forze sociali.