L’Italia arma l’Egitto: una vergogna senza conseguenze?

Volerelaluna.it

06/08/2020 di:

1.

La commessa per la vendita di armi all’Egitto di cui si parla in queste settimane è la più grande ottenuta dall’Italia dalla fine della seconda guerra mondiale, in grado di ribaltare gli equilibri delle forze militari in Medio Oriente in un momento di particolare tensione tra potenze internazionali e regionali (come afferma il sito di approfondimento arabo indipendente Noon post). E non è una novità.

Lo dimostrano i dati. Il Paese destinatario del maggior numero di licenze italiane per forniture di armi è proprio l’Egitto con 871,7 milioni di euro (derivanti in particolare dalla fornitura di 32 elicotteri prodotti da Leonardo spa) seguito dal Turkmenistan con 446,1 milioni (nel 2018 non era stato destinatario di alcuna licenza). Al terzo posto si colloca il Regno Unito con 419,1 milioni complessivi. Fra le prime dieci destinazioni delle autorizzazioni all’export di armi italiane nel 2019 ci sono quattro Paesi Nato (due dei quali anche nella Ue) insieme a due dell’Africa Settentrionale (l’Algeria oltre all’Egitto), due asiatici (Corea del Sud insieme al già citato Turkmenistan) e infine Australia e Brasile. Complessivamente il 62,7% delle autorizzazioni per licenze all’export ha come destinazione Paesi fuori dalla Ue e dalla Nato. Per quanto riguarda le imprese, ai vertici della classifica delle autorizzazioni ricevute troviamo Leonardo spa con il 58% seguita da Elettronica spa (5,5%), Calzoni srl (4,3%), Orizzonte Sistemi Navali (4,2%) e Iveco Defence Vehicles (4,1%). Le importazioni totali registrate sono state di 214 milioni di euro, per il 68% con origine negli Usa e per il 14% provenienti da Israele (va notato che in queste cifre non compaiono gli import da Ue e area economica europea non più soggetti a controlli dell’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento).

È in questo contesto che si colloca l’attuale commessa della vergogna, che ha una storia in crescendo. Nei primi giorni di febbraio, infatti, le agenzie di stampa economiche hanno annunciato la richiesta egiziana a cinque banche italiane di un prestito agevolato per un valore di 45 milioni di euro destinato a coprire l’acquisto di due fregate Frame Bergamini e di una serie di velivoli da addestramento avanzato e da combattimento leggero realizzati dalla società Leonardo. L’8 giugno, poi, l’Ansa ha comunicato il via libera del Governo italiano per la vendita all’Egitto di due fregate multiruolo Fremm (la Spartaco Schergat e la Emilio Bianchi), originariamente realizzate per la Marina Italiana e che, pertanto, dovranno essere rimpiazzate (https://europa.today.it/attualita/armi-egitto-italia-vendita-navi-militari.html). A ciò si aggiungono altre 4 navi e 20 pattugliatori (che potrebbero essere costruiti nei cantieri egiziani), 24 caccia multiruolo Eurofighter e altrettanti aerei addestratori M346. Un contratto che confermerebbe l’Egitto come il principale acquirente di sistemi militari italiani per un complessivo valore stimato tra i 9 e gli 11 miliardi di euro (http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=18&id=1158576).

2.

Eppure in seguito al massacro di Rab’a del 2013, nel quale le forze di sicurezza egiziane hanno ucciso almeno 1.150 dimostranti, i ministri degli esteri dell’Unione europea si sono impegnati a «sospendere le licenze di esportazione verso l’Egitto di attrezzature che potrebbero essere usate a fini di repressione interna» e a «rivedere la loro assistenza nel settore della sicurezza con l’Egitto». Da allora, peraltro, almeno 12 Stati membri dell’Ue, Italia inclusa, hanno contraddetto quell’impegno, nonostante non sia stata fatta giustizia per quel massacro e la repressione si sia intensificata da quando al-Sisi guida il Paese. Alcune organizzazioni per i diritti umani hanno documentato l’uso di equipaggiamento militare o di sicurezza fornito da Paesi europei per commettere abusi nei confronti di manifestanti pacifici, anche durante la violenta repressione delle proteste di massa del settembre 2019, nonché nel corso di operazioni militari nel Sinai del Nord, durante le quali l’esercito egiziano ha commesso crimini di guerra (https://www.hrw.org/it/news/2020/06/16/375449).

Lo scorso febbraio, sette organizzazioni per i diritti umani, inclusa Human Rights Watch, hanno chiesto all’Ue di adottare misure concrete – tra le quali il rispetto dell’impegno preso nel 2013 – come risposta alla crisi dei diritti umani in Egitto, associandosi alla richiesta di un «riesame profondo e completo» delle relazioni dell’Ue col Paese formulata dal Parlamento europeo nel novembre 2019.

Al contrario l’Italia si è accreditata un ruolo di capofila in un sostanziale allineamento con gli altri Paesi dell’Unione che, almeno nei fatti, dimostrano di essere indifferenti alle conseguenze della commessa. E il silenzio vale molto più di ogni parola.

Nonostante la drammaticità della situazione, le voci che, all’interno della maggioranza del nostro Paese, hanno espresso una timida contrarietà sono state assai flebili e, singolarmente, irrilevanti. Il Governo è giunto a sostenere che le commesse non influenzeranno l’impegno dell’esecutivo e del Parlamento sull’affaire Regeni, affermando addirittura che proprio le intese militari potrebbero favorire gli obiettivi di collaborazione con le autorità egiziane. Peccato che secondo il quotidiano indipendente Al Khalij al Jadid «il Cairo sta cercando di placare Roma sulla questione Regeni con un accordo di alto livello». Il giornale ricorda che, dopo la morte del ricercatore, le licenze per l’esportazione militare dall’Italia al regime di Abdel Fattah al Sisi sono passate dai 7,1 milioni di euro del 2016 a 7,4 nel 2017 fino a raggiungere 69 milioni di euro nel 2018. «Questo numero supera di gran lunga gli acquisti totali di armi nel periodo tra il 2013 e il 2017, secondo un documento rilasciato dal ministero degli esteri italiano», commenta ancora il quotidiano.

3.

La realizzazione delle commesse (quelle già concluse e quella in itinere) non può essere riduttivamente confinata nell’alveo delle “scelte politiche” che competono, secondo i principi della Costituzione, al potere esecutivo. C’è, infatti, in tali scelte un vulnus alla nostra Carta molto più profondo di quanto possa apparire.

Al potere esecutivo competono certo gli atti politici e le commesse militari – quale espressione di politica estera e di difesa – sono espressione di esercizio di tale potere in conformità alla nostra Carta Costituzionale. Nondimeno l’atto politico – seppur caratterizzato da larga discrezionalità – ha dei limiti precisi e disegnati dal Potere legislativo che ne costituiscono contraltare e contrappeso.

Orbene, in materia di autorizzazione alla vendita di armi l’atto politico del potere esecutivo è vincolato da una rigida normativa, interna e internazionale, che trova fondamento nei precetti degli articoli 10 e 11 della Costituzione. In questo quadro la legge n. 185 del 1990 non lascia spazio ad alcuna speculazione giuridica:
a) non si può commerciare in armi con governi responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani;
b) non si può commerciare in armi con Paesi la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione;
c) non si può commerciare in armi con Paesi in conflitto armato, che pure rispettino i diritti umani, se ciò non avviene attraverso il parere delle Camere.
Si tratta, inoltre, di princìpi ulteriormente rafforzati dalla legge 4 ottobre 2013, n. 118 di ratifica ed esecuzione del Trattato sul commercio delle armi, adottato a New York dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 2 aprile 2013.

Nel caso specifico il potere esecutivo ha quindi agito riuscendo, in un sol colpo, a violare l’intera normativa interna e internazionale vigente.

Ma il concetto di violazione – nel suo significato giuridico – non esprime appieno il vulnus realizzato. È, infatti, riduttivo e parziale (oltre che ontologicamente errato) qualificare come semplice violazione di legge l’atto politico dell’esecutivo che si pone in contrasto con la legge e la Costituzione. Nel caso specifico l’atto politico (e stiamo discutendo di un atto strategico e fondamentale per la posizione internazionale del nostro Paese) elude, infatti, i contrappesi che il nostro sistema costituzionale e istituzionale prevede nell’ambito della legittima autonomia di ciascuno dei tre poteri.

Le commesse della vergogna non violano solo la legge, ma «elidono, escludono e ignorano» il contrappeso, agendo come se esso non esistesse. La violazione determina un mutamento dell’assetto istituzionale: con esse viene, di fatto, abrogata la legge che ne disciplina i presupposti. Si tratta di un effetto gravissimo poiché il potere di intervenire sulla legge, anche abrogandola, appartiene esclusivamente al Parlamento.

Ciò dovrebbe aprire un dibattito capace di coinvolgere tutte le formazioni politiche e le reti che si sono già mobilitate sul versante politico. È indispensabile individuare una reazione di natura giudiziaria, atteso che l’atto politico mette in gioco non solo scelte politiche ma il “modo” attraverso il quale quel risultato – politicamente inaccettabile – è stato raggiunto. Non può ammettersi che proprio quel “modo” – in spregio alla Costituzione e alla separazione dei poteri – possa ritenersi esente da responsabilità, conseguenze e “sindacato” giurisdizionale. C’è in gioco l’assetto costituzionale prima ancora che singoli princìpi della Costituzione.