USA. Scenari di fantapolitica

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Giovedì 30 luglio Trump ha dichiarato di voler posticipare le elezioni di novembre a causa della pandemia in corso, trasformando così il virus da fattore a lui ostile a strumento capace di garantirgli, nelle sue speranze la permanenza alla Casa Bianca.

Notevolmente indietro nei sondaggi rispetto a Biden, proprio a causa dell’esplosione del virus, che non solo non ha saputo governare, ma che soprattutto ha determinato il crollo del sogno americano di un’economia in ascesa che gli avrebbe garantito la rielezione, Donald Trump ha deciso quindi di volgere la Covid-19 a suo favore. In un tweet mattutino, confermato in giornata, il presidente in carica ha annunciato che la data del 3 novembre dovrebbe essere posposta «fino a che le persone non potranno votare in sicurezza», tanto più che l’alternativa al voto in presenza, quello per posta cioè, darebbe luogo ad elezioni «scorrette e fraudolente». L’ostilità di Trump nei confronti dell’unica modalità di voto capace, a certe condizioni, di garantire un tranquillo svolgimento delle presidenziali a novembre, ossia l’espressione per posta, è stata ‒ com’è noto ‒ la causa di feroci litigi con il patron di Twitter, che ha segnalato sul social l’infondatezza dell’accusa di Trump, “marchiando” i corrispondenti tweet come non sicuri.

È, peraltro, innegabile che la varietà dei sistemi elettorali, le cui modalità restano appannaggio degli Stati, e non dell’ordinamento federale, e il volontario mancato finanziamento federale necessario a garantire l’universalizzazione e l’omogeneità della soluzione postale, rendano oggi effettivamente problematico assicurare non soltanto un risultato rapidamente conoscibile dell’espressione popolare il 3 novembre, ma anche un suo ordinato svolgimento. A conferma di ciò sta non soltanto l’estrema confusione ingeneratasi durante le primarie per l’esagerata richiesta di un’espressione del consenso a distanza, che ha prodotto grosse difficoltà di gestione da parte di chi è impreparato e sotto finanziato per farvi fronte, ma anche il ritardo con cui i risultati delle elezioni sono pervenuti. Si pensi che nello Stato di New York, in cui si è votato per le primarie democratiche il 23 di giugno, alla fine di luglio gli esiti non sono tutti disponibili! Al di là della fondatezza o meno delle accuse di potenziali brogli cui le elezioni per posta darebbero luogo, la situazione che si è creata è dunque tale per cui è oggi dato a Trump di proporre ragionevolmente uno slittamento della data delle elezioni presidenziali.

Il caos che conseguirebbe al rinvio non potrebbe che far gioco a Trump, stante la sua debolezza nei sondaggi e la forza che gli deriva dall’essere l’attuale presidente in carica. La situazione è, peraltro, piuttosto complessa.

La data delle elezioni non può essere posticipata dal presidente, perché per Costituzione è il Congresso e solo il Congresso che può farlo (art. II). Né un executive order in tal senso, che facesse seguito a una dichiarazione dello stato di emergenza, sembrerebbe legittimamente adottabile dal presidente. In ogni caso, quand’anche il Congresso dovesse spostare in avanti la data delle presidenziali, difficilmente per dicembre la situazione sanitaria sarebbe diversa rispetto a novembre. La Costituzione prevede, però, che il Congresso, per la parte che si rinnova ‒ ossia tutta la House of  Representatives e un terzo del Senato ‒ debba inderogabilmente giurare il 3 gennaio e il Presidente eletto necessariamente insediarsi il 20 gennaio. Date differenti comporterebbero una modifica costituzionale, ciò che è certamente impensabile prima di allora. Cosa succederebbe, dunque, se per gennaio – a causa della pandemia in corso ‒ non si fossero ancora svolte le consultazioni elettorali? Se, in allora, non ci fosse un presidente eletto, toccherebbe alla successiva più alta carica dello Stato prenderne il posto. Ma non si tratterebbe né di Mike Pence, scaduto con Trump, né di Nancy Pelosi, a sua volta non rieletta da votazioni non avvenute. Anche l’attuale quarta carica dello Stato, il più anziano fra i rappresentanti della maggioranza in Senato, Chuck Grassley, non sarebbe più rappresentante del partito di maggioranza, perché a novembre in Senato ci sono in ballo 23 seggi, oggi repubblicani, e 12 attualmente democratici.  Il mancato svolgimento delle votazioni comporterebbe un rivolgimento delle odierne maggioranze in Senato e presidente diventerebbe, così, il democratico Patrick Leahy: uno scenario certamente non auspicato da Trump, né particolarmente accettabile sotto il profilo della democrazia.

Perché Trump possa ottenere dei vantaggi dalla pandemia in corso occorrerebbe allora che una Corte suprema “amica” immagini soluzioni differenti, attestando, per esempio, la legittimità costituzionale di un suo executive order, che eccezionalmente lo mantenga in carica fino alla fine della stessa (inverando il pronostico avanzato con terrore da Michael Moore, in Farenheit 11/9, già nel 2018: «Trump sarà l’ultimo presidente degli Stati Uniti»). Dopo le decisioni in tema di diritti LBGTQ, di aborto e di consegna alla procura delle dichiarazioni fiscali del presidente in carica ‒ e nonostante la recentissima pronuncia a favore dell’esclusione dal voto di novembre dei tanti ex detenuti della Florida, soprattutto neri ed elettori democratici, che non possono pagare i propri debiti con la giustizia ‒ la Corte Suprema appare però oggi assai meno trumpiana di una volta. In particolare il suo Chief Justice, John Roberts, ma sulla questione delle dichiarazioni al fisco anche i due giudici da ultimo da lui nominati, ossia Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh, hanno infatti, finalmente preso le distanze da un atteggiamento di appiattimento sui desiderata del presidente, manifestando la volontà di recuperare alla Corte un ruolo super partes e di garante della rule of law

Per tale ragione la maniera più sicura per volgere a sua favore la Covid-19 consisterebbe, per Trump, nel chiedere ai Parlamenti degli Stati a maggioranza repubblicana di far uso del potere, che la Costituzione attribuisce loro, di nominare direttamente i membri del Collegio elettorale, senza delegare quel compito ai cittadini. Non sarebbe certamente una mossa democratica, ma sarebbe pur tuttavia legale in un sistema in cui il Presidente non è comunque espressione del voto popolare, bensì del Collegio elettorale, come varie volte ‒ e più recentemente nel 2016 ‒ è stato possibile constatare. La sezione 1 dell’articolo II della Costituzione, stabilisce, infatti, che «ciascuno Stato nominerà, nel modo in cui il Parlamento riterrà opportuno, un numero di elettori uguale al numero dei senatori e dei rappresentanti alla Camera a cui ha diritto nel Congresso». Da tantissimo tempo a questa parte in tutti gli Stati dell’Unione i membri del Collegio elettorale sono scelti tramite votazioni popolari su base nazionale, ma nulla impedisce che i Parlamenti dei singoli Stati decidano diversamente, soprattutto se le ragioni dell’epidemia consiglieranno di evitare assembramenti e il voto per posta è, come dice Trump, fonte di possibili abusi e frodi elettorali o, come è apparso palese fino ad ora, causa di incertezze e disagi in mancanza dello stanziamento dei fondi necessari.

Se Trump non può cancellare le elezioni, può insomma chiedere ai Parlamenti dei 28 Stati a maggioranza repubblicana di farlo e di indicare direttamente i 294 grandi elettori, cui tutti insieme essi hanno diritto al Congresso, che voteranno per lui. Sotto questo profilo la recentissima pronuncia della Corte Suprema, che ha stabilito all’unanimità l’esistenza di un vincolo di mandato per i grandi elettori ‒ se a ciò obbligati dai rispettivi Stati ‒, garantisce a Trump la certezza di vittoria nell’ipotesi in cui riesca a convincere i Parlamenti statali repubblicani a percorrere una simile strada, giacché per diventare presidente sono sufficienti 270 voti al Collegio elettorale. 

Scenari fantapolitici? Non con Trump in corsa, che certamente non si rassegnerà ad essere sconfitto senza combattere con qualunque mezzo. 

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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