Un new deal per la scuola

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Il Covid-19 ha malinconicamente ribadito, come se non fosse già chiaro ed evidente, che in Italia la scuola pubblica statale non rientra nelle priorità politiche di nessun Governo. A parte le retoriche dichiarazioni di rito, come sempre lastricate di buone intenzioni e di frasi altisonanti del tipo «la scuola è il futuro» (io mi accontenterei più modestamente di pensare al presente), il sistema scolastico continua, infatti, a ricoprire il triste ruolo di Cenerentola degli investimenti.

Questi mesi di pandemia hanno messo a nudo e accentuato le tante problematiche di un mondo dell’istruzione impoverito e umiliato da decenni di riforme finalizzate a tagliare e contenere le spese, il tutto nel nome di una modernizzazione ideologica, che ha assunto il modello aziendale come paradigma di riferimento di uno sviluppo fondato non sulla emancipazione della persona e della collettività, ma sulla competizione, sul mercato e sull’individualismo. In questo drammatico contesto il Ministro dell’Istruzione Azzolina ha gestito la crisi in modo inadeguato, approssimativo e ondivago, all’interno di un esecutivo che complessivamente ha relegato l’istruzione ai margini degli interventi per sbloccare e rilanciare il Paese. Durante il lockdown la scuola, che coinvolge direttamente la vita di circa otto milioni di studenti e di oltre ottocentomila docenti e indirettamente quella di milioni di famiglie italiane, è caduta in un buco nero di tentennamenti e rinvii, illuminato solo dalla fioca luce della didattica a distanza, inizialmente assunta a comoda panacea di ogni difficoltà, dimenticando che i processi di apprendimento e di formazione avvengono innanzitutto in presenza, soprattutto nell’età dell’infanzia e della adolescenza.

In molti, troppo ingenuamente, hanno pensato che la pandemia potesse essere l’occasione per rivedere le priorità del nostro modello di sviluppo, mettendo finalmente al centro la sanità, l’istruzione e l’ambiente, come orizzonte per migliorare le condizioni materiali di vita. Per far ciò purtroppo però non basta una pandemia, la quale nell’immediato sembra anzi aver accresciuto gli interessi particolari di categoria, bensì serve una vera e propria rivoluzione copernicana politica, economica e culturale; sino a quando al centro dell’esistenza non vi saranno il benessere comune e l’armonia uomo-natura, ma la costante ricerca del profitto privato, la scuola, la salute e l’ecologia rimarranno le variabili dipendenti del mercato capitalistico e del suo processo globale di mercificazione e sfruttamento. E alla secolare favola dell’interesse privato che si armonizza con quello collettivo non ci credono neanche più i bambini, nonostante ci venga ancora raccontata ogni sera prima di andare a dormire.

Nonostante i mesi di silenzi e di improvvisazioni, molti cittadini si sarebbero aspettati, al temine del periodo di crisi più buio e duro, un segnale politico forte da parte del ministro dell’Istruzione e del premier Conte, invece ancora una volta la montagna ha partorito il topolino: le prime linee guide emanate, dopo alcune imbarazzanti idiozie come il plexiglass per separare gli studenti, di fatto demandavano ai dirigenti scolastici la risoluzione dei problemi organizzativi per la riapertura della scuola il 14 settembre 2020. Per fortune le proteste di piazza, dei sindacati e degli enti locali hanno portato, in questi giorni, il governo a stanziare un ulteriore miliardo per affrontare l’emergenza. Segnale importante, ma del tutto insufficiente, perché di fronte a una situazione così complessa non basta annunciare un po’ di assunzioni o il distanziamento di un metro da bocca a bocca, bensì serve un vero e proprio new deal scolastico di medio periodo, finanziato dalla riduzione delle spese militari e dalla lotta all’evasione fiscale e fondato su alcuni punti programmatici irrinunciabili.

In primo luogo, dalla scuola primaria alla scuola secondaria di secondo grado, le classi devono essere composto da non più di 20 alunni, 15 nel caso vi siano degli studenti con disabilità fisiche e psichiche. Una didattica di qualità, autenticamente inclusiva e laboratoriale, non si può realizzare con 27, 30 o 33 studenti. Senza questa riforma tutte le analisi pedagogiche valgono meno delle chiacchiere da bar sul calciomercato. L’apprendimento passa per il rapporto diretto che gli insegnanti riescono nel tempo ad instaurare con i propri studenti.

In secondo luogo, è necessario un piano straordinario di assunzioni di almeno 150.000 insegnanti (a partire dai precari con tre anni di servizio) e di 50.000 lavoratori amministrativi, tecnici e ausiliari al fine di garantire la didattica in presenza per tutti gli studenti e una riapertura delle scuole in piena sicurezza.

Infine, urge mettere mano, in modo profondo, all’edilizia scolastica, attraverso ingenti investimenti che permettano lavori di manutenzione e ammodernamento delle strutture esistenti, di ristrutturazione di edifici pubblici dismessi e inutilizzati e di costruzione di nuove infrastrutture realizzate secondo innovativi criteri ecologici. Un ambiente sano è oggi più che mai fondamentale per favorire l’apprendimento, il benessere e la crescita degli alunni.

Queste richieste, però, non devono sorgere solo da una sparuta parte di docenti e studenti. La necessità di dare vita a un new deal scolastico deve diventare egemone nella società, poiché la scuola in una democrazia o è di tutti o non è di nessuno. La scuola che nella sostanza lascia indietro i più fragili è una scuola democratica solo a parole. La scuola o è un luogo orizzontale per crescere insieme verticalmente o è un ingiusto arcipelago di poche isole beate in un mare di sofferenza e impoverimento. La cultura individualista del pensare solo a se stessi è il cuore malato di un liberalismo che ha rinnegato ogni istanza progressista, diventando un avido mostriciattolo che quotidianamente divora quei principi di solidarietà e di uguaglianza, indispensabili per fondare una società aspiri ad edificare una democrazia reale, fatta di inclusione ed emancipazione, in cui ogni individuo sia messo nelle condizioni di provare a realizzare le proprie potenzialità e i propri sogni.

Senza ingenti investimenti nel sistema scolastico nazionale, non ci resterà che assistere al progressivo trionfo della libertà dei pochi (ricchi, fortunati, benestanti o geniali che siano) e alla marginalizzazione dei molti, per i quali la scuola diventerà un parcheggio o un luogo in cui ribadire e reiterare le ingiustizie sociali.

Matteo Saudino

Matteo Saudino, laureato in storia e filosofia, insegna filosofia presso il liceo “Giordano Bruno” di Torino. È autore di "La filosofia non è una barba" (Vallardi, 2020) e, con Chiara Foà, di “Il prof fannullone. Appunti di una coppia di insegnanti ribelli nell’esercizio del mestiere più antico del mondo (o quasi)” (Independently published, 2017). È ideatore di "BarbaSophia", canale YouTube (https://www.youtube.com/channel/UCczAmcE87UncfJLyrfA2wUA) in cui spiega e racconta concetti e storia della filosofia.

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One Comment on “Un new deal per la scuola”

  1. Il collega coglie nel segno, trattando i punti nodali più urgenti da sciogliere che , superfluo sottolinearlo, erano là già da tempo, aggrovigliati e arrugginiti come ferri vecchi. Tra questi , il ferro ” nuovo” della DaD sulla cui “pericolosità” per la formazione e la preparazione dei nostri ragazzi, sono stati scritti decine e decine di articoli. Così anche Saudino.
    Si deve, urge, è necessario…ricorrono nella pregevole riflessione che, in chiusura, non si nasconde il vero grosso problema , al di là della cattiva volontà politica ( il piano con le linee guida per il rientro e quanto va dichiarando giulivamente la Azzolina, non sono affatto rassicuranti ) che è l’individualismo italico. Radicato, antico, durissimo a morire. Aggiungerei una buona dose di pavidità.
    Un new deal per la Scuola Pubblica , vilipesa e bistrattata da decenni, perchè si realizzi avrebbe bisogno di menti aperte, pensose del bene comune e del nostro destino. E di cuori appassionati. O più semplicemente di politici e cittadini nel vero senso della parola.
    Con partecipazioni corali non da ” io tu e le rose”, come capita spesso di riscontrare quando si organizzano manifestazioni, scioperi, proteste.
    La forza dei distruttori / riformisti, mi scuso per la banalità, è questa. E non solo per la Scuola.

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