Le statue controverse: in piazza o nei musei?

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Da storico dell’arte trovo appassionante il dibattito che divampa intorno alle statue civiche.

Il punto non è la riscrittura della storia: e le provocazioni che in queste ore chiamano in causa libri o film non hanno alcun senso. Perché il vero oggetto di contesa è lo spazio pubblico come luogo in cui una comunità civile costruisce se stessa attraverso una lettura (spesso attraverso l’invenzione) del passato, e indica una via verso il futuro. È commovente che questo accada dopo decenni di privatizzazioni selvagge che tendono a far letteralmente sparire, in tutto il mondo, il concetto stesso di spazio pubblico. Se partiamo da qui, si dovrà convenire che tenere (letteralmente) su un piedistallo nella piazza (centro della polis e dunque luogo politico per eccellenza) un personaggio, significa indicarlo come modello di virtù civili. È l’equivalente civile della santificazione: «guardatelo, prendetelo a esempio, fate come lui».

Naturalmente questo messaggio arriva quando c’è un nesso ancora vivo tra il personaggio e la comunità che lo celebra. I monumenti antichi, medioevali e dell’età moderna sono fuori da questo discorso. Certo, se pensassimo di invadere la Romania, la Colonna Traiana potrebbe recuperare un suo valore politico; e, se scoppiasse una guerra tra Milano e Venezia, qualche infiltrato meneghino in Laguna potrebbe far brillare il monumento di Verrocchio a Bartolomeo Colleoni. Ma non mi pare questo, il problema. Che invece riguarda i monumenti eretti in un’età che sentiamo ancora nostra, in onore di personaggi, remoti nel tempo o contemporanei, che già in quel momento erano in contrasto con i valori di una parte della società. Monumenti che usavano il passato in un conflitto contemporaneo. Quest’epoca parte dalla Rivoluzione Francese e arriva fino a noi. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 26 agosto 1789 inizia affermando che «gli uomini nascono e rimangono liberi ed eguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono fondarsi che sull’utilità comune». Nel 1792 la Rivoluzione cancellò le discriminazioni razziali, nel 1794 abolì la schiavitù. E in quello stesso 1794 la Convenzione mise fine alla distruzione delle opere d’arte prodotte dalla monarchia francese: fu coniata la parola vandalisme, e si affermò solennemente che «solo gli schiavi distruggono i monumenti, gli uomini liberi li conservano». Era la saggia decisione di coloro che si sentivano definitivamente vincitori, e pensavano di non aver nulla da temere da monumenti passati cui sottraevano il significato originale, e ne imponevano uno puramente culturale, repubblicano. Nasceva il Musée des monuments, e con questa operazione di “patrimonializzazione” nasceva l’idea stessa di patrimonio culturale: quella per cui oggi amiamo, per esempio, le statue di Cosimo I anche se ne esecriamo le gesta contro la libertà fiorentina.

Ma la statua abbattuta a Bristol pochi giorni fa era stata dedicata al mercante di schiavi Edward Colston (1636-1721) – le cui navi trasportarono dalle coste africane all’America almeno 100.000 persone rapite ai loro villaggi e ai loro affetti – solo nel 1895: un secolo dopo l’abolizione della schiavitù! Era nata, ed era poi sempre stata difesa, come un segno del perdurante razzismo della società inglese. Nata e difesa per usare il passato nelle lotte del presente: e perita per lo stesso motivo. Negli ultimi vent’anni su quel bronzo si era aperto un duro confronto: una petizione per la rimozione ha raccolto 11.000 firme, e solo installazioni artistiche non autorizzate hanno reso visibile intorno alla figura di Colston l’immane tragedia che egli provocò, un po’ come ora propone di fare Banksy. Ma i sindaci di Bristol hanno impedito perfino che una targa mutasse il segno del monumento, inchiodando Colston alla verità storica.

Così quelle autorità non hanno difeso la storia, ma hanno usato la statua come pedina di una battaglia attuale. Facendo così, hanno condannato quel bronzo ad essere gettato nel fiume.

Non ci nascondiamo dietro un dito: se masse oppresse in tutto l’Occidente non riescono a condividere la saggia svolta contro il vandalismo compiuta dalla Rivoluzione trionfante, è appunto perché sono tuttora oppresse, e sconfitte. La loro battaglia non riguarda la storia, ma il futuro: ed è sacrosanta.

Credo, dunque, che la risposta più saggia per le statue civiche controverse dell’Otto e Novecento sia la loro musealizzazione. Nei musei possono e devono vivere come documenti di una storia che non si cambia: qui i cittadini possono e devono conoscerle, fin dalla scuola.

Ma le statue nelle piazze, e le intitolazioni delle vie, sono il riflesso della cultura politica che in un dato momento storico le decide e le fa costruire: è naturale che il tempo porti a ripensamenti, revisioni, inversione di marcia. Ed è sano che siano al centro di un conflitto. Sarebbe un tragico errore cancellarle e distruggerle, ma lo sarebbe anche impedire che la società di oggi costruisca il proprio pantheon ideale. Le statue che oggi non erigeremmo mai (a schiavisti, razzisti, fascisti, stupratori, nemici del popolo di ogni tipo) portiamole nei musei, dove vivono la memoria e la storia. Come sarei felice di vedere i fratelli Rosselli, Ferruccio Parri, Emilio Lussu o don Milani, sui piedistalli che sorreggono le troppe statue di indegni re sabaudi e generali macellai!

Come ci ha ricordato Salvatore Settis, tenerle in piazza rovesciando il senso dell’epigrafe è una via storicamente sperimentata. È però vero che, come diceva Leonardo, le immagini sono troppo più forti delle parole. Con un po’ di ingegneria si potrebbero allora rovesciare proprio le statue, mettendole a testa in giù: a partire dall’obelisco di Mussolini al Foro Italico.

Anche la vie possono cambiare nome, pur conservando la memoria nella targa. Per esempio: «Via degli Insorti di Genova del 1849 (già via Lamarmora)». Oppure: «Via della Moschea (già via Oriana Fallaci)». O ancora: «Piazza Francesco Saverio Borrelli (già piazza Bettino Craxi)».

Quanto alla statua di Montanelli a Milano: dobbiamo conservarla lì perché ci ricorda costantemente quanto siamo smemorati e superficiali. Montanelli non si pentì mai di aver comprato, da soldato invasore dell’Etiopia, una ragazzina di dodici anni per farne una schiava sessuale: nessuna (peraltro mostruosa) “mentalità coloniale” giustifica una scelta esecrata perfino da molti fascisti, in quegli anni. E soprattutto Montanelli non cambiò mai idea, nemmeno dopo che era divenuto cittadino dell’Italia della Costituzione. Leggiamo cosa scriveva nel 1962 a proposito delle lotte contro l’apartheid guidate da Martin Luther King: «Piano piano l’America sta rendendosi conto che con questo problema essa deve convivere perché non lo può risolvere. O meglio, lo può risolvere solo nell’ambito giuridico della parità dei diritti civili. Biologicamente, no. Perché sarà ingiusto, sarà ripugnante, sarà razionalmente inesplicabile e inaccettabile; ma è un fatto che il meticciato coi neri ha dato risultati catastrofici dovunque lo si è praticato». La statua di Montanelli fu inaugurata a Milano il 22 aprile 2006. Tre anni prima il sindaco di destra Gabriele Albertini (che negò al Gay Pride il patrocinio del Comune) aveva dedicato una piazzetta al fondatore dell’Opus Dei e quindi un parco al fondatore di Comunione e Liberazione. E oggi è difesa da tutta la destra, fino a quella ben piazzata nel Partito Democratico. Ecco cosa ne ha detto, pochi giorni fa, Eugenio Giani, candidato alla Presidenza della Toscana da una coalizione che include perfino Articolo 1 e ciò che resta di Sinistra Italiana: «Ognuno può pensarla come vuole, ma quando si passa dalla cronaca alla storia è necessario mantenere un giusto approccio ed essere oggettivi sui valori della persona. Indro Montanelli è stato forse il più autorevole giornalista che l’Italia abbia avuto nel ventesimo secolo. La Toscana penserà ad azioni per valorizzarlo: è stata una figura di grande spessore. Aver gettato vernice sulla sua statua è atto assolutamente esecrabile». Giusto: valorizziamola come monito. Finché non sarà possibile rimuoverla, lasciamola coperta di vernice rossa: che almeno si veda che qualcuno, nell’Italia del 2020, crede ancora nei valori della Costituzione della Repubblica.

Le vie e le piazze sono, per fortuna, ancora luoghi di conflitto, e i loro piedistalli (proprio come le loro intitolazioni) sono nodi del discorso pubblico che costruisce la via verso il futuro.

L’ultima cosa che dobbiamo fare è usare l’arte e la storia contro la giustizia e l’eguaglianza.

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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