Democrazia diretta o riduzione della democrazia?

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Dai suoi maestri Mario Dogliani e Gustavo Zagrebelsky, il costituzionalista torinese Francesco Pallante ha preso – oltre la straordinaria preparazione – la vocazione all’intervento nel discorso pubblico. La differenza generazionale (è nato nel 1972) gli ha risparmiato ogni collateralità alla lunga stagione del Centrosinistra, e dunque il suo sguardo è particolarmente libero, oggettivo. Lo si capisce bene dal suo ultimo libro, esplicito fin dal titolo: Contro la democrazia diretta (Einaudi, 2020). È un saggio capace di scontentare tutti gli attori politici degli ultimi anni, perché non vi si trova nulla che permetta di dividere il campo tra buoni e cattivi. C’è, invece, un’analisi profonda dello slittamento culturale che ha portato l’intero quadro politico ad allontanarsi sempre di più dall’idea di democrazia della Costituzione del 1948. Capitolo dopo capitolo, incalzati da titoli ficcanti (Dall’ecclesìa alle primarie o Conformismo a 5 stelle), si comprende come siamo arrivati al deserto culturale attuale.

Si capisce che non esiste soluzione di continuità tra il plebiscitarismo delle primarie di Veltroni e la richiesta di pieni poteri di Salvini, passando per la tentata riforma costituzionale Renzi-Boschi e per il taglio dei parlamentari dei Cinque Stelle. Il che non vuol dire affatto che tutti costoro siano uguali, o equivalenti, ma che tutti hanno cavalcato «il coinvolgimento popolare diretto nelle decisioni politiche, a discapito delle tradizionali forme di mediazione e controllo». Che male c’è a coinvolgere il popolo sovrano? L’intero libro risponde a questa domanda, dimostrando come ogni invocazione della democrazia diretta finisce per generare una restrizione della rappresentanza, una riduzione dei contrappesi, una concentrazione delle decisioni in poche mani. Di fatto, una riduzione della democrazia. «La democrazia diretta – spiega Pallante – ci affascina perché promette di realizzare l’ideale dell’auto-governo. In realtà, espone ciascun cittadino al rischio del dominio di una maggioranza avversa – maggioranza che, oltretutto, ha diritto di imporsi semplicemente in quanto tale, a prescindere da ogni considerazione sul merito delle questioni, secondo una logica di puro decisionismo. La democrazia della maggioranza, o democrazia maggioritaria, è una maschera sotto cui si cela il volto della dittatura della maggioranza, con la sua attitudine alla sopraffazione. Lo spiega, in maniera forse un po’ cruda ma senz’altro efficace, Matteo Salvini: “chi vince governa, chi perde non rompe le palle”». C’è un unico rimedio a questa doppia deriva – presidenzialismo di fatto e democrazia diretta – solo apparentemente divergente, ed è proprio quello che essa aborre: più rappresentanza, più ascolto, più conflitto trasparente e leggibile. Insomma, più Parlamento.

Pallante non si fa illusioni: «Occorre essere realisti. La rappresentanza politica non è di per sé salvifica. È una scommessa, può fallire. Funziona se si crede che il pluralismo sociale sia un valore, non una minaccia, e che il conflitto rivolto al compromesso sia il solo strumento idoneo ad assicurare uguale libertà a tutte le posizioni. Uguale libertà sul piano sostanziale, non meramente formale». Perché non è certo un caso che distruzione della democrazia rappresentativa e aumento delle diseguaglianze abbiano conosciuto la stessa crescita: esponenziale. Comprenderne le ragioni vuol dire anche provare a combatterle. A questo serve, egregiamente, il libro di Francesco Pallante.

L’articolo è pubblicato anche su Il Fatto Quotidiano

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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3 Comments on “Democrazia diretta o riduzione della democrazia?”

  1. Sono diventato adolescente con la Democrazia Diretta. Era il nome del gruppo che precedette la nascita di Lotta Continua ad Alessandria nel ’68. Quando, una quarantina di anni dopo, la società Casalegno l’ha coniugata con la rete avrebbe avuto una buona idea, se il pensiero informatico fosse stato degno sul piano etico e su quello tecnico. Così non fu, ora chiunque lo vede: ma il progetto non è morto perché la democrazia diretta è certamente meno falsificabile di quella rappresentativa.
    Qualche settimana fa il segretario Pd Zingaretti ha lanciato uno slogan con quattro S: salute, soldi, sviluppo, sicurezza. Ha fornito un esempio da manuale di come il contenuto fraudolento della delega possa essere praticato nel centro sinistra senza che nessuno se ne lamenti, basta un pomposa iterazione che nasconde un entimema. Non una voce si è levata per ricordargli che la sanità è stata azzoppata dalle riforme e dai PPP decisi con larghe intese, che i soldi dati col bazooka e con l’elicottero sono debiti (sarebbe molto meglio cancellare i debiti d’investimento delle imprese, ma questo in Italia non viene in mente a nessuno), che lo sviluppo deve radicalmente cambiare modello e passare dalla cementificazione alla cura del territorio, che la sicurezza chiede una nuova politica internazionale dell’Italia e dell’Europa – o semplicemente è finita.
    Snobbate dai media ma nondimeno degne di studio, diverse esperienze sociali, territoriali, locali stanno praticando la democrazia diretta con risultati di rilievo, anche a livello globale. L’Asilo Filangieri a Napoli ha dato una lettura fresca e fedele dell’art. 42-sgg Cost., punta di diamante dell’ordinamento italiano, mentre l’occupazione della tenuta fiorentina di Mondeggi è ora un paradigma di agricoltura contadina per stare sani mangiando bene, con decenti rapporti di lavoro. Due realtà che saranno preziose per trasformare l’Europa e gettare al macero i trattati del neoliberismo.
    La loro democrazia diretta consiste prima di tutto in un principio: il buon governo (governo di beni comuni) non si fa con la delega né a colpi di maggioranza, ma con il consenso consapevole. In quelle esperienze le persone sono poste in condizione di conoscere approfonditamente i dati di realtà, di sperimentare soluzioni alternative tra loro, di verificarne gli esiti, di attuare processi decisionali fondati sulla condivisione di visioni del futuro innovative e rispettose.
    L’uso di strumenti e reti digitali non piace a tutti, e di sicuro sino a ora non è stato esemplare. In primo luogo ha limitato la cognitività, escludendo la conoscenza approfondita degli argomenti e la documentazione adeguata perché poco appetibili per la mentalità “facebook”. Ha cercato il pragmatismo delle scelte anziché l’etica e la coerenza. Insomma la democrazia diretta di rete si è allineata con la sottocultura televisiva e con il linguaggio dei sillogismi truffaldini. Ma la storia non finisce con l’implosione delle stelle o del Pd.

  2. Il libro di Pallante è un testo essenziale , in senso letterale, che va diritto allo scopo della tesi che vuole dimostrare. Rigoroso nel percorso, puntuale nelle dimostrazioni, costruisce, senza deviazioni ridondanti, un quadro pieno del tema della democrazia diretta, alla luce della Costituzione.
    ” L’ opinione di milioni di privati non dà nessuna pubblica opinione, il risultato è solo una somma di opinioni private”. Decisamente convincente.

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