Perché la didattica a distanza non è scuola

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La didattica a distanza, che io chiamerei didattica dell’emergenza, non è una forma di scuola alternativa a quella in presenza. In questi mesi è stata importante perché ci ha permesso di non interrompere quei legami complessi che caratterizzano la scuola come comunità di ricerca, di pratiche e di relazioni, mantenendo vivo il rapporto con i bambini, i ragazzi e le loro famiglie. La scuola però comprende condizioni di spazio, tempo, relazione, che si possono attivare unicamente in presenza.

Lo spazio ha un ruolo fondamentale per il processo di apprendimento degli studenti. Il bambino e il ragazzo devono potersi confrontare faccia a faccia tra loro e con gli insegnanti durante l’elaborazione di un’attività; avere la possibilità di lavorare in coppia e in piccolo gruppo; potersi muovere, lavorare e relazionare in uno spazio condiviso; avere occasioni di incontro e di scambio con altri allievi della scuola. L’ambiente digitale è uno spazio virtuale ed è perciò un tipo di ambiente di apprendimento diverso dall’aula scolastica, che ha una sua fisicità. Lo spazio fisico, che era l’elemento distintivo e condiviso del fare scuola, si è ristretto improvvisamente alle abitazioni. I bambini e i ragazzi sono situati in ambienti molto diversi tra loro e quasi mai adatti all’apprendimento. Lo spazio pubblico scuola entra nello spazio privato casa, creando un elemento ibrido che crea disorientamento.

Oltre allo spazio, anche il tempo ha una precisa valenza pedagogica. Nella scuola in presenza è un tempo disteso, coerente con l’idea che l’insegnamento di una disciplina non possa riguardare esclusivamente i contenuti di conoscenza, ma debba anche favorire l’approccio a strategie, metodi, linguaggi che ne sostengono il processo di organizzazione. Nella didattica a distanza il ritmo è serrato, il tempo scuola ridotto: ciò non consente di tenere conto delle diverse modalità di apprendimento di ognuno.

Nella didattica a distanza sono inoltre cambiate le relazioni: senza corpi la relazione è unicamente virtuale. In una prima fase, quando sono iniziate le videolezioni, nei ragazzi c’è stato l’entusiasmo di rivedersi, la grande emozione vissuta insieme di poter tornare a comunicare. Ora, soprattutto tra gli allievi più grandi, sta prevalendo un sentimento di profonda tristezza. Diversi ragazzi tendono a non accendere più la telecamera e a non interagire con il microfono durante gli incontri adducendo problemi tecnici. Mentre noi adulti ravvisiamo una seppur lenta ripresa della vita che conducevamo abitualmente, loro non vedono prospettive: non sanno quando potranno tornare a scuola, praticare sport di squadra, incontrarsi senza problemi con gli amici. Mentre tutto si muove il loro mondo sociale sta fermo: molti adolescenti entrano in una prospettiva psicologica di stanchezza e di demoralizzazione. Quello che più manca sono le relazioni e il calore umano che sta attorno alla vita del gruppo classe. Se si chiede agli studenti cosa gli manchi maggiormente della scuola, rispondono sia i momenti formali (le lezioni interagite e partecipate, i lavori di coppia, di gruppo) sia quelli informali (gli intervalli, i cambi d’ora, la mensa, i bigliettini scambiati di nascosto, le chiacchierate e le litigate con i compagni). A scuola il modello didattico si fonda sull’autonomia degli alunni, su un lavoro autonomo, ma non svolto in solitudine: è un lavoro personale in un percorso collettivo, condiviso con i compagni e seguito prima, durante e dopo dall’insegnante, che si accorge delle difficoltà e interviene, rapportandosi direttamente con il ragazzo, supportandolo, rassicurandolo. A distanza tutto ciò è impossibile: l’allievo è solo.

È indispensabile tornare a scuola a settembre, non solo perché la didattica a distanza cambia le relazioni, lo spazio e il tempo, ma anche perché sta contribuendo ad accrescere e cristallizzare le disuguaglianze e sta alimentando la dispersione scolastica. A essere maggiormente penalizzati sono gli allievi stranieri, con nessuna o scarsa conoscenza della lingua italiana; i ragazzi le cui famiglie appartengono alle fasce più svantaggiate, i cui genitori, per quanto responsabili e affettivamente presenti, non hanno le competenze tecniche e gli strumenti culturali per supportarli; i ragazzi disabili, per i quali l’inclusione passa prioritariamente attraverso la relazione e la socialità che si realizza all’interno della comunità scolastica. Molti studenti hanno seguito in modo discontinuo le proposte didattiche per problemi legati al digital divide, diversi altri non hanno partecipato al dialogo educativo a distanza perché demotivati o non interessati. Sono questi i ragazzi che già a scuola facevano fatica, ma che venivano coinvolti e motivati dal rapporto diretto con i compagni e gli insegnanti, che passava anche attraverso la comunicazione non verbale, inesistente in ambiente virtuale, dove non sarà mai possibile dare una pacca sulla spalla o prendere per mano qualcuno.

La distanza ha reso anche più difficili le comunicazioni tra gli insegnanti: spesso è venuta meno una progettualità didattica ed educativa condivisa, un confronto sugli obiettivi da raggiungere e sulle modalità per attuarli. Questo deve portarci a riflettere su come debbano cambiare in futuro i rapporti all’interno di ogni istituto scolastico nell’ottica di una scuola che sia realmente comunità educante, luogo di dialogo e di ricerca. Occorrerà prestare attenzione al fatto che gli organi collegiali non perdano potere in un’ottica di scuola sempre più dirigistica. Sarà inoltre fondamentale investire sulla formazione iniziale e in servizio dei docenti, che dovrà essere sistematica e non episodica, centrata sulla ricerca didattica ed educativa. Personalmente ho trovato un valido punto di riferimento nelle associazioni di insegnanti, che sono un luogo di confronto, di formazione, di ricerca e di crescita professionale. Con colleghi appartenenti a ordini di scuola diversi ci siamo incontrati costantemente, seppur a distanza, nella Comunità operosa del CIDI Torino, confrontandoci, scambiandoci materiali ed esperienze, riflettendo insieme sul nostro modo di fare scuola.

Alla scuola intesa come comunità educante appartengono anche i genitori. La didattica a distanza ha implicato un loro rinnovato coinvolgimento in un lavoro di squadra che ha richiesto dialogo e collaborazione. Questa esperienza può essere l’occasione per stabilire tra insegnanti e genitori rapporti costruiti all’interno di un progetto educativo condiviso, basati sul riconoscimento e la distinzione dei rispetti ruoli e sulla fiducia reciproca.

In questa fase emergenziale è inoltre emerso chiaramente che occorrono strategie di insegnamento/apprendimento legate ad attività che privilegino una didattica di tipo laboratoriale e cooperativo. Perché ci sia apprendimento sono necessarie esperienze legate alle aree di studio che, suscitando nel ragazzo interesse e desiderio di imparare, producano in lui intenzionalità ad apprendere e consapevolezza di avere imparato.

In modo altrettanto evidente è emersa nella didattica a distanza l’inutilità dell’utilizzo del voto decimale come agente motivante. La valutazione ha una forte valenza pedagogico-didattica, deve essere interna al processo di insegnamento/apprendimento, formativa, descrittiva e qualitativa; deve essere centrata sui percorsi e i processi più che sugli esiti delle prestazioni. Non è possibile utilizzare voti per valutare attività svolte a distanza in condizioni emergenziali: lo hanno detto a gran voce insegnanti, genitori, associazioni professionali. La valutazione decimale non verrà più utilizzata nella scuola primaria, ma solamente a partire dal prossimo anno scolastico. È indispensabile che la discussione su questo tema sia ripresa per tutti gli altri ordini di scuola, collegandola a un lavoro sul curricolo che parta dai nuclei fondanti delle discipline e che tenga conto del processo di apprendimento di bambini e ragazzi.

Quando torneremo in aula, se noi insegnanti accetteremo una scuola a metà, con i bambini e i ragazzi separati tra loro e immobili in un banco, e se ci limiteremo a spiegare, interrogare e dare voti, faremo fare alla scuola un ulteriore passo indietro. Il nostro impegno dovrà essere quello di fare in modo che la scuola, in linea con il suo mandato costituzionale, continui a formare cittadini responsabili e consapevoli, fornendo a tutti gli strumenti culturali e la capacità di utilizzarli come chiavi di lettura della realtà, valorizzando le differenze e rimuovendo gli ostacoli con cui ciascuno si misura e che impediscono alla persona la piena partecipazione alla vita sociale, didattica ed educativa della scuola.

Riflettiamo sull’esperienza che stiamo vivendo, per ripensare la scuola migliorandola insieme.

Claudia Dogliani

Claudia Dogliani è docente di lettere nella scuola secondaria di primo grado e presidente del CIDI (Centro Iniziativa Democratica Insegnanti) di Torino.

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