2 giugno: dare un senso alla festa della Repubblica

02/06/2020 di:

Quest’anno, come conseguenza della pandemia da corona-virus, non avremo le consuete sfilate militari il giorno della Festa della Repubblica. È uno dei pochi fatti positivi nella situazione drammatica che stiamo vivendo.

Il 2 giugno si festeggia la Repubblica e la Costituzione che la caratterizza, frutto della Resistenza e dell’impegno antifascista espressosi in varie forme anche durante il ventennio.

Vi sono due articoli in particolare, il 10 e l’11, che scaturiscono da visioni del mondo e da esperienze di vita completamente alternative a quelle del fascismo. Il primo riconosce il dovere per l’Italia di dare asilo a tutte/i coloro a cui nei loro Paesi sono negati i diritti riconosciuti dalla nostra Carta Costituzionale: è evidente come ciò sia stato influenzato dalle condizioni di chi aveva dovuto cercare rifugio in altri Paesi durante il Ventennio. Il secondo ripudia la guerra, che era stato un punto essenziale nella teoria e nella pratica fasciste (uno dei motti mussoliniani era «libro e moschetto, fascista perfetto»). Tutto questo, evidentemente, ha poco a che fare con lo spirito che, comunque, qualunque sia la situazione politico/istituzionale a cui sono collegate, aleggia nelle parate militari.

Sappiamo bene che in certe situazioni è stato, ed è, inevitabile ricorrere all’uso delle armi. Lo è stato ieri durante la Resistenza, fenomeno europeo che contrastò idee e azioni aberranti, ispirate dal concetto che esistano “razze” superiori destinate a dominare il mondo; lo è oggi nel Rojava dove curde/i in armi difendono le loro esperienze di autogoverno locale dalle aggressioni di Daesh e della Turchia di Erdogan. Quei combattenti, europei e curdi, sono espressioni di esperienze con al centro ideali e progetti alternativi rispetto a quelli degli avversari, ideali e progetti basati sullo spirito di solidarietà, di accoglienza, di inclusione per tutti gli esseri umani, da qualunque parte del mondo provengano («nostra patria è il mondo intero», come sostiene un vecchio canto anarchico), sull’uguaglianza di genere, sull’ambientalismo, sull’interculturalità. Hanno un retroterra che affonda le sue radici nella vita di uomini e donne in carne ed ossa, nella loro umanità, nel tessuto di relazioni da loro prodotto, nel patrimonio di idee e di sentimenti che ne scaturisce: si tratta di un insieme di fattori diversi che fanno della Resistenza del secolo scorso un fenomeno non riducibile alla lotta armata e della lotta del popolo curdo una forma di Resistenza esemplare dei nostri giorni.

La Repubblica che festeggiamo il 2 giugno ha quindi poco da spartire con eserciti e armamenti e, magari, sarebbe più in sintonia con manifestazioni di lavoratrici e lavoratori, di operatrici e operatori del sociale, di persone comunque impegnate in interventi di solidarietà, finalizzati all’interesse collettivo, di cooperazione internazionale, di tutela ambientale (un tema che si impone sempre di più come prioritario per la nostra sopravvivenza).

Va messo in evidenza che sono il lavoro (quello che permette la piena realizzazione delle persone e non quello precario, privo di diritti e in certi casi anche schiavistico, oggi prevalente) e l’interesse collettivo punti importanti della Costituzione (tanto che l’iniziativa economica è libera, ma a patto che non sia in contrasto con l’utilità sociale). Va del pari rilevato come vi siano stati, e continuino ad esservi, atti, provvedimenti, leggi che non rispettano i principi costituzionali su cui ci siamo soffermati. A titolo esemplificativo, l’Italia ha partecipato a conflitti, ed è presente in zone di guerra, nonostante l’articolo 11; ha respinto e respinge persone che richiedono asilo, senza tener conto dell’articolo 10; ha permesso che si sviluppassero attività economiche sicuramente contrastanti con l’interesse generale e che il lavoro divenisse per la gran parte precario e senza diritti.

Il 2 giugno potrebbe essere l’occasione per riflettere su tutto questo e anche per avviare un confronto su proposte avanzate da tempo da realtà minoritarie che si richiamano alla nonviolenza, e cioè la realizzazione di una difesa popolare nonviolenta, insieme a un servizio civile che sia di stimolo e di avvio, per tutti/e, a una cittadinanza solidarmente attiva, e la graduale sostituzione delle forze armate con soggetti finalizzati alla protezione civile e ambientale.

Intanto, andrebbe avviata, con il sostegno dei sindacati e dell’associazionismo, una vera e propria campagna per l’adesione dell’Italia al TPAN (Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari), già sottoscritto da 81 Paesi e ratificato da 37 – ne occorrono 50 perché entri in vigore –, ma non dall’Italia, che segue supinamente le indicazioni degli Stati Uniti (di cui ospita le basi, dotate di armi atomiche – in Toscana abbiamo Camp Darby).

Ciò che accade in Italia e nel mondo ripropone con forza l’importanza dei beni comuni (e sicuramente la salute è un bene comune) e sollecita una netta inversione di rotta rispetto ai processi di privatizzazione e di alienazione del patrimonio pubblico in atto, un ripensamento profondo del ruolo delle città (particolarmente importante per Firenze), una riconversione ecologica delle attività produttive e, conseguentemente, degli sbocchi occupazionali.

Il rilancio della sanità pubblica, con investimenti adeguati (da conseguire anche attraverso una moratoria per lo meno di due anni delle spese per attrezzature militari, a partire dai missili F-35), costituisce senza ombra di dubbio una priorità su cui occorre una forte mobilitazione, che veda in campo un ampio arco di soggetti associativi e sindacali (e, possibilmente, politici, se non risultano desaparecidos o comunque del tutto autoreferenziali, chiusi nelle miserie delle loro piccole diatribe). E insieme alla sanità, in questo indispensabile rilancio del “pubblico”, vi è la scuola, che necessita di investimenti ancora più consistenti, per personale e locali, in seguito alla pandemia (per dirla con uno slogan, “«più ospedali e scuole, meno arsenali», o, riprendendo una frase del Presidente Sandro Pertini, «svuotiamo gli arsenali, riempiamo i granai»). Su questi temi sarebbe, fra l’altro, possibile riproporre la presenza di una sinistra incisiva, visibile, in grado di entrare in rapporto con le persone al di fuori della ristretta cerchia dei fedelissimi (e delle fedelissime).

Più che una festa, quindi, il 2 giugno dovrebbe essere un momento di rilancio di dibattiti e mobilitazioni, nonostante le grandi difficoltà a promuoverli (conseguenza della condizione di emergenza in cui ci troviamo, ma anche derivanti da una situazione di stallo precedente al corona-virus) su tematiche che hanno molto a che fare con le prospettive della Repubblica, con il suo impegno a rendere viva, attuale, realmente praticata la Costituzione, con la sua capacità di assicurare un futuro alle nuove generazioni, con la ripresa, in altre parole, di un ruolo effettivo della politica, non gioco, o teatrino, riservato ai “politicanti”, ma campo d’intervento per cittadini/e al fine di risolvere i problemi comuni (vedi la definizione che ne viene data in Lettera a una professoressa).