Tracce di comunità. Confrontandomi con Aldo Bonomi

01/06/2020 di:

Il 29 maggio Aldo Bonomi ha scritto su questo sito, ampliando un contributo del giorno precedente sul manifesto, un articolo (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/05/29/sotto-la-pelle-dello-stato/) che mi ha molto incuriosito, se ho capito bene quel che voleva sostenere, dato il linguaggio à-la-Censis di Bonomi, che non depreco affatto, anzi. Penso che in un brodo in cui gli ingredienti forti della civilizzazione sono stati deformati o indeboliti dalla crisi del neoliberismo, non è più possibile ricorrere, come in genere a sinistra si fa, alle categorie bronzee dei “gloriosi trenta”, quando Stato (welfare), Mercato (capitalista) e Produttori (la sinistra) riuscirono, nell’abbondanza della Crescita, a trovare compromessi e mutui vantaggi, sebbene al costo di scontri sociali, o di classe, durissimi (e parlo dell’Europa e del Nord: nel Sud il film era ben peggiore). Perciò un linguaggio evocativo e complesso, mai aggrappato al significato univoco delle parole e dei concetti, può essere utile a penetrare il caos della post-modernità.

Infatti, questo articolo mi ha fatto tornare in mente quel che scrive Amador Fernández-Savater, filosofo spagnolo della leva degli Indignados, il quale, citando la pensatrice franco-belga Isabelle Stengers, dice che siamo di fronte ad «alternative infernali», ossia «un tipo di “realismo” che presuppone solo la sottomissione o il disastro» (ad esempio i 6,3 miliardi a FCA, pena la disoccupazione per centinaia di migliaia di lavoratori, per restare alla cronaca: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/05/25/il-ricatto-di-fca/). Come se ne esce? Solo por el medio, passandoci in mezzo, scrive Amador, attraverso «percorsi di apprendistato» da parte di soggetti ‒ noi ‒ non come vittime o spettatori paralizzati dal terrore, ma invece rendendoci capaci di sentire e capire in un altro modo. Una strada “tangente”.

In un certo senso è quel che scrive anche Bonomi, dopo aver detto come lo Stato, «nudo potere amministrativo nella lunga stagione neoliberista […] mostra l’incapacità degli interventi pubblici di arrivare alle filiere degli invisibili nei meandri di una composizione sociale molecolare alla base della piramide dove nascondiamo, come polvere sotto il tappeto, la società dello scarto». Mentre sull’altro versante della «alternativa infernale» vi è un capitalismo, per il quale ‒ aggiungo io e proclama l’omonimo di Aldo a capo della Confindustria ‒ la sola regola ammissibile è che lo Stato finanzi ciecamente la produzione e il mercato quali essi sono, anzi erano prima del virus e prima della crisi finanziaria del 2008. Invece, scrive Aldo Bonomi, «anche la questione di quale Stato va posta dentro il salto d’epoca segnato dall’antropocene e dal tecnopocene». Ossia nel mondo dell’innovazione digitale senza argini e della diseguaglianza sociale dilagante.

E allora? Esistono, scrive Bonomi, «deboli tracce di comunità di cura e di operosità nella loro resilienza, esperienze destinate a rimanere oasi se non si fanno comunità larga per attraversare il deserto facendo società e dandosi risposta alla domanda di “quale Stato” […] una società di mezzo in grado di frapporsi tra flussi e luoghi e per ridisegnare statualità […] un’altra statualità diffusa che accompagna e innerva le piattaforme territoriali con scuola, università, medicina di territorio, infrastrutture dolci, le città, sino ai piccoli comuni, tenendo insieme smart city e smart land». Bonomi conclude dicendo che «Marco Revelli mi ha fatto giustamente notare quanto sia debole questo mio disegnare una comunità larga tra gli uomini e le donne delle oasi e le forze sociali del ‘900 […]. Ma qui siamo e qui ci tocca ricominciare».

Le lunghe citazioni erano necessarie, perché appunto la proposta di Bonomi non si può riassumere con formule date. Diciamo che per un verso ha molto a che fare con Karl Polanyi e la “grande trasformazione”, dove si disegnava una zona sociale, anzi la zona sociale, che si situava tra Stato e Mercato, e per l’altro con le indagini storiche di Bonomi sui “distretti” della piccola imprenditoria del nord-est, soprattutto, in cui, come lui raccontava, il “saper fare” dell’industria diffusa aveva radici profonde nella storia dei luoghi, in quel che le persone sapevano fare, e innovare, perché proprio lì una lunga tradizione aveva depositato tecniche e legami sociali.

Penso che i tentativi poderosi in corso, con dotazione di centinaia di miliardi, di resuscitare un illusorio “patto tra i produttori”, quello che riprendere la produzione “come prima” è un mutuo vantaggio di capitalisti e lavoratori, sia già fallito. E non solo perché la pandemia ha eroso a fondo i meccanismi del valore, e del mercato, di certo nelle dimensioni che avevano nella “normalità” (il turismo di massa, per esempio, nel quale tutte le singole componenti, dai redditi medi dei potenziali turisti al low cost dei viaggi, fino alla sopportabilità dell’invasione delle città-bersaglio, sono crollati tutti insieme) ma più in profondo nel senso stesso e nella possibilità dello sfruttamento senza limiti delle “risorse” naturali, ciò che sta provocando l’apocalisse del riscaldamento climatico e l’invasione di nuovi virus ecc.

Ma il fatto è che appunto lo Stato, quarant’anni dopo la sua riduzione – diceva il subcomandante Marcos a metà anni Novanta – a “guardiano” armato del Mercato, ha un deficit drammatico prima di tutto di cultura, di visione del mondo. I politici sono tutti mediocri aggiustatori di ciò che non può essere aggiustato. Viceversa, l’”eroismo” degli operatori di una sanità mandata in trincea senza armi né elmetti né comandanti con una visione strategica, l’auto-aiuto di milioni di persone, che hanno organizzato la distribuzione di cibo per chi era stato escluso, lo “scarto”, le reti virtuali di scambio culturale, foss’anche un quartetto d’archi che si esercitava attraverso internet, la dedizione a distanza di tanti insegnanti e maestri, insomma tutto quel che è avvenuto “nel mezzo”, tra i comandi statali e le ingiunzioni dei padroni a riprendere subito il lavoro (come è accaduto in Val Seriana), suggerisce che queste e moltissime altre “oasi” ‒ come dice Bonomi ‒ potrebbero diventare un reticolo, forse una coscienza comune, alla fine una nuova forma di “potere pubblico”.

Ha ragione Revelli a dire che tutto questo è debole, disperso: ma cos’altro abbiamo? L’alternativa è il disastro, l’apocalisse, nemmeno un mondo dittatoriale in cui i grandi poteri dettano obbedienza e disciplina, perché il caos è più grande di loro, ormai.