Buttare la chiave? Spunti per una riflessione sull’antimafia

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Mentre in tutte le carceri italiane il virus si diffonde (sono ormai 159 i casi conclamati e non si contano quelli sospetti, con detenuti “in isolamento” in celle multiple) e provoca i primi morti, il dibattito e le polemiche non si appuntano sul numero dei reclusi (53.187), tuttora di gran lunga superiore alla capienza reale degli istituti penitenziari (poco più di 47.000 posti), ma sull’avvenuta concessione della detenzione domiciliare per ragioni di salute ad alcuni condannati in regime di 41 bis (quattro, forse cinque, a quanto è dato sapere). La destra populista (da Salvini a Meloni), qualche giornalista affascinato dalle manette e alcuni magistrati antimafia (non tutti, per fortuna) si stracciano le vesti e gridano alla scandalo fino a provocare le dimissioni del direttore dell’Amministrazione penitenziaria (che, in verità, bene avrebbe fatto a presentarle prima per assai più serie ragioni) e a indurre il Governo a varare, il 30 aprile, un decreto legge che inserisce nell’iter decisionale delle domande di detenzione domiciliare di condannati in regime di 41 bis il parere obbligatorio della Procura nazionale antimafia. Fin qui tutto prevedibile e previsto e non metterebbe conto parlarne. Il fatto in qualche misura nuovo è che, a quelle, si sono affiancate le voci di esponenti di movimenti antimafia (anche qui non tutti, per fortuna) tradizionalmente sensibili ai temi del carcere e dei suoi ospiti. La cosa impone una riflessione e, auspicabilmente, l’apertura di un confronto.

Conviene, come sempre, partire dai fatti. I condannati transitati dal regime di 41 bis alla detenzione domiciliare sono stati in questi mesi – come si è detto – poche unità. Le polemiche hanno riguardato, in particolare, due casi. Il primo è quello di Francesco Bonura, 78 anni, condannato per associazione mafiosa a 23 anni di reclusione, con fine pena dicembre 2020 (tenendo conto della liberazione anticipata maturata), portatore di gravi patologie oncologiche e cardiorespiratorie. Il secondo è quello di Pasquale Zagaria, 60 anni, condannato per associazione camorristica a 21 anni e 7 mesi, con fine pena dicembre 2023, costituitosi spontaneamente nel giugno 2007, confesso per gran parte dei delitti contestatigli e di cui, già nel 2015, la Corte d’appello di Napoli, revocandogli la misura di prevenzione della sorveglianza speciale, aveva escluso l’attualità della appartenenza al sodalizio criminale; Zagaria – va aggiunto – è stato sottoposto nel dicembre scorso a intervento chirurgico per una patologia oncologica con necessità di successive cure impraticabili nel luogo di detenzione (carcere di Sassari) o in presidi ospedalieri prossimi e l’Amministrazione penitenziaria, pur sollecitata dalla magistratura di sorveglianza, non aveva ritenuto di disporne il trasferimento in altra struttura idonea alle cure. Dunque, due personaggi caratterizzati, da un lato, da un evidente spessore criminale (come risulta dall’entità delle pene inflitte) e, dall’altro, portatori di gravi patologie e destinati comunque a una scarcerazione non lontana per fine pena (nel primo caso fra soli otto mesi). C’erano conseguentemente, all’evidenza, valori diversi da considerare e bilanciare e – va ulteriormente precisato – la detenzione domiciliare è stata disposta in luogo diverso da quello di commissione dei reati e con rigide prescrizioni (nonché, nel secondo caso, per il solo periodo di sei mesi previsto per le cure).

Dopo i fatti, la domanda: i provvedimenti di concessione della detenzione domiciliare, al di là delle sempre possibili diverse valutazioni di opportunità, meritavano le polemiche e i toni cui si è assistito in questi giorni, con accuse ai magistrati di sorveglianza di avere emesso provvedimenti «scellerati», di avere dato un colpo mortale alla lotta alle mafie e alla stessa democrazia e di avere offeso la memoria delle vittime di Cosa Nostra e della camorra? Francamente mi riesce difficile dare una risposta affermativa. E ciò mi fa ritenere che il problema sia più generale ed abbia a che fare con la stessa concezione dell’antimafia, non da oggi a rischio di puntare soprattutto sulla repressione penale e carceraria (possibilmente inflessibile e all’insegna del «buttare via la chiave»). Su questo, dunque, serve un confronto.

Il tema – superfluo dirlo – non è il se dell’impegno antimafia (che è una priorità assoluta, sul piano politico e, prima ancora, su quello etico) ma il modo in cui esso si manifesta e si esprime. La questione è complessa e non si presta a semplificazioni ma c’è, almeno per me, un punto fermo: quello secondo cui lo Stato, per essere – alla lunga – credibile e autorevole agli occhi dei suoi cittadini, deve saper coniugare una risposta alla criminalità senza cedimenti (nella consapevolezza della sua pericolosità e delle sue caratteristiche) con un senso di umanità privo di tentennamenti ed eccezioni. Quel senso di umanità che è mancato in molte prese di posizione al punto da spingere l’ex presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flik a esplicitare la sua delusione aggiungendo: «Nel decreto del 30 aprile riconosco addirittura un peggioramento del clima. E assisto alla scena desolante di una Corte costituzionale entrata nelle carceri dalla porta mentre era proprio la Costituzione a uscire, per la finestra, dal sistema penitenziario».

Non è la prima volta in cui si pone la questione dell’entità, dei limiti, dei correttivi possibili della pena a fronte di reati gravi ed efferati (anche più gravi di quelli di cui qui si parla, che non comprendono delitti di sangue). È accaduto, per esempio, negli anni bui del terrorismo. Di quei giorni, in cui molti “padri della patria” arrivarono a invocare la pena di morte (a dimostrazione di quanto sia ricorrente la spinta a rispondere al male con il male), ho un ricordo vivido e un insegnamento incancellabile. Era il 3 maggio 1979 ed era in corso a Torino un incontro sul terrorismo organizzato dai consigli di fabbrica di Fiat Mirafiori e Rivalta e da Magistratura democratica con la partecipazione di centinaia di operai. Durante l’intervento dell’allora presidente della Camera Pietro Ingrao arrivò la notizia dell’agguato di un commando delle Brigate Rosse alla sede della Democrazia Cristiana di piazza Nicosia a Roma con l’assassinio di due agenti di polizia. In un’atmosfera di tensione, di emozione e di sconcerto palpabili le parole di Ingrao risuonarono ferme e nette: «Noi vogliamo garanzie profonde delle libertà, del rispetto dei diritti umani e civili anche per chi ha ucciso barbaramente e lo vogliamo non come concessione a chi ha sparato e assassinato, ma perché ne abbiamo bisogno noi; perché se rinunciassimo a tutto questo daremmo la vittoria ai nostri nemici, e non gliela vogliamo dare questa vittoria!».

Il punto, ora come allora, sta qui. Conservare il senso dell’umanità, garantire il diritto alla salute e alla dignità anche di chi ha ucciso non è un cedimento o una concessione al terrorismo e alle mafie ma il modo di salvaguardare la credibilità e la funzione stessa dello Stato, di dimostrare (non ai mafiosi ma) ai cittadini la sua superiorità rispetto alla prevaricazione e alla violenza, di rendere evidente la ragione per cui ad esso occorre affidarsi con fiducia invece che alle mafie. Così interpreto la felice intuizione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (consegnata a Giorgio Bocca in una famosa intervista a la Repubblica del 10 agosto 1982) secondo cui il problema della lotta alla mafia non è solo quello di rinchiuderne, possibilmente per sempre, gli esponenti ma anche, e soprattutto, quello di trasformare «i dipendenti della mafia in alleati dello Stato»: operazione possibile solo in presenza di uno Stato capace, sempre, di anteporre la giustizia alla vendetta e all’annientamento fisico dei suoi “nemici”.

È un’utopia? Forse, ma preferisco considerarla una sfida, riprendendo le parole rivolte il 15 novembre scorso dal papa di Roma agli studiosi dell’Associazione di diritto penale: «Tra la pena e il delitto esiste una asimmetria e il compimento di un male non giustifica l’imposizione di un altro male come risposta. Si tratta di fare giustizia alla vittima, non di giustiziare l’aggressore. […] Questi sono valori difficili da raggiungere ma necessari per la vita buona di tutti. […] Non credo che sia un’utopia, ma certo è una grande sfida. Una sfida che dobbiamo affrontare tutti se vogliamo trattare i problemi della nostra convivenza civile in modo razionale, pacifico e democratico» (https://volerelaluna.it/materiali/2019/11/20/il-papa-e-la-giustizia-penale/).

Post scriptum (6 maggio)

Dopo la pubblicazione delle note che precedono, giornali e televisioni hanno dato notizia, con titoli di prima pagina e toni scandalistici, dell’avvenuta scarcerazione, nell’ultimo mese e mezzo, di ben 376 boss mafiosi, citando un elenco inviato mercoledì scorso dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria alla Commissione parlamentare antimafia. La “notizia” sembrerebbe ribaltare almeno i presupposti di fatto su cui si fonda l’analisi qui svolta. In realtà le cose solo molto diverse da quel che appare ché, secondo l’elenco del DAP, stando alle stesse fonti (cfr. Repubblica.it sotto il titolo «I 376 boss scarcerati. Ecco la lista riservata che allarma le procure»), i detenuti in regime di 41 bis (cioè – cito il testo della norma – quelli «in relazione ai quali vi [sono] elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti con un’associazione criminale, terroristica o eversiva») non sono 376 ma tre (sic!) e cioè meno di quelli da me indicati in termini probabilistici… Per gli altri le magistrature interessate e l’amministrazione penitenziaria hanno ritenuto – non ora, ma da tempo – l’insussistenza (o almeno la mancanza di prova) di collegamenti attuali con le organizzazioni di provenienza: anche per i detenuti inseriti nel circuito di “alta sicurezza-1” la cui finalità è, secondo le circolari del DAP, tutta interna, e cioè di impedire che «la detenzione indifferenziata nel medesimo istituto di detenuti comuni e di soggetti appartenenti a consorterie organizzate di tipo mafioso o terroristico possa provocare fenomeni di assoggettamento dei primi ai secondi, di reclutamento criminale, di strumentalizzazione a fini di turbamento della sicurezza degli istituti». Questa la situazione di fatto. Poi è ben possibile – come ho scritto fin dall’inizio – che uno o molti provvedimenti di concessione della detenzione domiciliare siano stati inopportuni e/o non abbiano adeguatamente bilanciato i valori in gioco. Sono valutazioni da fare caso per caso e ogni critica è legittima e potenzialmente utile. Ma ciò non ha nulla a che fare con «colpi mortali alla lotta alla mafia o alla stessa democrazia».

 

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, Forti con i deboli (Rizzoli, 2012), Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012) e Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli (Edizioni Gruppo Abele2015)

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One Comment on “Buttare la chiave? Spunti per una riflessione sull’antimafia”

  1. La forza del “Buttiamo la chiave” e la debolezza del “Comportiamoci da uomini e perciò non da criminali”.
    I due appelli non possono fare altro che rafforzare i punti di vista che hanno indotto a partecipare a ciascun schieramento.
    La perentorietà della logica è tutta a favore del primo. Io che mi sono sempre attenuto alle leggi dello Stato mi metto nei panni dei parenti delle vittime; cosa può importarmene della vita di costoro i maledetti? Vadano pure all’inferno. Ingrao e il Papa vogliono solo sovvertire l’ordine costituito dello Stato. Dopo tutto lo Stato fa stare bene una grande parte dei cittadini che si sono integrati, guardiamo le statistiche.
    L’evento improvviso di crisi mette a nudo quanto sia distante la nostra società dall’aspirazione a vivere bene. I due punti di vista si sono tradotti nell’applicazione di un tacito accordo al ribasso. La Società (almeno nell’ipotesi Italia) ha eliminato la locuzione “aspirazione a vivere bene”, sostituendola semplicemente con “aspirazione a vivere” e la ha tramutata in diritto. In questo modo caro Ingrao ha vinto la possibilità dei governanti di considerare inesistenti i lamenti dei cittadini che non riescono a intravvedere possibilità di realizzarsi. La risposta è: ma che pretendi? non sei capace. In realtà tutti i cittadini possono integrarsi se partecipano al piano globale la crescita del PIL senza attentare alla vita degli altri. Oramai tutti convengono che uno Stato è tanto meglio governato quanto maggiore è il PIL. L’evento terribile può farci rinascere più potenti ciò avverrà quando supereremo gli antagonisti nella rincorsa al miglior PIL.

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