Memoranda/ Mai tardi. Mai più nessuno sia lasciato indietro

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Dopo circa sei settimane di reclusione forzata, ci troviamo a vivere per la prima volta un 25 aprile molto insolito, poiché la nostra libertà è limitata e siamo tutti, chi più chi meno, prigionieri in attesa della “liberazione”, ansiosi di poter tornare a vivere le nostre vite senza rinunce e limitazioni. Da più parti si è detto che siamo in guerra, ma non è vero, perché nessuno minaccia la nostra incolumità o quella dei nostri cari, perché le nostre case non crollano sotto le bombe e non infuria la violenza nelle strade. Se usciamo di casa speriamo di non essere multati, ma in guerra si spera di tornare sani e salvi, e tra le due cose c’è una bella differenza. Eppure è innegabile che la reclusione e l’obbligo di rinunciare a uscire pesano a tutti e danno da pensare, perché non eravamo abituati a vedere le nostre libertà limitate.
Quest’anno non potranno svolgersi le abituali celebrazioni del 25 aprile che in via telematica, oppure in forma privata e più interiorizzata, il che forse rappresenta un’occasione per interrogarsi sul nostro rapporto con la libertà. Personalmente propongo di ripartire da Nuto Revelli, non solo perché lo scorso anno si è celebrato il centenario della sua nascita, ma perché sulla libertà questo scrittore ha molto da suggerirci. Nel 1999, nel suo discorso di conferimento della laurea honoris causa a Torino, la definì un “bene prezioso”, senza il quale l’individuo “vegeta” anziché vivere. Ciò è vero in senso letterale, perché senza libertà siamo come la pianta che cresce dove il seme ha attecchito senza poter mutare la propria condizione. Essa è dunque la condizione necessaria per trasformarsi e per non rassegnarsi ad accettare lo status quo e continuiamo a esercitare il nostro senso critico in ogni circostanza, anche e soprattutto in quelle più disorientanti.
Rileggere Nuto Revelli ci può aiutare a non perdere la bussola in questo frangente, anzitutto attraverso i bellissimi libri autobiografici Mai tardi, La guerra dei poveri e Le due guerre, nei quali lo scrittore raccontò il suo personale percorso che lo vide evolversi da giovane fascista a ufficiale del regio esercito, dunque partigiano durante la seconda guerra mondiale. Attraverso la disastrosa campagna e ritirata di Russia, Nuto maturò la propria istintiva rivolta e si interrogò su come riparare al proprio errore di gioventù (aver creduto nel fascismo), finché scelse la via della lotta partigiana, benché privo di qualsiasi ancoraggio politico antifascista. Questa scelta fu la sua rivendicazione di libertà di mettersi alla prova e di sbagliare, immaginando di poter diventare una persona diversa e di contribuire a fondare un mondo diverso, possibilmente migliore. Attraverso i suoi libri autobiografici, Nuto racconta un’esperienza lontana ed estranea alla nostra quotidianità – la guerra – la quale però ci appare di colpo attuale e pregna di suggestioni. Infatti, il motivo che attraversa questi tre libri è sempre lo stesso, ovvero l’itinerario critico e autocritico di una coscienza che cerca di reagire a una situazione di incertezza e grave emergenza.


Ugualmente ricche di suggerimenti sono le sue ricerche dedicate ai reduci di guerra e alla campagna povera negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, pubblicate nei libri La strada del davai, L’ultimo fronte, Il mondo dei vinti e L’anello forte, nonché trattate in molte interviste raccolte nel volume Il testimone, anch’esso pubblicato da Einaudi come tutta l’opera di Nuto Revelli, e curato da Mario Cordero. Dalla lunga frequentazione del mondo contadino, durante gli anni del decollo industriale dell’Italia repubblicana, Revelli ricavò una convinzione fondamentale: una società che abbandona i poveri e i deboli, i quali non riescono a tenere il passo veloce dello sviluppo economico e non sono “spendibili” sul mercato che spreme tutto e tutti, è malata e indegna di essere chiamata civile e democratica.
Già in Russia, nel 1943, Nuto aveva visto i deboli, i feriti e gli sfiniti che cadevano lungo la pista della ritirata nella steppa gelata. Lui stesso, come ufficiale, aveva dovuto abbandonare i feriti gravi della sua compagnia perché era impossibile trasportarli, un’esperienza crudele e traumatica che avrebbe continuato a tormentarlo per tutta la vita. Nel dopoguerra, mentre la società del benessere inseguiva il sogno della ricchezza, Revelli vedeva altri deboli, spesso malati e anziani, abbandonati nelle loro baite di montagna, sui campi impervi e poco produttivi. I giovani fuggivano dalle campagne povere e andavano in fabbrica, perché il piano economico perseguito dalla politica italiana ed europea consisteva nel fare del mondo occidentale un grande mercato capitalistico e non lasciava altra scelta. Chi ne aveva la forza e i mezzi competeva e forse poteva salvarsi. Chi invece non aveva strumenti adeguati ed energie sufficienti per tale impresa era lasciato indietro.
Nei giorni scorsi abbiamo assistito con spavento e vergogna al dissidio che ha spaccato la Comunità Europea in due blocchi attorno al tema degli aiuti economici per contrastare l’epidemia e i suoi futuri effetti disastrosi sul mercato del lavoro. Da un lato paesi sufficientemente ricchi da poter far fronte all’emergenza senza indebitarsi, dall’altro paesi che non possono evitare di accrescere il proprio debito per sostenere il costo della ripresa economica. La richiesta da parte dei “poveri”, affinché quelli “ricchi” contribuiscano a creare uno strumento di intervento economico comune, ha incontrato un muro di ostilità. La solidarietà, parola mai tanto abusata come in queste settimane, è stata formale, tanto che lo stesso presidente della Repubblica Federale Tedesca Steinmeier è intervenuto per invocare uno spirito di collaborazione “umano”.
Revelli s’indignava perché nei dispersi di Russia e nei “vinti” dello sviluppo economico vedeva delle vittime sacrificate per interessi politici ed economici, e queste vittime erano per lui sempre persone, mai numeri. Noi ci stiamo forse avvezzando, tristemente, ai numeri dei morti che ogni giorno crescono, e rischiamo di dimenticare che sono persone. Così rischiamo anche di dimenticare che, quando la crisi sarà passata, saranno ancora e sempre persone quelle che stanno dietri i numeri delle statistiche della disoccupazione, del disagio sociale, della depressione, dell’emarginazione e via dicendo.
In questo senso Nuto Revelli ci parla di cose memorabili perché presenti. Ogni epoca conosce le sue crisi, ogni società attraversa i suoi momenti di emergenza. Che tipo di società siamo, lo scopriamo in questi frangenti. Nuto scrisse nei suoi appunti, mentre si trovava in Irpinia dopo il terremoto del 1980, che il modo in cui si fosse affrontata quell’emergenza avrebbe rivelato che tipo di società era l’Italia di allora. Oggi lo stesso può dirsi in relazione alla pandemia: che tipo di società dovrà esprimersi nella Comunità Europea, lo vedremo nel modo in cui sarà affrontata l’emergenza, se perseguendo il sentimento della solidarietà o se applicando logiche neoliberiste che faranno pesare i soliti rapporti di forza.
Il discorso di Nuto sulla libertà assume, visto in tale prospettiva, un’attualità notevole perché invita a riflettere, a interrogarsi criticamente e a cercare risposte ai problemi di oggi anziché affidarsi ciecamente alle scelte degli altri, dei politici, dei gruppi di potere. Anche se obbligati a stare in casa, non vegetiamo ma esercitiamo la libertà facendo buon uso del nostro tempo, leggendo, documentandoci, immaginando che mondo vorremmo trovare quando torneremo alla vita. Magari un mondo in cui le persone non siamo considerata dei numeri e gli interessi economici non valgano più della solidarietà.