Donne e uomini della banda “Italia Libera”

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Il 22 aprile esce in formato ebook per i tipi delle Edizioni Gruppo Abele la prima ristampa del volume Resistenze: quelli di Paraloup, che ho curato insieme a Lucio Monaco. L’edizione raccoglie contributi di diversi autori (fra gli altri Marco Revelli, Mario Cordero, Walter Cesana), numerosi testi inediti ed è corredata dalle video interviste agli ultimi partigiani della banda raccolte dal regista Teo De Luigi e consultabili sul canale YouTube @Fondazione Nuto Revelli, dov’è anche possibile ascoltare la canzone “Quand ch’a j eru a Paraloup” composta da Nuto stesso e incisa da Carlo Pestelli.

La ristampa, insieme ai materiali multimediali di cui è corredata, offre l’occasione di indagare una storia unica ed eccezionale di Resistenza, quella vissuta nella borgata alpina di Paraloup. Il villaggio, composto da una decina di baite, era già ai tempi un pascolo estivo posto a 1.360 m di quota nel vallone laterale di Rittana, in Valle Stura, provincia di Cuneo. Il toponimo occitano, che significa “al riparo dai lupi”, la dice lunga sulla vocazione storica del luogo, che tra il settembre 1943 e la primavera del 1944 ospitò il primo quartier generale delle bande partigiane di Giustizia e Libertà del cuneese, capitanato fra gli altri da Duccio Galimberti, Dante Livio Bianco, Giorgio Bocca e, in seguito, dallo stesso Nuto Revelli. Fu una fucina di libertà, un luogo in cui circa 200 giovani, dell’età media di 20 anni, di ogni estrazione sociale (studenti, artigiani, commercianti…), si radunarono per ricevere formazione politica e militare in vista della lotta per la liberazione dal nazifascismo e la ricostruzione di un’Italia democratica.

Questa vocazione fu attuabile solo grazie alla fondamentale collaborazione da parte della comunità degli abitanti della Valle. Senza aiuto da parte dei valligiani, la banda non avrebbe potuto organizzarsi per operare nelle pesanti battaglie dei rastrellamenti del gennaio e dell’agosto del 1944. Gli abitanti di Rittana si esposero moltissimo in prima persona: un abitante del paese accolse in casa sua Duccio Galimberti ferito e lo trasportò in città nascosto sotto un carro di fascine. Se lo avesse fermato un posto di blocco, la rappresaglia sarebbe stata durissima per tutta la comunità, come lo fu nella vicina Boves, città martire incendiata dai tedeschi. E gli abitanti non si spesero soltanto nei confronti dei partigiani, ma diedero asilo ad alcuni degli ebrei profughi dal centro di residenza forzata di Saint Martin Vésubie, a quelli di loro che provarono a nascondersi fra le montagne.

La Resistenza di Paraloup, dunque, è una storia di Resistenza di comunità. Partigiani, montanari, ebrei, tutta una comunità si strinse e lottò insieme per riconquistare la pace e la libertà, nonostante la fame e l’asprezza dell’ambiente. Di questa storia di lotta comune racconta il volume Resistenze, in cui vengono tratteggiati i diversi aspetti: quelli più prettamente tecnici e militari, la vita di banda, la collaborazione con la popolazione locale e con gli ebrei profughi e, non da ultimo, la componente femminile, presente in modo significativo e con tratti del tutto peculiari.

Non furono poche, infatti, le donne che lottarono con la banda “Italia Libera”. Come tutte le formazioni partigiane, anche quella di stanza a Paraloup si organizzò per impostare un servizio informativo che fosse il più possibile efficiente e capillare. Furono spesso, soprattutto all’inizio, gli stessi elementi del comando, in primis Duccio Galimberti e Leo Scamuzzi, a spostarsi per intrattenere i rapporti col CLN torinese e con le altre formazioni, ma la banda si appoggiò presto a una squadra via via sempre più nutrita di informatrici: le prime furono proprio le consorti dei comandanti.
Sappiamo, grazie al riscontro con la banca dati del partigianato piemontese presente sul sito www.istoreto.it, che si impegnarono fin dai primi mesi Pinella Ventre moglie di Livio Bianco, Alda Frascarolo moglie di Alberto Bianco, Margherita Damonte in Scamuzzi, Lidia Bonzo in Rosa, Angiolina Pernigotti in Quaranta e Silvia Goffis in Soria. Inoltre, manteneva contatti con il Gorrè di Rittana la segretaria personale di Duccio Galimberti, Margherita Ghibaudo.
Un quadro, questo, che colpisce per l’ampiezza del fenomeno: quasi tutto il comando fu evidentemente seguito nell’impresa partigiana dalle relative compagne, che non esitarono a mettere a repentaglio la propria vita per portare informazioni, denaro, armi, condividendo, in alcuni casi, la dura vita di banda in montagna. Infatti, tutte le donne sopra citate compaiono nel database con la qualifica di “partigiano” e furono, per un certo periodo, arrestate. Interessante, dunque, notare come queste “signore” borghesi si siano impegnate fornendo un lavoro che andava ben al di là del famoso “contributo” o della tanto ribadita “assistenza morale e materiale”: a detta di qualcuna, il loro slancio poté beneficiare del fatto che nessuna avesse figli.
Impresa ardua è stato ricostruire in modo obiettivo il lavoro di queste donne, tanto più che nelle testimonianze dei colleghi si trovano soltanto tracce, indizi, soprattutto relativi alle informazioni tattico-logistiche. Il fatto di essere le “mogli di” costituisce senz’altro un handicap dal punto di vista storiografico.

Accanto alle partigiane, le donne di montagna. Dice Lucia Goletto, contadina di Rittana, nella sua video intervista acclusa al volume:

“I partigiani erano più che simpatici, si sono fatti voler bene dalla gente, perché la gente li rispettava. Voglio dire, poveri uomini, se avessero avuto anche la gente contro, come avrebbero fatto? Le nostre mamme gli portavano di tutto, il latte, la toma: loro erano molto grati, perché lassù non avevano niente”.

Un prezioso documento inedito, che abbiamo in parte citato nel volume, è il diario di una giovane ebrea nascosta al Gorrè, un medico di nome Breindl Halpern, conosciuta dai locali con il soprannome di “dottoressa Sara”. Quello che segue è un breve estratto del primo soccorso prestato da Sara e da una montanara in una stalla a Duccio Galimberti, ferito nel rastrellamento del 13 gennaio 1944:

“Sara doveva curare un ferito grave, lui stesso l’aveva mandata a chiamare, ma il partigiano che era con lei non le disse di chi si trattava. Il partigiano la accompagnò ad una stalla in un villaggio vicino al Bric. In quel momento Sara non aveva paura, pur sapendo che la sua vita era in pericolo. Se i tedeschi l’avessero trovata mentre curava un partigiano, l’avrebbero uccisa sul posto.
E i tedeschi poteva incontrarli nella stalla dove si trovava il ferito, certo avevano circondato il villaggio e cercavano proprio i feriti. Con questi pensieri nella mente Sara continuava tranquillamente il suo cammino, come se andasse a visitare un ammalato qualunque in tempi perfettamente normali.
Entrata nella stalla, che un lume a petrolio illuminava fiocamente, vide il comandante Duccio Galimberti adagiato su una sedia, ai suoi piedi vi era una pozza di sangue. Sara fu commossa della gioia che egli mostrò nel vederla.
«È stata brava a venire» le disse in francese. Lo fece stendere su un lettuccio che si trovava nella stalla ed osservò attentamente le tre ferite: la più grave era alla coscia e sanguinava abbondantemente, le altre due, alla gamba e al calcagno, non sanguinavano perché la pallottola era rimasta dentro. I medicinali e gli strumenti che le aveva portato il partigiano erano inadeguati a ferite così serie, ma in mancanza d’altro fece del suo meglio con quello che aveva a disposizione. Fasciò le ferite e gli fece un’iniezione per arrestare l’emorragia”.

Quando nel 2006 la Fondazione Nuto Revelli ha deciso di intraprendere il recupero della borgata Paraloup, abbandonata e desertificata dallo spopolamento montano, lo ha fatto perché in quel luogo e nella comunità dei vicini abitanti di Rittana l’eco di quella comunità che aveva lottato unita contro “i lupi” risuonava ancora forte e l’eredità di una generazione di giovani che si è spesa in prima persona per riconquistare la libertà andava raccolta e trasmessa. E quel recupero la Fondazione lo ha potuto realizzare e portare a termine sempre e soltanto grazie all’appoggio della comunità.
Oggi Paraloup è un nuovo centro culturale: uno spazio ibrido in cui si produce cultura e innovazione sociale, un rifugio escursionistico in cui i piatti della tradizione locale e gli sport outdoor sono accompagnati da un ingrediente unico in più, la memoria.
Nella borgata alpina che già ospita un teatro, un centro espositivo, una sala convegni con cineteca a tema resistenziale ed è visitabile con la app Storie in cammino, aprirà quest’estate il Museo dei racconti, un allestimento multimediale permanente che racconterà le storie di tutti questi protagonisti e protagoniste facendo risuonare le loro voci e le loro testimonianze.

A Paraloup c’è, infine, una stanza piccola piccola. Si chiama “Laboratorio Anello forte” ed è un presidio che abbiamo voluto dedicare alla memoria delle donne che hanno lottato per la libertà, a tutte le donne e, in particolare ad Anna Revelli, Alda e Pinella Bianco e Lidia Rolfi Beccaria.
In questi giorni difficilissimi, scrivere di montagna, di Paraloup, di libertà è molto stimolante e, insieme, faticoso. Pensando al dopo quarantena, a come sarà importante trasformarci, mi pare che dovremo attuare di nuovo una nostra resistenza. Mi ritornano in mente le parole con cui Duccio Galimberti concluse il suo discorso alla popolazione cuneese radunatasi a Cuneo, sotto il balcone della sua abitazione, il 26 luglio 1943:
“Se ne usciremo vivi, ne usciremo migliori”.
E dovremo saperlo fare insieme, come comunità coesa, dotata di buona memoria e di solidarietà.

 

L’articolo è pubblicato sulla rivista “Left” col titolo La lotta per la libertà delle donne di Paraloup

Beatrice Verri

Già traduttrice editoriale, è direttrice della Fondazione Nuto Revelli, per cui coordina il progetto di recupero della borgata Paraloup e il laboratorio-archivio L’anello forte sulla memoria femminile. Collabora con la Rete del ritorno ai luoghi abbandonati. Ha curato con Lucio Monaco il volume Resistenze. Quelli di Paraloup, Edizioni Gruppo Abele 2013 e la redazione dei volumi della collana Quaderni di Paraloup.

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