La scuola è finita. E ora? Riflessioni sulla didattica a distanza

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L’anno scolastico in presenza è finito. Almeno in Italia, visto che nella maggior parte dei paesi europei le scuole riapriranno nel mese di maggio. Da noi, invece, se tutto andrà bene, si tornerà in aula a settembre, probabilmente in modo scaglionato, facendo i turni, come in fabbrica, o a giorni alterni, come le automobili nei giorni di smog, in modo da provare a garantire al contempo il diritto allo studio e quello alla salute.

In questa lunga e complessa transizione, a due mesi dalla chiusura delle scuole di tutta Italia, a causa del diffondersi della pandemia Covid 19 (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/03/10/la-scuola-alla-prova-dellemergenza/), è importante e possibile provare a tracciare un primo bilancio, seppur parziale e in divenire, sullo stato dell’arte della didattica a distanza, vero e proprio pilastro della scuola online. Nella speranza che, usciti dalla logica emergenziale, il mondo della politica decida finalmente, con lungimiranza e intelligenza, magari incalzato dalla società civile, di attuare un piano straordinario di investimenti pubblici per il rilancio del sistema scolastico nazionale, dopo anni di sciagurati tagli che hanno determinato un drammatico impoverimento delle risorse a disposizione, senza le quali è impossibile realizzare una scuola autenticamente democratica e inclusiva.

Al di là di alcune immediate reazioni manichee, che l’hanno immediatamente dipinta come una maledizione portatrice di sciagure o come la panacea di tutti i mali, la didattica a distanza (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/03/10/la-scuola-alla-prova-dellemergenza/) presenta, se analizzata con lucidità, sia preoccupanti zone d’ombra sia potenziali opportunità su cui è importante fermarsi a riflettere, per capire in quale direzione costruire la scuola del presente e dell’immediato futuro.

Partiamo dalle problematicità.

Innanzitutto non è assolutamente vero che la DAD mette tutti gli studenti sulla stessa barca, riducendo addirittura le distanze nei percorsi di apprendimento: in realtà le conferma e in molti casi le amplia profondamente. La scuola che già in tempi meno sospetti era tacciabile di portare con sé le diseguaglianze presenti nella società e di non rappresentare più quell’ascensore sociale che una comunità democratica dovrebbe affidarle come compito, può raggiungere con la didattica online, cime di paradossale esclusione e difficoltà. Infatti, con il nuovo modus operandi, le fasce sociali più povere e svantaggiate rischiano una dispersione indotta. E siamo davvero in presenza di una scuola rovesciata, dove allievi magari volonterosi, ma carenti di mezzi, che vivono in famiglie disagiate, sono messi nelle condizioni di non poter partecipare alla didattica o di farlo in modo precario. A molti bambini e ragazzi mancano i PC, mancano le connessioni stabili e con un numero di giga sufficienti a garantire l’ascolto di una lezione, manca un’educazione a un uso responsabile della rete, mancano le conoscenze per applicare semplici istruzioni o addirittura mancano degli spazi domestici adeguati in cui sia possibile svolgere le attività scolastiche. Per non parlare degli studenti con disabilità o dei bambini della scuola primaria che, per poter accedere a piattaforme, caricare e scaricare i materiali didattici, necessitano di una presenza costante di adulti, su cui non tutti i bambini possono contare. Ed è anche in un certo senso, quasi eufemistico, poco inclusiva nei confronti di una parte di docenti, magari sulla soglia della pensione, che si trovano in grave difficoltà a utilizzare strumenti informatici, abituati a tutt’altri tipi di didattiche, ma non per questo meno efficaci. Inoltre, non è da trascurare l’impatto che la DAD può avere anche su quella fascia di allievi considerati nativi digitali e dotati di svariati devices: non è forse eccessivo spingere adolescenti e giovani, nonché bambini appena scolarizzati, a passare ore davanti a uno schermo di computer o ancor peggio ad associare l’idea di scuola a un telefono cellulare? La scuola è una comunità educante fatta di socializzazione, confronto, cooperazione e condivisione: la didattica a distanza, invece, a fronte del coinvolgimento della parte di allievi più strutturati e dotati di adeguati strumenti, tende a favorire l’anonimato e la marginalizzazione degli studenti più deboli, i quali risultano, a parte rare eccezioni, ancor più passivi e atomizzati all’interno dei processi di apprendimento digitali.

In secondo luogo, la DAD scopre il vaso di Pandora della grande lotta tra i colossi internazionali della telefonia e dell’informatica per conquistare posizioni di egemonia all’interno del redditizio mercato scolastico dell’e-learning. La questione è particolarmente delicata e va ben oltre gli ingenti profitti che le piattaforme online stanno realizzando durante questa crisi, in quanto investe direttamente la professione docente e le modalità e i fini dell’insegnamento. La didattica a distanza, infatti, rischia di trasformare gli insegnati in asettici tecnici informatici e in somministratori di video, di esercitazioni e verifiche. Tale tendenza, già in atto da decenni con l’esaltazione, spesso acritica, della scuola delle competenze, delle certificazioni e del digitale come condicio sine qua non dell’apprendimento, può subire un’accelerazione proprio con la didattica a distanza, che spinge ancor più in soffitta il docente educatore. Senza dimenticare il tema della privacy e della profilazione dei dati, nonostante le pubbliche rassicurazioni e i patti di responsabilità firmati dalle aziende informatiche. Dal registro elettronico alle piattaforme didattiche, la scuola è un succulento boccone per un capitalismo globale in affanno e alla disperata ricerca di guadagni, da realizzare a partire dal controllo delle vite (gusti, opinioni, abitudini, consumi) dei cittadini digitali, attraverso la gratuità di servizi, che nasconde la vecchia regola secondo cui quando una cosa è gratis vuol dire che la merce sei tu.

Infine, la didattica a distanza, con i suoi ritmi contingentati e con i relativi e costanti problemi di connessione, di accessi e di password, porta con sé l’effetto di ridurre gli spazi di discussione e confronto tra docenti e allievi. Alcuni docenti, infatti, hanno interpretato tale modalità di insegnamento come un mezzo, impersonale, per assegnare esercizi da svolgere, capitoli da studiare o per somministrare test di varia natura, generando spesso negli allievi una disaffezione nei confronti dello studio.

Passiamo ora a vagliare gli aspetti positivi della DAD, quelli da cui potrebbero sorgere interessanti opportunità da cogliere.

In primo luogo, bisogna riconoscere che la didattica a distanza ha permesso di portare avanti, seppur tra mille difficoltà, l’anno scolastico e soprattutto ha consentito di mantenere vivo il rapporto tra gli insegnanti e le loro classi. Un passo importante, considerando il periodo di solitudine forzata e di malessere generalizzato. L’elevata partecipazione alle lezioni online, per quanto difficoltosa e spesso iniqua, ha evidenziato la voglia di stare insieme della maggior parte degli studenti: ciò potrebbe suggerire di ripensare alle troppe pratiche di insegnamento imperniate sulla distanze, sul distacco emotivo tra discente e insegnante, per riportare l’attenzione sulla centralità del rapporto personale e della fiducia tra individui che si stimano come condizione indispensabile per un apprendimento significativo. La DAD, seppur necessaria e parzialmente utile, rilancia la forza della didattica in presenza.

Inoltre, se è pur vero che certi docenti paiono aver preso un gusto quasi sadico nel sottoporre agli allievi quiz e test con improbabili correttori automatici, è anche vero che la DAD, con annessa la promozione de iure, potrebbe aver fatto (ri)scoprire la possibilità di un insegnamento non finalizzato esclusivamente al voto e dall’aspetto laboratoriale e multidisciplinare. La valutazione formativa, infatti, è altra cosa: è prendersi cura dell’apprendimento degli allievi, della loro crescita rispetto ai loro personali tempi di maturazione. Dunque anche questo aspetto potrebbe suggerire di non ripiombare nelle vecchie cattive abitudini della scuola prestativa, compulsiva, “voto centrica”. Gli insegnanti hanno certamente il dovere di valutare la crescita degli allievi, ma tale pratica è qualcosa d’altro rispetto a un numero. Gli allievi e le allieve di ogni età devono essere coinvolti nell’apprendimento non a partire da un sistema di premi e punizioni, ma da uno stimolo costante volto a comprendere al meglio le pluralità di mondi che li circonda per provare a vivere in modo indipendente e consapevole.

La crisi innescata dal Covid 19 è dunque una sorta di Giano bifronte: può ribadire e accentuare le disuguaglianze del sistema scolastico italiano, oppure può trasformarsi in una grande opportunità per aprire una vasta discussione pubblica intorno a una domanda cruciale per una democrazia sostanziale e non soltanto formale: quale scuola sta alla base di una società giusta?

La strada da intraprendere, come sempre, dipende da noi.

One Comment on “La scuola è finita. E ora? Riflessioni sulla didattica a distanza”

  1. Quale scuola sta alla base di una società giusta?
    Questione impegnativa come poche altre, va preliminarmente riconosciuto. Alla quale, però, lasciatemelo dire, la risposta adombrata nel testo non rende minimamente giustizia. Cosa è, fuor di retorica, una scuola “autenticamente democratica e inclusiva”? E’ possibile darne una definizione meno vaga, meno compromessa con quel timido, ambiguo e incantatorio ”inclusivismo” che nel linguaggio della sinistra sembra aver soppiantato l’idea di uguaglianza? Senza far ricorso, soprattutto, alla nefasta metafora dell’ascensore sociale, che – senza evidentemente avvedersene – rinvia a una strutturazione gerarchica, verticale, dello spazio sociale, promettendo, al tempo stesso, ai figli delle “classi inferiori”, o quantomeno a quelli si rivelassero “capaci e meritevoli”, l’opportunità di scalarlo, vale a dire di “sortirne da soli”?
    Probabilmente la difficoltà di fornire alla domanda una risposta che le sia all’altezza, la necessità di ripiegare sul solito “piano straordinario di investimenti”, dipende dal fatto che nell’immaginare la “società giusta” non riusciamo più, ormai, ad andare oltre quella prefigurata dalla carta costituzionale, che, per quanto avanzata, non disegna – giova ricordarlo – una società senza classi.
    Certo, i rapporti di forza sono quelli che sono. Come dire che non è tempo di progetti radicali. Se tuttavia, raccogliendo l’invito di Adorno, decidiamo “di considerare tutte le cose come si presenterebbero dal punto di vista della redenzione”, questo almeno possiamo e dobbiamo, anzi, dirlo: in un mondo redento, libero cioè dal dominio, la scuola dei crediti e dei debiti, delle interrogazione e dei voti, del “posso andare in bagno?”, insomma la scuola dell’obbedienza – qual è la scuola della nostra Repubblica, pienamente funzionale, in quanto fabbrica dell’individuo eteronomo, ad una società gerarchicamente articolata, proprio come la scuola, per ordini e gradi – non avrebbe, credo, alcuna possibilità di esistere.
    Un caro saluto

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