L’arresto di Pinochet e le mie lacrime di gioia

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Lucho Luis Sepúlveda se ne è andato, portato via dall’epidemia di Coronavirus. Molti – tutti – stanno ricordando il grande scrittore, amato dagli intellettuali come dai bambini. Noi abbiamo scritto del suo capolavoro (“Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”) nei giorni in cui si è diffusa la notizia della sua malattia (https://volerelaluna.it/cultura/2020/03/12/il-giovane-vecchio-che-leggeva-romanzi-damore/).  Qui, oggi, vogliamo ricordare un altro aspetto della sua personalità, quella di un uomo che – come scrive su la Repubblica Giancarlo De Cataldo ‒ «non ha mai smesso per un istante di lottare contro l’ingiustizia sociale, la prevaricazione, la violenza cieca della dittatura che aveva sperimentato nel Cile». In quell’11 settembre del 1973 che ha segnato la formazione di molti di noi Lucho, giovanissimo, faceva parte delle forze di sicurezza socialiste che difesero Santiago dal golpe di Pinochet. Per questo vogliamo ricordarlo pubblicando un suo scritto del 26 novembre 1998 (tratto da la Repubblica) in cui descrive i suoi sentimenti all’indomani dell’arresto, su ordine della magistratura inglese, del generale Pinochet.

 

I Lord britannici hanno appena finito di leggere le loro ragioni legali che tolgono l’immunità diplomatica a quella spazzatura chiamata Pinochet, e sento che la mano di Carmen si rifugia tra le mie. Ci abbracciamo.

Piove nelle Asturie.

Pioveva anche a Santiago del Cile quell’11 settembre 1973, ma questa pioggia è diversa, non dà fastidio a quei vicini che arrivano con bottiglie di champagne a festeggiare la notizia, a ripeterci che sono con noi, a dimostrarci la forza della solidarietà, quel sentimento che esalta la specie umana e che noi cileni abbiamo trovato in tanti paesi del mondo.

Scrivo queste righe perché non so fare altro. Abbraccio mia moglie e tutti e due piangiamo. Piangiamo per la nostra casa saccheggiata dai militari a Santiago, piangiamo per tutti e ciascuno dei nostri fratelli assassinati, piangiamo per quelli che hanno finito i loro giorni nei cimiteri senza nome dell’esilio, piangiamo per quelli che sono tornati sconfitti dagli anni. Piangiamo per la nostra gioventù decimata dal fascismo, piangiamo per il ricordo di mio padre, che vidi per l’ultima volta all’aeroporto di Santiago nel 1977 quando uscii dal carcere per andare in esilio. Piangiamo il pianto liberatorio di quanti non abbiamo mai dimenticato, di quelli che non hanno mai smesso di credere nel giorno della minima giustizia.

Piove nelle Asturie in questo giorno felice.

Chiamano gli amici da ogni parte. Elia, dalla Sardegna, dice che ci abbraccia. Marcia, da Roma, ci bacia con tutto l’amore dei compagni. Marc ci augura salute e vittoria dalla California. Patricia ‒ riusciamo appena a sentire la sua voce ‒ però ci fa ascoltare l’allegria che regna nella sede dell’associazione familiari dei detenuti desaparecidos a Santiago. Olivia, con il suo dolce accento di Cordoba, ci chiama da Buenos Aires per abbracciarci celebrando la fine dell’immunità di Pinochet e l’arresto di Massera. Hennig stappa una bottiglia di champagne ad Amburgo e fa tintinnare la coppa sulla cornetta del telefono.

Questo giorno felice è il trionfo della Solidarietà Internazionale.

Piove nelle Asturie. Il rumore rauco del mare arriva sino alla mia finestra. Carmen ed io usciremo a fare un passeggiata, e sentiremo che la pioggia sui nostri volti comincia finalmente a lavare le vecchie ferite.

(da la Repubblica, 26 novembre 1998)