Riusciranno i nostri eroi a ritrovare la strada per trasformazioni reali?

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I cambiamenti da attuare

Da molte persone ‒ giornalisti e politici in primo luogo ‒ viene detto che, finita l’attuale emergenza, nulla sarà come prima. Bisogna però sviluppare ulteriormente tale ragionamento: la direzione che prenderà il cambiamento sarà determinata da quanto avremo saputo elaborare a partire dall’oggi.

Infatti potremmo avere un domani con la sicurezza di tutti/e e di ciascuno/a delegata ai poteri forti, con qualche misura marginale, più apparente che sostanziale, che cerca di attenuare i rischi, ma con una dose minore di politica, di partecipazione, di impegno solidale e lasciando in realtà intatti i meccanismi che hanno portato alla situazione attuale (con il rischio che prevalga nel senso comune l’idea che occorre, per risolvere i problemi, “l’uomo forte”). Oppure, invece, ed è questa, indubbiamente, la strada da intraprendere, una inversione radicale di rotta riguardo alle politiche ambientali, economiche e sociali, agli stili di vita, ai comportamenti individuali e collettivi. 

Per raggiungere questi obiettivi è essenziale proprio un di più di politica e di partecipazione, con una maggiore capacità di utilizzare tutti gli strumenti possibili per suscitare dibattito, confronto, proposte, progetti che prefigurino un futuro diverso. Tutto l’opposto del mettere in soffitta la politica in nome di una unità di intenti, che può eventualmente riguardare soltanto le misure di emergenza (anche su queste, però, vi sono notevoli differenze, perché, da parte di molti , vi è scarsa attenzione, per non dire indifferenza, verso chi è emarginato e discriminato, eppure subisce le conseguenze dell’epidemia, è sottoposto al rischio contagio, può esserne vettore e in parecchi casi non può rimanere in casa perché una casa vera e propria non ce l’ha o è inserito in strutture sovraffollate, e si ha, inoltre, maggiore considerazione delle esigenze della produzione che della salute di coloro che lavorano, come si è visto quando si è trattato di chiudere le produzioni non essenziali e il Governo è stato sensibile alle richieste della Confindustria, più attente al profitto che alle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici, tanto da mantenere aperte anche le fabbriche di armi, a partire da quelle che lavorano per gli F-35, missili di “attacco” in netto contrasto con il “ripudio della guerra” dell’art. 11 della Costituzione). Il rifuggire dal confronto politico non vale assolutamente, in ogni caso, per la prospettiva.

Quale politica

Certo, c’è da intendersi su cosa si intende per politica. Non quella “politicante” che va per la maggiore, tutta centrata sullo spettacolo e ben distante da un rapporto reale con i problemi delle persone in carne e ossa (e volta, caso mai, a coglierne, se non ad alimentarne, timori e ossessioni, piuttosto che a ricercare soluzioni che si basino sui principi fondamentali della solidarietà, della convivenza, della piena affermazione dei diritti di tutti/e). Rimane, per me, pienamente valida al riguardo la definizione, semplice e precisa, che ne viene data in “Lettera a una professoressa”: la politica è uscire insieme dai problemi (mentre uscirne da soli è l’avarizia).

La riflessione deve necessariamente riguardare le questioni aperte, anche localmente, che riguardano l’ambiente, l’assetto del territorio, i servizi sociali. Non si possono fare affermazioni di carattere generale relative ai massimi sistemi e ai destini del mondo che non si traducano in scelte concrete a proposito, ad esempio, delle grandi opere inutili e dannose, sempre presenti nelle indicazioni sia della destra che del centro-sinistra, a partire da quelle più vicine. Si deve prendere, invece, finalmente coscienza che tali opere non sono conciliabili con le misure urgentemente necessarie per far fronte alla crisi climatica, che è collegata a quella in atto oggi. Altrimenti la denuncia, da tutti sostenuta a gran voce, dell’emergenza a cui sta andando incontro il pianeta diventa pura chiacchiera (quante lodi, che rivelano di fatto un notevole livello di ipocrisia, alla giovane Greta, riconosciuta a livello mondiale quale portavoce di tale denuncia!).

Seguendo la logica della coerenza, il Sottoattraversamento TAV di Firenze va definitivamente cancellato (per fare un esempio che interessa la mia città). E, più in generale, va tolto dai programmi ogni ulteriore consumo di terreno ‒ verde, agricolo, boschivo ‒ a scopo edilizio. Per dare alloggio a chi non ce l’ha è necessario affidarsi all’edificato attualmente non utilizzato, a quello da riconvertire, al patrimonio pubblico che magari si vorrebbe porre in vendita per sanare i bilanci delle amministrazioni locali (seguendo quei criteri rigoristici imposti, tramite l’Europa, dai poteri finanziari).

È su queste scelte che si misura la volontà di tenere veramente conto dei gridi di allarme che hanno ripetutamente lanciato, oltre a Greta, i Movimenti “Fridays for future” (che oggi non possono evidentemente manifestare in piazza, ma rimangono vivi e vitali, essenziali per una ripresa futura basata su una svolta radicale). La tutela dell’ambiente va posta al primo posto nelle politiche locali, nazionali, internazionali.

È a partire da queste considerazioni che si può valutare fino in fondo la miopia delle scelte compiute, anche sul piano urbanistico, a Firenze. Tali scelte hanno infatti incoraggiato la monocultura economica all’insegna del turismo, che specialmente nelle situazioni di crisi come l’attuale mostra tutta la sua debolezza.

Alcune priorità

 Accanto a quella ambientale vi è un’altra priorità che la crisi da Coronavirus ci impone ed è quella riguardante la sanità, su cui occorre un’inversione di rotta di 180°. Occorre porre fine agli attacchi portati avanti negli ultimi decenni a quello che era uno dei migliori sistemi sanitari pubblici del mondo, attacchi che hanno comportato una diminuzione costante dei finanziamenti (e quindi del personale, delle strutture, dei posti-letto) e un processo continuo di privatizzazione. È necessario, in sintesi, far sì che la tutela della salute venga ritenuta un punto fondamentale delle politiche nazionali e regionali e che si torni a un sistema interamente pubblico, a cui vanno destinati fondi adeguati non più sottoposti ai criteri neo-liberisti di rigore. E la riscoperta dell’importanza di sentirsi comunità (e non somma di individui privi di qualsiasi legame) e del “pubblico” come elemento principale della convivenza per tutti gli aspetti della vita sociale, e non solo per la sanità, secondo le indicazioni della nostra Costituzione, deve rimanere in vigore anche al di là del periodo emergenziale.

È in una prospettiva diversa che va affrontato anche il problema dell’occupazione, da non collegare assolutamente alla realizzazione di opere inutili e dannose, ma alle risposte da dare urgentemente ad alcune esigenze da cui dipende l’avvenire del Paese. Si tratta dar vita a piani straordinari per la difesa del territorio, per il recupero dei terreni incolti, per la rivitalizzazione delle zone abbandonate, per la messa in sicurezza delle strutture scolastiche, per la riconversione ecologica del sistema industriale, per un rilancio effettivo dello stato sociale, per l’adozione di misure come il reddito di cittadinanza, tutti interventi che, nell’insieme, costituiscono l’unica grande opera di cui c’è bisogno e per cui è necessario l’impegno di moltissime persone (native e migranti), con varie competenze.

Uno dei primi compiti che abbiamo di fronte è quello di ricostruire una cultura diffusa in cui abbiano di nuovo l’egemonia parole come collettività, solidarietà e mutuo soccorso, pubblico, beni comuni, conflitto sociale, che l’affermarsi del neo-liberismo ha posto in un angolo, facendo breccia anche a sinistra, sostituendole con individuo (imprenditore di sé stesso), competizione (fra individui) e successo (individuale), privato, pace sociale. Determinante in questa direzione è quanto produce, in termini di elaborazioni e di lotte, il movimento femminista, da cui può venire la spinta decisiva per ribaltare una situazione che è frutto del potere patriarcale oggi dominante dovunque (significativa al riguardo la mobilitazione internazionale di “Non una di meno” contro la perdurante violenza maschile nei confronti delle donne).

Perché si cambi davvero

Certo, a volte si producono cambiamenti perché nulla, in realtà, cambi (ricordate Il Gattopardo?). È già accaduto molte volte e non possiamo permettere che avvenga di nuovo. L’interesse immediato (i profitti odierni e a breve scadenza) di pochi porta a una fine prossima per tutti/e, per l’intero pianeta. Oggi più di sempre la possibilità di futuro, che significa mantenere vivo un senso di umanità, quasi scomparso sotto i colpi delle politiche di rigore e di quelle apertamente disumane (alla Salvini, per intendersi) e oggi riapparso in seguito all’emergenza Coronavirus, è collegata ai cambiamenti che ho sinteticamente accennato. E s’intreccia profondamente con i NO alla guerra, alle discriminazioni, alla riduzione e all’annullamento dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, ai respingimenti di richiedenti asilo, profughi/e, migranti, che ristrette minoranze hanno continuato a levare alti e forti anche nel tempo delle ossessioni securitarie predominanti (di chi privilegia l’ordine rispetto all’accoglienza, all’inclusione, all’impegno solidale).

Vale la pena di avviare un confronto ampio e approfondito su questi punti (e su altri che si potrebbero aggiungere). Le diverse realtà attive sul territorio ‒ sindacali, associative, politiche ‒ dovrebbero cogliere l’occasione per il ripensamento radicale che l’attuale situazione drammatica ci pone, anzi direi ci impone. Solo dei mutamenti veri, che ripropongano anche, aggiornata, l’idea, caduta in disuso, di socialismo, possono far sì che niente, dopo il Coronavirus, sia davvero come prima.