Quando la ragione è dalla parte del torto

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1.

Rileggere l’ultimo libro di Tomaso Montanari (Dalla parte del torto. Per la sinistra che non c’è, Chiarelettere, 2020, pp. 146, euro 15,00) in questi giorni segnati dal Coronavirus è davvero illuminante. L’urgenza delle questioni poste nel libro, già acutissima prima della pandemia, s’è fatta oggi bruciante: a dimostrazione della capacità dell’autore di mettere a fuoco i temi davvero centrali del nostro tempo.
L’affermazione, sempre più diffusa nel dibattito pubblico, secondo la quale «niente sarà più come prima» lascia intendere l’emergere, finalmente, di una consapevolezza, o perlomeno di un’intuizione: che nel nostro vivere associato vi sia qualcosa di profondamente sbagliato. Qualcosa che ha a che fare con l’avvento e la diffusione del virus. Qualcosa che sarà necessario correggere per impedire che giorni tanto terribili tornino a ripetersi. Dopo decenni in cui abbiamo continuato a ribadire che «non c’è alternativa!» – così annullando la nostra naturale politicità di esseri umani – siamo tornati a interrogarci sul passato e sul futuro. Esattamente quel che Montanari fa nel libro, dalla prospettiva di chi si riconosce nei valori della solidarietà e dell’uguaglianza.
Se oggi, guardandoci attorno, siamo finalmente capaci di cogliere la realtà di un mondo diseguale, ingiusto, inquinato, violento, tutt’altro che democratico – di un mondo, insomma, detestabile – non possiamo fare a meno di rimettere in discussione le certezze di cui sinora ci siamo acriticamente beati: il primato morale dell’individuo sul gruppo, del privato sul pubblico, dei mercati sullo Stato, dell’economia sulla politica, della concorrenza sulla solidarietà, del merito sulla fraternità, dell’eccellenza sull’uguaglianza. E, conseguentemente, non possiamo evitare di interrogarci su quanto questa visione distruttiva della socialità sia penetrata nel profondo della visione delle forze politiche che siamo abituati a considerare di sinistra.

2.

È impressionante, ripercorrendo con Montanari le politiche dei Governi dell’Ulivo, dell’Unione e del Partito democratico, ritrovare proprio lì, in quelle stagioni a cui tanti hanno guardato con (maggiore o minore) speranza, le radici di tutti i mali del nostro presente. Vale per la storia, le relazioni internazionali, l’economia, l’organizzazione istituzionale, i diritti costituzionali, l’ambiente: per tutto ciò, insomma, in cui si articola il nostro vivere associato.
La revisione del giudizio sul fascismo parte dal discorso sui «ragazzi di Salò» con cui Violante s’insediò alla presidenza della Camera e arriva all’utilizzo distorto della parola «negazionismo» compiuto dal Presidente della Repubblica in carica nel suo ultimo intervento sulle foibe. La violenza come strumento di risoluzione delle controversie internazionali è “sdoganata” dalla guerra combattuta contro la Serbia durante il Governo D’Alema, una guerra autorizzata dalle Nazioni Unite solo a cose fatte. Il trattamento dell’immigrazione essenzialmente come un fenomeno da reprimere viene avviato dalla legge Turco-Napolitano e rilanciato dalle politiche securitarie di Orlando e Minniti. L’ingiustizia fiscale, con la conseguente ineguaglianza nella distribuzione della ricchezza, si acuisce con la riforma dell’Irpef, in senso meno progressivo, realizzata da Visco durante il primo Governo Prodi. La privatizzazione del sistema di aziende pubbliche – una delle più incisive dell’intero mondo occidentale – è stato il grande vanto dei Governi guidati da D’Alema. Le connesse liberalizzazioni a danno del piccolo commercio e a favore della grande distribuzione sono ancora oggi rivendicate con orgoglio da Bersani. La concentrazione editoriale a danno della libertà di essere informati grava a tutt’oggi sulla nostra democrazia a causa della mancata approvazione della legge contro il conflitto di interessi durante i Governi Prodi. Il regionalismo esasperato è l’ultimo dono avvelenato della prima legislatura dell’Ulivo, in virtù di una riforma costituzionale imposta unilateralmente dalla maggioranza (una riforma a cui dobbiamo, tra l’altro, il regionalismo differenziato messo in moto da Gentiloni). La “federalizzazione” dei diritti, poi recepita sempre nel nuovo Titolo V della Costituzione, è iniziata con le spericolate leggi di riforma dell’organizzazione istituzionale elaborate da Bassanini; ne è un profilo fondamentale la concorrenza scolastica e universitaria, portata a compimento dalla riforma Berlinguer. La distruzione del diritto del lavoro ha preso il via con il “pacchetto” di riforme volute da Treu durante il primo Governo Prodi, dando origine a una serie di successivi interventi culminati nel renzianissimo Jobs Act. Della devastazione dei beni culturali e ambientali sono state tappe fondamentali le grandi opere implementate dallo “sblocca-Italia” voluto da Renzi e la riforma del Ministero dei beni culturali promossa da Franceschini.
Se dunque, oggi, lo Stato è incapace di intervenire nei settori produttivi strategici; se il sistema sanitario è così in difficoltà di fronte alla pandemia; se la devastazione dell’ambiente ha indebolito le condizioni di salute della popolazione nelle aree più popolose del Paese; se la povertà fa sentire in modo fortemente diseguale le conseguenze del lockdown: ebbene, tutto ciò lo dobbiamo a precise scelte politiche, di cui la “sinistra” è stata spesso (troppo spesso) protagonista.

3.

Di qui, l’inevitabile giudizio di Montanari sul presente: il Partito democratico non è un partito di sinistra, così come non lo è stata, se non in alcune componenti, l’alleanza di forze che diede vita prima all’Ulivo e poi all’Unione.
La verità è che in Italia da tempo non c’è alcuna sinistra politica. Non c’è perché non può esserci. E non può esserci perché i deboli – i soli che possano animare una politica di sinistra, cioè rivolta verso l’ideale dell’uguaglianza – prendono parte al discorso e all’azione politica solo se non sono, come oggi, esclusi dalla società e ridotti al bisogno e all’ignoranza. Con le sue politiche di destra, la sinistra ha segato il ramo su cui era seduta, espellendo dalla politica attiva il proprio stesso popolo. Resta – è vero – una sinistra sociale plurale, diffusa, vivace. Ma si tratta di realtà che, pur sorrette da una grande forza ideale, sono per lo più oramai disilluse dalla politica o ignare del proprio potenziale politico: dunque, destinate ad alimentare l’astensione o rassegnate al voto utile. È esattamente a questo che serve nascondere – a nasconderci – l’evidente verità del vuoto lasciato dalla sinistra politica. A mantenere lo status quo. A convincerci che non c’è alternativa. A farci bastare una sinistra-di-destra che ci appare comunque un po’ meglio della destra.
Il problema – aggiunge Montanari – è che siamo oramai tutti convinti che fare politica significhi conquistare il governo. Qualsiasi altro tipo di impegno è considerato una mera, inutile testimonianza. Non è così: l’obiettivo dovrebbe essere quello di conquistare il potere «nella società», non «sulla società». Per poterlo fare, occorre anzitutto combattere la battaglia delle idee, lottare per la definizione di ciò che è giusto e di ciò che è ingiusto, creare conflittualmente i presupposti culturali perché eventualmente un giorno, avendo responsabilità di governo, si possa davvero incidere sullo stato delle cose. Il modo di pensare inverso, quello per cui ciò che conta è soltanto la vittoria elettorale, è il motivo per cui qualsiasi iniziativa politica, anche quella inizialmente di maggior successo, è destinata a tramutarsi in avventurismo politico: perché tutte, alla prova dei fatti, risultano prive delle necessarie basi sociali. Credere che la politica sia un “gioco” in cui la sola cosa che conta è vincere è infantilismo politico. Occorre cambiare mentalità. Rifondare una cultura. Ricostruire un vocabolario.

4.

Cinque sono le linee d’azione tracciate da Montanari guardando al futuro.
Per prima, la più importante: dire la verità. Quella che, da cittadini di sinistra, siamo abituati a considerare la nostra parte non è la nostra parte. È una variante della parte avversa. E non ci si può nascondere dietro la crescente virulenza della destra, anche estrema. Il fronte comune contro la barbarie non risolve, ma perpetua le cause del problema. In ultima analisi, riproducendo continuamente un’ingiustizia che proclama priva di alternativa, alimenta il mostro che dice di voler abbattere.
Per questo diventa decisivo ricostruire le condizioni perché possa dispiegarsi un vero conflitto sociale: un conflitto incruento ma intenso, che sappia contrapporre i poveri ai ricchi, i deboli ai potenti. Due devono essere gli obiettivi: «mandare i ricchi a mani vuote», vale a dire redistribuire la ricchezza; e «abbattere i potenti», cioè rendere il confronto politico realmente democratico. Molteplici sono i temi intorno a cui condurre la contesa: il culto del privato, la meritocrazia, il materialismo dell’accumulazione, la sudditanza psicologica alimentata dall’invidia, il decoro urbano. E, naturalmente, la ricostituzione dell’unità di tutto il mondo del lavoro: il solo soggetto sociale da cui potrebbe derivare la forza necessaria a vincere il conflitto. Perché il conflitto è ineliminabile ed è in atto: i ricchi e i potenti vogliono cose diverse dai poveri e dai deboli. Il problema, come scriveva Luciano Gallino, è che oggi sono i ricchi e i potenti a combattere contro i deboli e i poveri. E hanno vinto.
Riequilibrare i rapporti di forza non è, tuttavia, sufficiente. Decisivo è come rimpostare il nostro modo di vivere. Occorre assumere a riferimento la piena consapevolezza del fatto che le persone sono fini, non mezzi, e agire politicamente di conseguenza per «dare – secondo l’insegnamento di Calamandrei – a tutti gli uomini dignità di uomo». E dunque: ribaltare le politiche fiscali, ridando attuazione al principio costituzionale di progressività (tanto per i redditi, quanto per i patrimoni); ribaltare le politiche del lavoro, tornando a riconoscere la centralità democratica del lavoro dignitoso e adeguatamente tutelato; ribaltare le politiche dell’istruzione, ricominciando a pensare alla scuola come a un organo costituzionale di costruzione della cittadinanza, anziché come a uno strumento al servizio delle imprese; ribaltare le politiche dell’ambiente, per fare della natura, del paesaggio e dei beni culturali non più risorse economiche da sfruttare ma spazi di arricchimento culturale collettivo in cui vivere in sintonia e rispetto. Una rivoluzione completa dell’attuale modo di pensare, insomma. Che, per essere credibile, non può che aprirsi a coinvolgere tutti gli uomini: anche quelli che non vivono in Italia. Devono cambiare le politiche internazionali, nel senso della giustizia tra i popoli e del rispetto delle tradizioni e delle culture di tutti, perché come «non si vince senza lotte locali», così «non si vince senza movimenti planetari».
Non può che conseguirne un radicale cambiamento del modo d’intendere l’economia, a partire dall’irrazionale pretesa di pensarla come destinata a una crescita infinita in un mondo che sappiamo benissimo essere finito (il che contribuisce, tra l’altro, a svelare l’inganno dello sviluppo sostenibile, posto che anch’esso si alimenta del mito della crescita, sia pure in modo meno brutale e immediato). È una questione – ovviamente – di tutela dell’ambiente, di consumo e riproduzione delle risorse, ma, più in generale, a dover essere riconosciuta è l’esigenza di ricondurre l’economia al ruolo di mezzo per il miglioramento della vita umana, anziché di fine in sé al quale tutto – la stessa riproducibilità delle condizioni necessarie alla vita umana sulla terra – deve essere sacrificato.
Un ripensamento tanto profondo del nostro attuale modo di essere richiede, inevitabilmente, la ricostruzione di uno Stato dotato degli strumenti politici, economici e culturali necessari a praticare e difendere l’interesse generale contro gli egoismi individuali. E ciò sia operando al proprio interno, nei confronti degli altrimenti preponderanti interessi privati, sia agendo verso l’esterno, per la costruzione di un sistema di relazioni internazionali improntate, contro ogni sovranismo, alla collaborazione e alla pace tra i popoli.
Un programma, come si vede, tanto ambizioso, quanto necessario. Soprattutto, lontanissimo dalle pratiche e dagli ideali della sinistra-di-destra. Lottare per la sua realizzazione – ecco il messaggio più forte e profondo che Tomaso Montanari ci affida con il suo libro – significa lottare per porre le basi necessarie all’affermazione di una rinnovata, vera democrazia: perché non può realmente esserci democrazia senza uguaglianza tra gli uomini e senza armonia tra gli uomini e l’ambiente in cui vivono.

Francesco Pallante

Francesco Pallante è professore associato di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Tra i suoi temi di ricerca: il fondamento di validità delle costituzioni, il rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari, l’autonomia regionale. In vista del referendum costituzionale del 2016 ha collaborato con Gustavo Zagrebelsky alla scrittura di "Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali" (Laterza 2016). Da ultimo, ha pubblicato "Per scelta o per destino. La costituzione tra individuo e comunità" (Giappichelli 2018) e "Contro la democrazia diretta" (Einaudi 2020). Collabora con «il manifesto».

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One Comment on “Quando la ragione è dalla parte del torto”

  1. Ottima recensione- con la chiarezza a cui Francesco Pallante ci ha abituati- di un libro valido per comprendere un presente ( non ancora “compreso” nel testo) , arrivato come una valanga. Una disanima necessaria per non perdere il filo di una contemporaneità scoppiata e per rimettere le cose a posto. Non dimenticando passi, scelte politiche e dichiarazioni ” mendaci” : il neoliberismo introdotto a forza, e fatto passare per altro.
    Così oggi ci troviamo a terra con sanità , ingiustizie sociali e così via.
    In maniera inusuale mi vengono in mente i versi di Cardarelli : ” Ma basta levare la testa.
    Le cose non stanno che a ricordare.
    Piano piano i minuti vissuti,
    fedelmente li ritroveremo.
    Coraggio, guardiamo.”
    Bene, con coraggio guardiamo e …facciamo.

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