Il vecchio e la bambina

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Esco di casa per andare a fare il baby sitter. Nipotina di un anno e mezzo, genitori che lavorano, unico nonno disponibile. Le strade sono ormai quasi deserte a Firenze. Silenzio, una pulizia nuova dell’aria, una meraviglia ‒ e però anche un’angoscia di fondo che entra nell’anima. Come la sensazione limpida dell’assenza. Del lutto.

Tante persone scomparse. E scomparse in solitudine, senza nome, indicate con l’età e le malattie pregresse, ridotte a enorme numero giornaliero. Malati ignoti. Nessuno che può fargli visita, dare un bacio o tenere la mano. Neppure incontri, l’abbracciarsi dei propri cari, dopo. Un rito in cui essere ricordati, che dia una specie di misura della vita che si è vissuto. Se pensi che è stata bella, pensi che abbia lasciato del calore nel mondo.

E allora stare con una bambina piccola è come una rinascita. Una ventilazione di vita, come ricominciare da capo a vedere il mondo. Anche un po’ inventarlo, perché ogni giocattolo e ogni oggetto è provato in tutte le sue possibili improprie combinazioni. Nessuna istruzione per l’uso è accettata. Tutto prova a contenere tutto, ogni forma tenta di combinarsi con un’altra. Da un lato si imita dall’altro si reinventa. I giocattoli più raffinati si esaltano nell’essere rivoltati, aperti, ricercati nelle più piccole viti o negli interruttori, tolti e rimessi nella scatola.

È una cosa forse non solo umana, animale, come l’allegria universale dei cuccioli. La festa dell’esserci, fra le persone e le cose, nell’aria, nel sole e nel vento. Sembra la versione incandescente della nuda vita. Pura gioia di esistere.

Inoltre sono un potente antidepressivo i miei ex studenti, pure chiusi in casa, che seguo ancora nei loro gruppi whatsapp o su instagram (facebook è per vecchi). Mi rendo conto che li ho amati moltissimo e molto ancora li amo.

Mi sembrano mille volte più sensibili e densi di vita degli adulti. E di fronte a un mondo mille volte peggiore di quello che avevamo davanti alla loro età. Dopo il ’68 pensavamo che si poteva cambiare tutto, ci credevamo proprio. E davamo quasi per scontato che avremmo fatto la vita che desideravamo. Tutto sembrava nelle nostre mani. Per loro è già molto se immaginano di costruirsi uno spazio ravvicinato, intimo, in cui non essere travolti. I pensieri su scala ridotta, di cui parlava Theo di Ian McEwan. Eppure i loro occhi a me parlano sempre di desiderio ed energia. Di apertura al mondo.

Vedo che organizzano con gli insegnanti delle video-lezioni, che spero un po’ funzionino. La scuola megamacchina di programmi e voti non credo subirà chissà quali problemi. Si adatterà. L’esperienza personale delle ragazze e dei ragazzi porterà invece dei segni non facili da immaginare. Un ragazzo mi ha scritto che la sua generazione ha già attraversato un bel po’ di crisi – nel disinteresse degli adulti che li hanno sempre considerati i privilegiati del divano. Una ragazza ha scherzato dicendo che adesso avrà anche lei qualcosa da raccontare ai suoi figli e nipoti. Stile tempo di guerra.

Però mi colpisce che poi nelle chat la conversazione spesso molla gli insegnanti e si sposta fra loro, diventa gioco ‒ quello abituale, antico: battute, scherzi, prendersi in giro. (Ho anche scoperto che molti e molte sono fan accese di Giuseppe Conte; una sorpresa perché i politici di solito sono collocati su un altro pianeta: forse trasmette qualcosa di positivo in una forma insolitamente sobria per un politico, pensate se al suo posto ci fossero stati Salvini o Renzi, i Capitani…).

In ogni caso la scuola è sempre stata anche questo gioco interpersonale, una rete orizzontale di comunicazione. Non si insegna e non si impara nulla senza una dimensione informale, di relazioni vive dove sei presente non solo con la tua testa da riempire di roba, ma con il tuo corpo, il tuo sguardo, la tua anima. Il corpo ora è un’altra assenza, però credo li abbiano ben presenti i loro corpi quando premono la tastiera.

Adesso quegli sguardi non so come si muovano per la casa. Certe volte ho chiesto di descrivere nei testi le loro camere. Fotografie, poster, ricordi di infanzia, antichi bambolotti. Incasinati armadi. Ma era un luogo personale a cui tornare, non un obbligo sanitario. Chissà come lo vedono il mondo fuori, lo spazio desertificato, il tempo sospeso. Penso che se un futuro può tornare ad esserci, dovrà essere molto diverso. Più intenso di contatti, molto più comune e condiviso. Non perché si canta l’inno di Mameli dai balconi. Oggi la patria è davvero il mondo intero. Perché l’ortolana mai vista prima, vedendoti imbarazzato nel piccolo negozio ti dice, non si preoccupi se non si può avvicinare, dopo ci abbracceremo.

I giovani peraltro hanno sempre un bisogno straordinario per esistere individualmente di avere una appartenenza di gruppo. Non c’è libertà e invenzione della propria vita fuori da un tessuto di relazioni, da cui divergere magari. Se un futuro ci sarà dovrà avere ragazze e ragazzi come protagonisti. Gli adulti del potere hanno vissuto secondo la battuta di Woody Allen: «Perché dovremmo preoccuparci delle nuove generazioni, che cosa hanno fatto loro per noi?».

Toccherà a loro fare qualcosa per se stessi, e quindi anche per noi. Saranno quelli che, non avendo da perdere che i loro divani, liberando se stessi libereranno… eccetera eccetera.

Andrea Bagni

Già docente di italiano e storia all'istituto Gramsci-Keynes di Prato. Vicedirettore della rivista "Ecole". Tra i fondatori di "Alba" e de "L'Altra Europa" ha partecipato da protagonista a numerosissime iniziative politico-culturali.

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