C’è una sola soluzione: la giustizia ecologica e sociale

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1.

Da più di un decennio l’OMS ha denunciato che i cambiamenti climatici mettono in moto una reazione a catena che minaccia la nostra sopravvivenza. L’aumento della temperatura e la distruzione di molti habitat naturali costringono alla migrazione gli animali, in particolar modo selvatici, che devono adattarsi a climi differenti. Anche i loro patogeni si adattano al nuovo clima, con la conseguenza di una maggiore diffusione a livello territoriale. L’alterazione dei processi di trasmissione di malattie infettive, come il Coronavirus, la SARS, Ebola, è una delle più gravi e dirette conseguenze del collasso climatico. Oggi sappiamo che questi nuovi virus si diffondono più velocemente quando vengono favoriti da una condizione: l’inquinamento dell’aria. C’è una relazione tra l’aumento della diffusione del virus e i luoghi dove più alte sono le concentrazione di polveri nocive (PM10). Appena un anno fa l’OMS denunciava come fossero 7 milioni gli esseri umani uccisi da quello che è stato definito il big killer (nel nostro Paese più di 80 mila vittime: https://volerelaluna.it/ambiente/2020/04/02/e-i-morti-per-inquinamento/). La minaccia è dunque duplice: la nostra salute è danneggiata dall’aria inquinata e dall’insorgenza di malattie infettive. Dagli anni ’70 sono infatti più di 40 le patologie apparse come conseguenza del collasso climatico. Siamo parte di un sistema complesso, interdipendente e connesso che favorisce la diffusione di nuove patologie. 

2.

Il Coronavirus, come tutte le crisi che stiamo vivendo negli ultimi anni, è figlio di un modello economico che non riconosce nessuna relazione e interdipendenza con il resto della vita. Il liberismo economico considera la vita al suo servizio, teorizza la crescita economica infinita nonostante viviamo in un pianeta con risorse finite, preleva una quantità di risorse e servizi ambientali gratuiti maggiore rispetto a quello che la Terra è in grado di rigenerare, bruciando così l’unica vera ricchezza di cui disponiamo per vivere e che abbiamo il dovere di lasciare a chi verrà. Una visione meccanicistica della vita che ha modificato in peggio e nel profondo le relazioni tra noi e il resto della natura non umana. L’aver compromesso le capacità di autoregolazione dei sistemi naturali ci espone a rischi enormi: aumento fuori controllo di disuguaglianze sociali, ingiustizie ambientali ed ecologiche. Se vogliamo sconfiggere non solo nel breve ma nel medio e lungo periodo le minacce alla nostra sicurezza e al nostro diritto alla vita, dobbiamo riconoscere la relazione, la corrispondenza, la complementarietà e la reciprocità tra tutte le entità viventi, senzienti e non, su questo pianeta. Questo ci permette di riscoprire  la nostra fragilità e l’interdipendenza con il resto della vita di cui siamo parte. Cooperazione e solidarietà sono il modo con cui evolve la vita nel nostro pianeta, non attraverso la competizione individuale. Lo vediamo anche in queste ore così difficili: dove si coopera e siamo solidali i risultati ci sono.

3.

Abbiamo bisogno di un cambiamento culturale se vogliamo affrontare l’emergenza e ridurre i rischi per il futuro. Noi non siamo il centro dell’universo e non siamo l’unica forma vivente che ha diritto alla vita su questo pianeta. È la Terra a garantirci la vita e la possibilità di rigenerare il nostro sviluppo. Da qui discende l’obbligo morale di difenderla. La Terra è la nostra Costituzione biologica, come lei siamo gli uni collegati agli altri, abbiamo bisogno di tutta la comunità vivente per vivere e prosperare. Siamo fragili e allo stesso tempo straordinariamente complessi, relazionati, reciproci, interdipendenti. Ciò che facciamo alla Terra facciamo a noi stessi. Noi siamo la Terra.

4.

Le politiche di austerità, i tagli alla sanità pubblica, al sociale, alla ricerca, alla cultura, le privatizzazioni, la precarizzazione del lavoro, l’assenza di misure per garantire a tutti i lavoratori il diritto alla salute, le mancate bonifiche ambientali, l’urbanizzazione selvaggia, il sostegno economico e finanziario alle multinazionali dei fossili e ai loro progetti estrattivi, il patto di stabilità in Costituzione, l’assenza di un piano strategico di riconversione industriale ed energetica, l’assenza di un piano integrato di interventi per adattarci e mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici nelle nostre città sono scelte politiche che hanno come conseguenza maggiori ingiustizie sociali, ambientali ed ecologiche. Oggi capiamo attraverso il dramma del coronavirus che il liberismo economico ci ha reso tutti più insicuri, soli, impauriti. Per questo abbiamo urgente bisogno di istituzionalizzare un’economia che difende e garantisca la vita e non l’accumulazione di capitale.

L’articolo è pubblicato anche su “L’Espresso”

Giuseppe De Marzo

Giuseppe De Marzo, attivista, economista, giornalista e scrittore, lavora da anni nelle reti sociali, nei movimenti italiani e in America Latina. È attualmente responsabile nazionale delle politiche sociali di Libera e coordinatore nazionale della Rete dei Numeri pari.

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