A lezione dal Coronavirus. Prendiamo appunti

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Molto si legge e si scrive in questi giorni sul “dopo”, quando usciremo di casa, torneremo alle nostre vite e metteremo a frutto – questa la speranza, l’ambizione, il programma di lotta, a seconda delle prospettive – la lezione che la pandemia da Coronavirus ha impartito all’intera umanità.
Poiché la tentazione generale nei circoli del potere sarà quella di riprendere il “business as usual”, sarà bene attrezzarsi affinché tale cinica e poco responsabile pretesa non si sposi con il legittimo comune desiderio di riprendere la propria vita al punto in cui si era interrotta. Ma questa pandemia non è una parentesi, è semmai l’apertura di una nuova stagione, non foss’altro per il fatto che dovremo conviverci anche una volta passata l’emergenza più estrema. E poi sappiamo che altre epidemie del genere saranno possibili, o meglio probabili se non cambierà radicalmente la brutale, continuativa aggressione che le società umana – con gradi di responsabilità diverse, è bene precisarlo, sia in senso geografico sia all’interno dei singoli Paesi – stanno imponendo agli altri esseri viventi e al pianeta nel suo insieme.
Questa pandemia è un grido di dolore che arriva dagli ecosistemi, o forse una vendetta, di certo è una lezione.
Possiamo insomma  prendere appunti, come un buon allievo è tenuto a fare di fronte a un maestro eloquente e preparato. Questo maestro è il Coronavirus e parla per conto di madre natura. Sono appunti da tenere sempre a portata di mano in modo da non farsi confondere le idee. Bisogna essere pronti, ciascuno a suo modo, a fare la propria parte.

1.

La pandemia ha messo a nudo la fallacia dell’ideologia oggi dominante, ossia il modello di economia neoliberale guidato dalla grande finanza, orientato alla crescita e trainato dall’aumento continuo dei consumi (consumi di prodotti finali, ma lungo le filiere anche e soprattutto di minerali, di suolo, di foreste, di beni comuni…) “Dopo”, quando ci chiederemo in che modo prevenire ulteriori pandemie e altri disastri, sapremo che la prima lezione ricevuta è tanto semplice quanto radicale: occorre abbandonare l’ideologia della crescita.

2.

Le drammatiche giornate che stiamo vivendo, e quelle che seguiranno, ci dicono che cambiare stile di vita, anche nei comportamenti quotidiani, oltre che nei pensieri e nelle intime prospettive, è più che possibile. Lo stiamo facendo, spinti da uno stato di necessità che non osiamo sfidare. Molti in cuor loro stanno pensando: stringiamo i denti, passerà. Ma la lezione da apprendere è un’altra: lo stato di necessità è permanente, perché la catastrofe climatica – il quadro generale nel quale va inserita la presente pandemia – è ancora lì e pretende di essere presa sul serio. Stiamo capendo in questi giorni che cambiare non solo si deve, ma si può.

3.

Margaret Thatcher, come noto, quasi quarant’anni fa scolpì in poche battute il senso della rivoluzione neoliberale, della quale fu una delle protagoniste, forse la più conseguente e concreta sul terreno delle pratiche di governo. «Non esiste la società, esistono gli individui»: così la Lady di ferro descrisse il nuovo corso, aggiungendo un’icastica, letteralmente indimenticabile considerazione: «There is no alternative», non ci sono alternative (TINA, secondo l’acronimo che ha reso popolare tale terribile affermazione). Il Coronavirus, con la sua grande capacità di contagio, ha mostrato invece che la salute di ciascuno dipende dai comportamenti degli altri e che la salvezza dell’individuo viene proprio dalla società, per esempio dall’efficienza del sistema sanitario pubblico (colpevolmente indebolito proprio in ossequio alle teorie neoliberali e thatcheriane. Non è vero – non è mai stato vero – che non ci sono alternative all’ordine corrente delle cose.

4.

La pandemia, correndo ai quattro angoli del globo (se la metafora antigeometrica è lecita), ci ricorda i lati peggiori della globalizzazione. Un virus ricevuto da un essere umano in Cina attraverso pipistrelli e altri animali selvatici al momento sconosciuti, ha raggiunto in poche settimane tutti i continenti. Buona parte dell’umanità è sequestrata in casa. C’è chi ne trae la conseguenza che il futuro è nel passato e quindi invoca – parola nuova, concetto vecchio – il sovranismo: frontiere chiuse, sovranità nazionale, egoismo di Stato. La pandemia dimostra però che simili eventi si combattono su scala sovranazionale, e che avremmo bisogno di una diversa globalizzazione: con una mobilità libera ma non frenetica, con il controllo e la limitazione di ciò che va controllato e limitato (per esempio gli spostamenti di capitali, l’elusione fiscale transnazionale, la delocalizzazione delle produzioni in cerca di salari più bassi e garanzie sindacali peggiori), col recupero generalizzato della sovranità alimentare (che non c’entra col sovranismo), col rafforzamento delle istituzioni sovranazionali preposte alla tutela del bene comune e non della massima libertà d’impresa e di commercio: dobbiamo rilanciare l’Organizzazione mondiale della Sanità e le Nazioni Unite, ridimensionare le istituzioni (Wto, Fmi, Banca Mondiale) che hanno gestito il “Washington Consensus”, architrave della disastrosa stagione del dominio neoliberale.

5.

Poiché niente sarà (non dovrà essere) come prima, e visto che il mercato ha fallito e non è assolutamente in grado di rimediare ai guai che produce (sa solo invocare una rapida ripresa delle produzioni, degli scambi e dei consumi), è il momento di riabilitare concezioni della vita collettiva che si è ritenuto di archiviare come superati strumenti di un passato dimenticabile. Il socialismo – cioè la priorità dell’interesse pubblico e dei diritti sociali che garantiscono uguaglianza rispetto all’egoismo privato –  è, con le sue molte sfaccettature, una delle migliori e più affascinanti idee partorite dallo spirito collettivo negli ultimi due secoli. Slavoj Žižek, nel suo libretto di riflessioni sul Coronavirus (Virus. Catastrofe e solidarietà, Ponte alle Grazie), usa la parola comunismo, sfidando il sentire comune benpensante: ma non si tratta in alcun modo di un richiamo nostalgico ai vecchi regimi bolsi e autoritari che abbiamo avuto in Europa, bensì di un progetto di società che risponde al disastro presente, ribaltandone i presupposti. Per esempio: perché ci eravamo dimenticati che il servizio sanitario dev’essere necessariamente pubblico, visto che solo la sanità pubblica ha interesse a investire risorse nella prevenzione, affinché si ammali il minor numero possibile di persone, mentre la sanità privata è orientata dal profitto e quindi è rivolta esclusivamente alla cura di malattie già conclamate? Il socialismo, o comunque vogliamo chiamare questa prospettiva (il Comune, il Bene comune, il Pubblico), dev’essere il faro del nostro orientamento.

6.

Dopo il crollo del comunismo europeo e con l’avvento del modello neoliberale, si è parlato di fine delle ideologie, un modo astuto di sostenere che di ideologie in campo ne era rimasta solo una, ossia quella religione del mercato che siamo abituati a chiamare neoliberismo. La distinzione fra destra e sinistra – si è detto, con grande malizia – è superata e quindi non ci sono più alternative all’esistente. Quest’affermazione è falsa in assoluto, nel suo significato ideologico più alto (la sinistra esiste eccome, è quella che si batte per la giustizia sociale e ha l’uguaglianza fra le persone come bussola) ma è vera in  una precisa fattispecie: non c’è più distinzione, se non per alcune sfumature, fra i partiti detti di centrodestra e quelli detti di centrosinistra, essendo entrambe le fazioni devote all’ideologia neoliberale (il fenomeno è conosciuto, con riguardo al secondo dei due blocchi, anche con l’espressione “sinistra di destra”). La sinistra dovrà tuttavia rifondarsi allargando il campo e aggiornando i propri riferimenti culturali. La lezione da mandare a memoria per il dopo-coronavirus e nel pieno della catastrofe climatica è dunque che i filoni di pensiero e d’impegno finora trascurati, come l’ecologia radicale o l’animalismo antispecista, avranno un posto centrale nelle future politiche della rinascente sinistra politica.

 

Lorenzo Guadagnucci

Lorenzo Guadagnucci, giornalista e blogger, lavora al “Quotidiano nazionale” (Resto del Carlino - La Nazione - Il Giorno). Durante il G8 di Genova del luglio 2001 fu tra i giovani percossi e arrestati nella suola Diaz. Fondatore e animatore del Comitato verità e giustizia per Genova ha scritto, con Vittorio Agnoletto, “L’eclisse della democrazia. Le verità nascoste sul G8 di Genova” (2011).

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