Etica e politica alla prova del Coronavirus

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Ci stiamo abituando a sentirci ripetere, in modo ossessivo, che da noi ‒ solo da noi e dai nostri comportamenti responsabili ‒ dipenderà la vita delle persone più fragili ed esposte al rischio di esiti letali da Coronavirus. Stare a casa il più possibile, evitare i contatti, cambiare “stile di vita” sembra la chiave per rallentare e, prima o poi ‒ si spera ‒ fermare, un contagio che sta sovraccaricando un sistema sanitario al collasso. Come se dall’etica individuale, ben più che dalla politica, dipendesse oggi la comune salvezza.

C’è, in questa tesi, qualcosa di vero. Che le nostre scelte individuali ‒ di consumo, svago, mobilità ‒ producano, cumulativamente, effetti su una scala infinitamente più ampia di quella delle nostre piccole vite, è ormai noto. Pensiamo alle questioni ambientali. Fare la raccolta differenziata, sprecare meno acqua, spostarsi a piedi e in bicicletta anziché in macchina, mangiare meno carne, possono contribuire in modo determinante a invertire la rotta della corsa pazza verso la distruzione del pianeta in cui siamo al momento impegnati. Ce lo ricorda una nota pubblicità: «Eni più Silvia è meglio di Eni». Senza il nostro contributo individuale, il mondo non si salverà. E tuttavia, si tende spesso a dimenticare la prima parte. Anche «Silvia senza Eni» non basta. Nel caso specifico, appellarsi a «Silvia» è un modo assai subdolo per deviare l’attenzione dalle discutibilissime scelte di un’azienda che è stata tra l’altro recentemente multata per «pratica commerciale ingannevole», avendo cercato di contrabbandare come “green” il diesel prodotto con l’olio di palma (cfr.: http://sbilanciamoci.info/green-diesel-greenwashing-maxi-multa-per-eni/). Pubblicità ingannevoli a parte, dovrebbe essere evidente che non basta esortare i cittadini a muoversi in bicicletta, se la città continua a essere disegnata in funzione dell’auto. O invitare al consumo responsabile se la filiera alimentare è lasciata nelle mani di colossi industriali interessati solo al profitto. Come non ha senso invitare a «stare a casa» e a «indossate la mascherina» se un gran numero di persone continua ad esser costretta a uscire per motivi lavorativi e le mascherine non sono messe a disposizione neppure di medici e infermieri.

Nel clima angoscioso e surreale di questi giorni, assistiamo a interviste di esponenti politici che, dopo avere snocciolato i numeri drammatici dei contagiati, delle persone in rianimazione e dei morti, concludono intimando: «State a casa». E minacciando, nel caso non bastino le raccomandazioni, i divieti e le sanzioni, interventi ancora più restrittivi (difficile pensare quali, dopo che sono state criminalizzate anche le passeggiate solitarie in spazi aperti).  

Restiamo a casa, certo. Facciamo la nostra parte, nella consapevolezza che i virus non fluttuano nell’aria, ma si spostano sulle nostre gambe e più riduciamo i contatti meno è possibile la trasmissione degli agenti patogeni. Ma attenzione a non spoliticizzare una questione che non è esclusivamente demandabile al sapere esperto di medici e scienziati, da una parte, e alle buone condotte dei cittadini, dall’altra. Se la metropolitana di Milano, tra le 8.00 e le 9.00 di mattina, era fino a qualche giorno fa (e forse è ancora) affollata, non sarà perché molti ‒ troppi ‒ uffici e imprese impegnate nella produzione di beni non essenziali (o addirittura esiziali: le armi!) sono rimaste aperte, per effetto di una decisione tutta politica? Quanto agli ospedali al collasso, chiamano in causa le politiche del passato più e meno recente: di destra, di sinistra, di centro. Tutte concordi nel considerare la sanità, la ricerca, l’istruzione come rami secchi da tagliare. E se oggi i ricercatori dichiarano che sarà arduo trovare in tempi brevi un vaccino non è perché la loro abnegazione sia insufficiente, ma perché «in un’emergenza è difficile trovare soluzioni se non ci sono stati investimenti prima» (così il virologo D. Lembo, in un’intervista a Repubblica Torino del 25 marzo).

C’è qualcosa di disperato nelle parole di chi sembra quasi suggerire l’esistenza di un nesso causale tra l’aumento delle morti (che in certe zone avvengono in casa e non sono neppure conteggiate) e le troppe persone che fanno sport all’aperto o portano a spasso il cane. E che invocano l’esercito come panacea per tutti i mali. Christopher Lasch scriveva che la disperazione non è una buona maestra, essendo spesso solo l’altra faccia del vacuo ottimismo di chi ‒ passata la buriana ‒ continuerà imperterrito sulla vecchia strada. Speriamo che a guidare la politica nelle scelte cruciali di questi giorni non sia la disperazione, ma la fredda consapevolezza della serietà della sfida che si è aperta. Pur contenendo «misure condivisibili», secondo Giulio Marcon, economista di “Sbilanciamoci”, il decreto “Cura Italia” è ben lungi dal rappresentare il salto di qualità che sarebbe necessario. Non c’è traccia di quel piano straordinario di investimenti pubblici che ‒ non da ora ‒ sarebbe necessario anche solo per raggiungere il livello di spesa di Francia e Germania in servizi sanitari, ricerca, istruzione. In particolare, i fondi destinati ad assumere (a tempo indeterminato) personale medico e sanitario sono ancora estremamente modesti (cfr. http://sbilanciamoci.info/il-governo-di-fronte-all-emergenza-coronavirus/?spush=dmFsZW50aW5hLnBhemVAdW5pdG8uaXQ=). Eppure è dalle scelte di oggi e dei prossimi giorni che dipenderà se la prossima pandemia ci troverà preparati o se tutto si ripeterà nello stesso modo. E se, pandemie a parte, saremo capaci di rivedere la nostra scala di priorità, mettendo al primo posto ‒ come prevede la Costituzione ‒ i diritti delle persone, anziché il mercato.  

About Valentina Pazé

Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: In nome del popolo. Il potere democratico (Laterza, 2011) e Cittadini senza politica. Politica senza cittadini (Edizioni Gruppo Abele, 2016)

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