Turi, in carcere perché pacifista

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Turi Vaccaro è un pacifista siciliano autore di gesti esemplari contro la produzione e il commercio di armi sia in Olanda che in Italia, dove è stato spesso presente alle manifestazioni No MUOS in Sicilia e No TAV in Val di Susa. Dal 5 agosto 2018 è detenuto nel carcere Pagliarelli di Palermo inizialmente in esecuzione di una condanna a 11 mesi e 27 giorni di reclusione inflittagli dal Tribunale di Gela per avere violato le recinzioni della base statunitense del MUOS a Niscemi e per averne danneggiato alcune apparecchiature. A tale condanna altre se ne sono aggiunte, l’ultima a sei mesi di reclusione (decorrente dal 1 gennaio 2020) sempre per fatti analoghi. Chi gli ha fatto visita recentemente – da ultimo l’ex moglie Emmie – lo ha trovato estremamente provato per le condizioni di detenzione particolarmente vessatorie. Nonostante ciò Turi – come Nicoletta a Torino – rifiuta di presentare domanda di misure alternative e anche di liberazione anticipata (che gli consentirebbe una congrua riduzione della pena) sostenendo di non avere nulla da chiedere allo Stato. In questi giorni, poi, ha deciso di riprendere lo sciopero della fame in segno di protesta per il mantenimento del MUOS sul territorio nazionale e per il trattamento carcerario a cui è sottoposto e la mancata concessione di ufficio della liberazione anticipata. In segno di solidarietà e condivisione l’8 febbraio Enrico Peyretti, pacifista torinese, ha scritto a Turi la lettera che pubblichiamo di seguito anche per rompere il silenzio che circonda la vicenda.

 

Carissimo Turi,

sei in prigione anche per noi, per tutti quanti siamo contrari non solo alla guerra, ma al sistema delle armi, capaci solo di uccidere. Diceva Kant che «gli eserciti permanenti devono col tempo interamente scomparire», perché sono causa di guerra col solo fatto di esistere.

Accetta almeno la vicinanza e la simpatia che ti voglio esprimere. Ci siamo incontrati tante volte, ti ho ascoltato raccontare e cantare, con cordiale sintonia. Ti ho scritto una lettera come questa nel 2005, quando eri in prigione a Breda, in Olanda.

Ammiro il tuo coraggio fisico e il significato della tua azione. Quello che hai fatto contro le armi e le installazioni militari strapotenti, capaci di aggredire e di colpire lontanissimo, non è il tipo di azione che io sceglierei di fare, e non ne sarei fisicamente capace. Però voglio testimoniare che, ben più che una violazione di leggi, la tua azione è una simbolica affermazione di valori: il valore della vita e del vivere insieme, contro gli strumenti di morte, pensati e voluti per dare la morte, e usati orribilmente per uccidere. La distruzione delle armi è illegale, ma infinitamente più illegale per la regola suprema della vita e della solidarietà umana è l’esistenza stessa delle armi.

Io credo che giudici giusti e sensibili all’umanità, pur dovendo giudicare l’atto di danneggiamento materiale, debbano altrettanto riconoscere il tuo intento, che è un’affermazione della umanità, della pace, della vita, e perciò un’affermazione di giustizia. Ed è per affermare la giustizia, che i giudici sono posti a giudicare.

Tante volte la giustizia è più grande e più obbligatoria della legge, come hanno mostrato Socrate, Gesù, Thomas More, Thoreau, Gandhi, Badshah Khan, Martin Luther King, Franz Jägerstätter, per dire solo alcuni dei molti obiettori di coscienza nella storia umana.

«Bisogna obbedire a Dio – perciò alla coscienza della fraternità umana – prima che agli uomini», hanno testimoniato con le stesse parole sia Socrate (Apologia, 29d) che gli apostoli (Atti degli Apostoli 5,29). Disobbedire alla legge per migliorarla in nome della giustizia è aiutare la legge a realizzare il suo scopo nella società umana: vivere insieme, non uccidersi l’un l’altro. Ogni gesto e parola contro la guerra è difesa e affermazione della legge dell’umanità.

La guerra è illegale per lo Statuto dell’Onu (art. 51), che è un inizio di costituzione mondiale di pace: nel caso di un’aggressione è la comunità dei popoli che deve provvedere alla sicurezza.

Vorrei aiutarti, nella tua dura prigionia, a sentire serenità per il significato del tuo impegno, che, nel suo particolare modo, fa parte di tutta l’azione, la riflessione, la cultura morale e storica, le tante esperienze di lotte nonviolente, i tanti martiri della pace, che costituiscono il lungo cammino per l’emancipazione dell’umanità dalla schiavitù della guerra sempre ignobile. Non rassegniamoci!

Ti mando, per consolazione e divertimento, una poesia. Buona salute, buon coraggio, buona resistenza, buona speranza! Pace, forza, e gioia!

Un fraterno abbraccio

Enrico

 

Quando passa un aereo da guerra
io lo maledico.
Il pilota no, che fa il mestiere
più infelice del mondo
peggio di ladri e prostitute.
Vorrei che gli nascessero due ali
d’angelo o di gabbiano
e scendesse sorridendo
nel giardino di casa sua
o nel cortile della scuola
per far ridere i bimbi.
Ma l’aereo
scheletro di mostro antidiluviano
che si schianti presto
sulle rocce più brulle del mondo
senza uccidere nemmeno
una lucertola.
E l’ingegnere che l’aveva pensato
si metta a fabbricare caffettiere
macchine da cucire, arnesi da falegname
o, se preferisce, giostre e ottovolanti.
(Luca Sassetti)

 

Per chi è in carcere ricevere posta è importantissimo. Chi volesse scrivere a Turi l’indirizzo è questo
(sperando che gli consegnino almeno la posta):
TURI VACCARO – Casa Circondariale Pagliarelli – piazza P. Cerulli, 1 -90129 Palermo

About Enrico Peyretti

Enrico Peyretti, già docente di storia e filosofia nei licei, svolge attività come ricercatore per la pace nel Centro Studi Domenico Sereno Regis di Torino, sede dell'IPRI (Italian Peace Research Institute). È membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi per la Pace delle Università piemontesi. È un riferimento all'interno del Movimento nonviolento e del Movimento Internazionale di Riconciliazione.

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