George Steiner, ultimo umanista

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George Steiner è stato una figura di un altro tempo. Non perché quanto ha scritto in decine di libri e di saggi e detto in conferenze e lezioni sia superato, ma perché di studiosi del genere si è ormai perduto lo stampo.
Saggista, comparatista insigne, storico della cultura e filosofo del linguaggio, critico letterario, è stato uno degli ultimi maestri della tradizione umanistica occidentale e ancora celebrava il culto del libro e il rito della lettura: un umanista strenuo che in ogni sua pagina denuncia la fine dell’umanesimo. Curiosissimo e onnivoro, trasmette più che le plaisir du texte il suo piacere per la lettura.
Era anche un grande causeur che nella conversazione sciorinava aneddoti e malizie mai gratuiti o pettegoli ma utili a illuminare un personaggio o un testo. E anche negli articoli (tra l’altro dal 1967 al 1997 scrisse regolarmente sul “New Yorker”) aveva definizioni fulminanti, perentorie e sicure, come quella di Simone Weil “schlemiel trascendentale” (schlemiel è termine yiddish che nella tradizione orale designa uno che cadendo di schiena riesce a graffiarsi il naso…). O la caratterizzazione di Bertrand Russell: “Il suo ego è di una tale tumultuosa ricchezza che l’egoismo crea un mondo intero”. E scrivendo di Thomas Bernhard osserva “Il guaio dell’odio è che ha il fiato corto”. E si potrebbe continuare a lungo con definizioni illuminanti.
Poliglotta (padroneggiava perfettamente sei o sette lingue), erudito lieve, ironico e autoironico, aveva, ebraicamente, il culto del paradosso e della domanda. I suoi saggi letterari non chiudono mai il discorso: quando, dopo un’avvincente navigazione, sembra arrivare a una certezza la ribalta con anarchica impertinenza negandosi ogni conclusione definitiva e rilanciando a chi legge la responsabilità di tirare le fila di quanto gli è stato sciorinato sulla pagina e di dare la sua risposta o di rimuginare sulla questione aperta. E la domanda è posta sempre in modo da sbilanciare il lettore o, nella conversazione, l’interlocutore. Ma un enigma sospeso non è mai inutile, è stimolo alla riflessione, baluardo contro l’ideologia e il dogmatismo, aiuto a dare sostanza etica ai nostri atti.
Contrario alla tecnologia informatica, amava sottolineare come la scrittura sia tutto sommato un’invenzione “recente”.
“La parola scritta disegna un arcipelago nell’ampio mare dell’oralità.” Basta pensare che “l’epopea di Gilgamesh o i frammenti più antichi della Bibbia ebraica sono recenti, più vicini all’Ulisse di Joyce che alle proprie origini, le quali risalgono al canto arcaico e al racconto orale.” Ed è indubbio che Socrate non ha scritto un rigo e Gesù di Nazareth ha tracciato, subito cancellandola, solo qualche misteriosa parola per terra, davanti a una donna accusata d’adulterio. E Platone, che pure ha scritto tanto e con tanta arte, nel Fedro esalta, paradosso aurorale della nostra storia, la superiorità del dire e dell’ascoltare rispetto allo scrivere e al leggere.
Un grande vantaggio dell’oralità è, tra gli altri, quello di basarsi sulla memoria. Inglese e francese hanno lo stesso modo meraviglioso per dirlo: par coeur e by heart, coinvolgendo così il centro intimo e vitale dell’uomo: la parola “si innesta e fiorisce dentro di noi, arricchendo e modificando il nostro paesaggio interiore”. E Steiner ogni mattina, sia a casa sia in giro per il mondo, studiava a memoria qualche poesia o passo letterario in una delle tante lingue che conosceva. Ricordo una sua lezione dantesca a Firenze (mi sembra all’università) in cui citava a memoria brani interi della Divina Commedia e dell’episodio joyciano delle cameriere-sirene all’Ormond Hotel di Dublino.
Lo angosciava l’impotenza della cultura, di tutta la cultura: nella Germania hitleriana si leggeva Goethe, era viva un’imponente tradizione filosofica, Bultmann e Gadamer discutevano degli scoli ai tragici greci e mentre Furtwängler dirigeva a Monaco la Nona di Beethoven in quello stesso momento, a poche centinaia di metri, dalla stazione ferroviaria partivano i treni piombati dei deportati. E Heidegger, il filosofo ammiratissimo su cui Steiner ha scritto un libro introduttivo di grande chiarezza, era anche uomo di furbastra meschinità individuale e di ignobili complicità. Così Steiner, dopo una vita trascorsa a insegnare e a scrivere, si domanda se la forza della creazione letteraria e intellettuale non sia talmente più vigorosa della realtà da distoglierne: “Che cos’è questo grido che viene dalla strada confrontato con quello di Lear a Cordelia o con quello di Achab avvinto al suo demone bianco?” Di qui il sospetto tragico che la straordinaria intensità della finzione o del ragionamento saturi il lettore (o l’ascoltatore) più di ogni principio di realtà, e potrebbe verificarsi il paradosso che “il culto e la pratica dell’umanesimo, lo studio e la frequentazione diuturna dei libri siano fattori di disumanizzazione.”
Ma in uno degli ultimi saggi, Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero, riprendendo il grande mito teogonico (caro anche a Schelling e a Pareyson) del fondamento oscuro e inerte di dio prima di Dio, fondamento da cui si separa ogni esistenza ma che come un’ombra continua a sovrastare ogni essere, divinità compresa, Steiner ne conserva il senso di ineliminabile tristezza – “la grigia massa di nausea nascosta nel cuore dell’essere” – che vibra con le onde cosmiche dell’inizio e che accompagna ogni pensiero. “L’esistenza umana, la vita dell’intelletto, significa un’esperienza di questa malinconia e la capacità vitale di superarla.” Nasciamo “rattristati” e “un velo di tristezza (tristitia) è steso sul passaggio dall’homo all’homo sapiens. Il pensiero porta con sé un’eredità di colpa.”
Ma a me piace ricordarlo soprattutto in una luminosa giornata di settembre di tanti anni fa, appoggiato alla balaustra in legno del belvedere della Tête d’Arpy, con lo stupore incantato di un bambino davanti alla catena del Monte Bianco…

About Gianandrea Piccioli

"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].

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One Comment on “George Steiner, ultimo umanista”

  1. il sito e la newsletter sono molto interessante . Di difficile disseminazione e condivsione perchè rinvia ad un patrimonio culturale che mi appartiene ma non appartiene a molti,anzi ,i più e le pià ne diffidano, non vogliono più leggere,aggiornarsi e condividere discutendo o solo riflettendo insieme. E’ vero che stiamo seduti tutto il giorno, non ci muoviamo più come se il nostro corpo non avesse anche gambe e braccia e non solo mani che digitano. Io ho 65 anni ma molti miei studenti non hanno un quotidiano diverso. Almeno io sento ancora la necessità di muovermi, passeggiare, guardare la luna e pensare e discuter con gli altri e continuare a scoprire il mondo per condividere ancora sguardi ed orizzonti.
    Parole e concetti pezzi di mondo sempre più difficile con i nostri studenti ma anche con parte dell’umanità per la quale il bello e il giusto non hanno più nemmeno parole e concetti quindi neanche paesaggio e vita

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