Prove di discriminazione: il dovere dei giuristi

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In molti in questi giorni hanno associato due fatti in apparenza diversi e lontani: la scritta “Juden hier” unita alla Stella di Davide, comparsa a Mondovì sulla porta di casa di una ex deportata a Ravensbruck, e l’ormai famoso “interpello citofonico” preelettorale di Matteo Salvini sull’attività di spaccio gratuitamente attribuita a un ragazzo di origine tunisina residente al quartiere Pilastro di Bologna. Basta per tutti la vignetta di Elle Kappa, che raffigura un uomo e una donna dietro un filo spinato, entrambi vestiti di una casacca a righe: lei dice «qualcuno ha scritto sulla porta “qui c’è un ebreo”, ed eccomi qui»; risponde il ragazzo «da me, invece, hanno citofonato…».

Entrambi i gesti profanano il riparo che è dato dalla casa di abitazione, per definizione il luogo delle radici familiari, della custodia della sfera dei propri interessi e affetti, della tutela della propria dignità e riservatezza: un luogo peraltro che, nei due episodi richiamati, non ha messo al riparo nemmeno da affermazioni non veritiere e da accuse mai provate (la deportata non era ebrea, il ragazzo è incensurato), che hanno travolto diritti universali tutelati dalla nostra Costituzione (banalmente, il divieto assoluto di discriminazione per origine etnica e convinzioni religiose e il principio di presunzione di innocenza).

Pur nelle loro differenze (l’uno resta coperto da un vigliacco anonimato, l’altro è stato esibito dal suo autore ed esaltato dai social nel corso della campagna elettorale appena conclusa) entrambi i fatti segnalano la prospettiva di un ordine nuovo, in grado di abbattere il tabù democratico e di travolgere le barriere dello stucchevole formalismo garantista. Senza riguardo per nessuno, tantomeno per la storia e la civiltà repubblicana nata dalla guerra e dalla vittoria sul fascismo. Sarà il popolo – si legge sullo sfondo –, o meglio il suo feticcio interpretato dal “capo”, a individuare i suoi “colpevoli”, attingendo alle categorie che per tradizione rappresentano il nemico, l’abusivo, l’oggetto di segregazione prima, di sterminio poi. Migranti ed ebrei dunque, come ha scritto Ezio Mauro, eretti a emblema che il neo-razzismo trasforma in bersaglio, in nome di un concetto di razza privo di ogni significato scientifico, ma che sul piano identitario e culturale annebbia le coscienze sino a diventare la cifra di una politica che sembra non volersi occupare d’altro.

Nella ricorrenza del Giorno della Memoria, le parole del sermone del pastore Martin Niemoller («prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento…») tornano a ricordarci che siamo tutti responsabili in caso di indifferenza e incapacità a reagire.

Questa responsabilità grava in modo particolare sui giuristi, che hanno il dovere di difesa dello Stato di diritto e delle garanzie che spettano a ogni individuo, contro ogni discriminazione fondata sul «sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza a una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali» come recita la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo. Ad ogni giurista, ad ogni magistrato, prima che alla generalità dei cittadini, spetta la denuncia di tutto questo e l’impegno incondizionato al contrasto di ogni deriva liberticida, anche quando essa sembra assorbita e condivisa da una parte, grande o piccola, di quel “popolo” in nome del quale la giustizia è amministrata. Ciò prescinde dal gioco della politica e dall’esito contingente della contesa elettorale e appartiene, invece, a un dovere assoluto che non ha colore né appartenenza, ma che discende dall’obbligo di fedeltà alla Costituzione.

Rita Sanlorenzo

Rita Sanlorenzo, già segretaria nazionale di Magistratura democratica, è stata giudice del lavoro a Torino ed è attualmente sostituto presso la Procura generale della Corte di Cassazione.

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