Scuola di classe?

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La vicenda dell’Istituto comprensivo di via Trionfale di Roma, che sul proprio sito ha pubblicato una minuziosa descrizione del plesso scolastico, affermando che quest’ultimo è costituito da una sede centrale frequentata da studenti ricchi e benestanti e da una succursale frequentata da allievi in gran parte stranieri e con difficoltà economiche, ha il merito di scoperchiare uno dei tanti vasi di Pandora della scuola italiana: il perdurare di radicati elementi di classismo nel sistema d’istruzione nazionale.

Partiamo da quanto testualmente scritto ‒ e successivamente rimosso ‒ dall’istituto romano: «La sede di via Trionfale e il plesso di via Taverna accolgono alunni appartenenti a famiglie del ceto medio-alto, mentre il Plesso di via Assarotti, situato nel cuore del quartiere popolare di Monte Mario, accoglie alunni di estrazione sociale medio-bassa e conta, tra gli iscritti, il maggior numero di alunni con cittadinanza non italiana; il plesso di via Vallombrosa, sulla via Cortina d’Ampezzo, accoglie, invece, prevalentemente alunni appartenenti a famiglie dell’alta borghesia assieme ai figli dei lavoratori dipendenti occupati presso queste famiglie (colf, badanti, autisti, e simili)».

La scuola, ovviamente, ha respinto, offesa e indignata, le accuse di classismo, affermando che quanto postato non ha nulla a che fare con la discriminazione di classe, bensì che si è trattato di una mera discrezione socio-economica del territorio. Purtroppo, per quanto inopportuno, volgare e sgradevole il post dalla scuola di via Trionfale fotografa, in modo drammatico, una realtà dei fatti che squarcia impietosamente l’illusorio velo di Maya di una scuola italiana fondata sull’inclusione e sulla democrazia.

Infatti, al di là delle lungimiranti indicazioni e intenzioni della Costituzione italiana e degli innegabili progressi ottenuti nella grande stagione dei movimenti (quella degli studenti, delle donne e degli operai nel decennio ’68-’77: periodo storico che spesso il dibattito pubblico liberale volutamente riduce agli anni “di piombo” e degli “opposti estremismi”, al fine di togliere al presente anche la memoria di un passato in cui le lotte hanno portato maggior emancipazione delle classi subalterne rendendo la società italiana meno ingiusta), il sistema scolastico continua a rimanere sostanzialmente classista, riproducendo di fatto le disuguaglianze sociali.

La scuola d’altronde non è un mondo a parte, ubicato tra la Luna e il Sole; la scuola è una sovrastruttura inserita, testa, mani e piedi, in un determinato contesto socio-economico di cui è figlia e a cui sempre deve rispondere. La scuola nata dalla Costituzione certamente ha avuto l’ambizione e l’anelito di fare dell’istruzione un motore per trasformare il Paese in un luogo in cui l’uguaglianza e l’inclusione non fossero vuote parole pronunciate al vento, bensì pratiche concrete di democrazia reale. Ma con il trascorrere degli anni il persistere e l’acuirsi delle disuguaglianze strutturali nella nostra società hanno finito per divorare l’idea di costruire una scuola unitaria nazionale, che formasse in modo uguale tutti i cittadini.  Oggi la scuola della Repubblica si è frammentata sempre più in tante scuole che rispecchiano la forza, le debolezze, le differenze e le ingiustizie dei diversi territori e delle diverse classi sociali. Le scuole pubbliche di serie A, B e C esistono e sono il frutto avvelenato di una politica che ha rinunciato all’ambizione di cambiare la realtà delle cose in una prospettiva di giustizia, riducendosi ad amministrare lo status quo, se non addirittura a rafforzarlo a vantaggio dei soggetti sociali dominanti. La scuola della Costituzione soffriva certamente di idealismo e immaginava un ideale sistema scolastico nazionale inclusivo che potesse, in modo faticoso e graduale, concretizzarsi. Ma la vivida realtà con le sue disuguaglianze e fratture ha divorato quelle nobili prospettive di una scuola orizzontale, equa e formativa.

Negli ultimi decenni la situazione è  peggiorata in modo significativo: l’affermarsi, infatti, di un modello economico liberista su scale planetaria ha generato una società sempre più atomizzata e competitiva che, a sua volta, ha prodotto una scuola di mercato, in cui gli istituti sono entrati in concorrenza per accaparrarsi gli studenti e le famiglie, mutati in veri e propri clienti. La scuola della Repubblica, che aveva l’obiettivo di essere una comunità educante dal Nord al Sud d’Italia e dal centro alle periferie delle città, non è mai esistita nella realtà fattuale, ma era una prospettiva figlia di un mondo in cui la solidarietà era considerata un valore concreto per un’emancipazione al contempo individuale e collettiva. Oggi, invece, è lo stesso orizzonte di un sistema scolastico uguale per tutti, come luogo democratico che unisce e fa crescere dei cittadini critici e consapevoli, ad essere evaporato, in quanto considerato dalla classe dirigente una zavorra nella formazione di studenti che debbono essere pronti per accettare le sfide del mercato globale, nella speranza di essere dalla parte dei vincitori e non dei vinti.

Oggi siamo di fronte a una scuola liquida che ha prodotto un arcipelago di scuole, le quali raccolgono le disuguaglianze sociali reiterandole e finalizzandole alle esigenze variabili del mercato e dello sviluppo economico. Anche la scuola come ascensore sociale si è dissolta come neve al sole e le rare eccezioni, che sempre ci sono e ci saranno, sono puntualmente sbandierate come esempio dell’efficace funzionamento della meritocrazia, l’unica ideologia che gode di una buona salute interclassista e dietro cui si nasconde la ferocia di chi pensa e vuole che gli ultimi rimangano per sempre ultimi.

La scuola nell’era della mercificazione liberista non contempla neanche più che l’operaio voglia il figlio dottore, poiché il realismo e l’immutabilità delle differenze sociali è entrato così pervicacemente sotto la pelle delle persone che i figli dei poveri e delle classe sociali meno abbienti hanno imparato e soffocare i loro sogni sul nascere, proiettandosi in un grigio orizzonte prossimo al mondo in cui già vivono e soffrono. La scuola italiana, invecchiata e impoverita, non è vista dagli studenti più poveri come una strada da percorrere per migliorare le loro condizioni economiche: come se tutto, o quasi, fosse già scritto. Ed è cosi che nell’Italia del 2020 esistono più che mai le scuole della ricca borghesia, i cui figli devono diventare medici, notai, imprenditori e dirigenti, le scuole della piccola borghesia, i cui figli spereranno di migliorare o almeno continuare le condizioni dei genitori, e le scuole dei poveri, di chi fatica ad arrivare a fine mese, i cui figli sono destinati a diventare lavoratori precari e malpagati.

La scuola dei ricchi e dei poveri non è la stupida gaffe di una scuola romana, bensì un’amara e triste realtà  che possiamo riscontrare sia nelle grandi città, da Milano a Torino, da Bologna a Palermo, sia nelle molteplici realtà della provincia italiana. Solo chi infila la testa sotto terra come gli struzzi, per non vedere, non vede il classismo persistente dell’istruzione italiana.

Una scuola autenticamente democratica e inclusiva sorgerà solo quando avremo costruito, con tenacia e fatica, una società giusta e democratica. Non ci sono alternative. Pertanto o ci muniamo di chiodi e martello e iniziamo a trasformare autenticamente la realtà o la scuola come luogo di democrazia e di emancipazione sarà destinata a rimanere un’ipocrisia descritta da governi e ministri o tutt’al più un’utopia a cui tendere per reggere le miserie del presente.

 

About Matteo Saudino

Matteo Saudino, laureato in storia e filosofia, insegna filosofia presso il liceo “Giordano Bruno” di Torino. È autore, con Chiara Foà, di “Il prof fannullone. Appunti di una coppia di insegnanti ribelli nell’esercizio del mestiere più antico del mondo (o quasi)”, Independently published, 2017. È ideatore di "BarbaSophia", canale YouTube (https://www.youtube.com/channel/UCczAmcE87UncfJLyrfA2wUA) in cui spiega e racconta concetti e storia della filosofia.

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