Venti di guerra e diritto internazionale

Quando venerdì scorso un drone americano è comparso nel cielo di Baghdad e ha scagliato i suoi missili contro le auto del convoglio che trasportava il generale iraniano Qassem Soleimani uccidendo otto persone sulla base di un ordine impartito personalmente dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, è stato compiuto un passo gigantesco verso il caos. Caos che si costruisce quando si lacerano tutte le convenzioni che civilizzano i comportamenti umani e le relazioni internazionali e si consegna la vita dei popoli all’anarchia dei rapporti di forza e della brutalità come unica regola. In fondo l’inferno creato dal cosiddetto Stato islamico nelle regioni della Siria e dell’Iraq sottomesse al suo dominio si basava proprio su questo: sulla distruzione di tutte le regole di civiltà, fino a riproporre la persecuzione, la schiavitù e il genocidio su base etnica o religiosa.

La scellerata azione delle forze americane ha provocato nell’opinione pubblica, e persino nelle Cancellerie dei paesi alleati più fedeli agli Stati Uniti, forti preoccupazioni per il rischio di un’escalation bellica che potrebbe provocare conseguenze incalcolabili. Di fronte a eventi letali così gravi l’informazione, a differenza della diplomazia che deve usare toni moderati, è tenuta a dire la verità, a chiamare le cose col loro nome.

Gli intellettuali americani Noam Chomsky e Richard Falk hanno osservato in una lettera ai membri del Congresso: «Per quanto ne sappiamo, il generale Soleimani era arrivato in Iraq senza nascondersi, con un volo di linea. Era in missione diplomatica di peace-making su invito del governo di Baghdad, e per il giorno successivo era previsto un suo incontro con il primo ministro». La sua eliminazione a mezzo del tritolo è un atto di terrorismo di Stato. Il fatto che questo atto di terrorismo sia stato addirittura rivendicato da un Capo di Stato, sancisce una volontà di onnipotenza che fa strame delle leggi internazionali volte ad assicurare la convivenza pacifica fra le nazioni.

Dal momento che l’Italia non è in guerra con l’Iran, Paese con il quale ha normali relazioni diplomatiche, il nostro ministro degli esteri, invece di twittare vanamente che l’Italia ripudia la guerra in base all’art. 11 della Costituzione, avrebbe dovuto telefonare al suo omologo iraniano, fargli le condoglianze e prendere le distanze da questo attentato, cominciando a ritirare il contingente militare italiano in Iraq.

Se per il momento il pericolo di un’escalation della violenza bellica sembra essersi arrestato, ciò è dovuto alla moderazione mostrata dagli iraniani, che hanno effettuato una ritorsione blanda, preavvisando – attraverso gli iracheni – del lancio dei loro missili contro le due basi americane e facendo in modo che non vi fossero vittime. La volontà di Teheran di restare entro i limiti dell’ONU, evitando azioni e provocazioni non conformi al diritto internazionale, è evidente nelle parole scelte dal ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif che ha parlato di un’azione condotta per “legittima difesa” contro un “attacco terroristico”. Un’azione che ha preso di mira “obiettivi legittimi secondo il diritto interazionale”, nel rispetto dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. A prescindere dalla legittimità o meno della rappresaglia alla luce del principio della legittima difesa come previsto dalla Carta dell’ONU, queste parole sembrano indicare la volontà dell’Iran di dare un segnale alla comunità internazionale: non sarà la Repubblica islamica a provocare l’escalation.

Nel suo saggio La pace attraverso il diritto Hans Kelsen preconizzava che la pace si potesse costruire attraverso il rispetto del diritto internazionale. Oggi non sappiamo se il rispetto del diritto internazionale, così apertamente indebolito, può veramente assicurare la pace, ma quel che è certo è che, quando gli attori politici si sentono sciolti dall’obbligo di rispettarlo e si affidano alla legge della giungla, questo è il modo migliore per precipitare l’umanità in una miserabile condizione di guerra.

Ancora una volta dobbiamo ribellarci per evitare che il diritto della forza prevalga sulla forza del diritto.