2020 / Succederà in America

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Con il 2020 si apre un anno cruciale per gli Stati Uniti. È infatti l’anno in cui si gioca la partita presidenziale, ma non si tratta di una partita qualunque. Già oggi i bumper stickers, ossia quegli adesivi che si incollano sul retro delle vetture (forse facendo leva anche sull’ambiguità Donald/Ivanka, ma che non per questo risultano meno inquietanti), ci dicono qual è la posta in gioco. Essi recitano: Trump 2024! È difficile non pensare all’allarme lanciato già l’anno scorso da Michael Moore, nel suo ultimo film. Cosa succederebbe, si domandava il visionario regista, se in una manifestazione estrema di mancanza di rispetto per le regole, Trump decidesse di posporre a tempo indeterminato la sua rielezione del 2020 con un executive order?

L’insofferenza per le regole del sistema democratico, dimostrata da Donald Trump nel periodo della sua presidenza, e uscita finora indenne da qualsiasi controllo istituzionale, mette infatti in serio pericolo l’intero impianto di garanzie costituzionali immaginato dai padri fondatori nel 1787. Come nessun Presidente prima, Trump ha dimostrato di essere allergico a qualsiasi limite che gli provenga dal diritto, sia internazionale che, soprattutto, nazionale.

Sul piano del diritto interno Trump è riuscito, nell’indifferenza generale, a scardinare il fondamentalissimo sistema dei checks and balances su cui si regge l’intero equilibrio democratico statunitense. Non solo infatti, nominando due nuovi giudici dell’alta Corte, si è garantito un lasciapassare delle sue esorbitanze costituzionali da parte dell’organo preposto a impedirle, ma ha anche già messo alla prova la “sua” Corte Suprema, ottenendo lo scorso luglio il via libera a un’operazione di esautoramento dei poteri del Parlamento davvero straordinario: lo scippo della borsa. Com’è noto, nell’ambito della ripartizione delle prerogative fra poteri dello Stato, l’impianto dei padri fondatori ha attribuito al solo Parlamento il compito di finanziare le attività dell’esecutivo; gli ha attribuito cioè proprio la “borsa” (“Solamente una legge del Parlamento può consentire l’uso del denaro da parte del tesoro” recita la clausola 7, detta anche Appropriations Clause, del paragrafo 9 del primo articolo della Costituzione) in modo da controbilanciare il potere di “spada”, spettante invece all’esecutivo e quindi al Presidente. Orbene nel febbraio scorso, a fronte di un diniego da parte del Congresso dei fondi necessari alla costruzione di un muro al confine con il Messico che Donald Trump voleva realizzare a qualunque prezzo (costato per di più al paese lo shutdown più lungo della storia), il Presidente proclamava lo stato di emergenza nazionale al confine con il Messico – indicato come luogo pericoloso per la sicurezza nazionale a causa della crisi umanitaria, del traffico illecito di droga e dell’ingresso di criminali che lo caratterizzerebbe – in modo da allocare surrettiziamente alla costruzione del muro la cifra che il Parlamento gli aveva appena negato. Pochi mesi dopo, quell’operazione trovava la temporanea approvazione della Corte Suprema: si realizzava, così, lo scippo da parte dell’esecutivo della più importante prerogativa attribuita dalla Costituzione al Congresso.
(cfr. E. Grande, Trump, il muro con il Messico e l’inquietante decisione della Corte suprema)

L’allergia del Presidente nei confronti di qualsiasi limite al suo volere o decisione del Congresso contraria ai suoi piani e il conseguente esautoramento da parte dell’esecutivo del potere decisionale dell’organo preposto a esprimere il volere dei cittadini, hanno d’altronde da subito caratterizzato lo stile della presidenza Trump.
Surfando, per così dire, sulle onde del diritto e sostituendosi al Parlamento, non solo, infatti, il Presidente ha da subito misurato la propria capacità dirompente delle regole giuridiche con l’approvazione di un travel ban discriminatorio (più volte invece bocciato dai giudici federali inferiori) da parte di una Corte Suprema integrata con un Neil Gorsuch fresco di nomina “Trumpresidenziale”. Inoltre, e soprattutto, tutte le volte che il Congresso si è espresso in maniera contraria ai suoi desideri, egli ha sempre aggirato l’ostacolo raggiungendo i suoi obiettivi contro e nonostante il Parlamento stesso.

È stato così per esempio quando il Congresso, a fine dicembre 2018, ha emanato un “Farm Bill” che non includeva il taglio ai buoni alimentari per i poveri che Trump aveva richiesto. A un anno di distanza, però, i primi di dicembre 2019, il segretario del Dipartimento di agricoltura, Sonny Perdue, annunciava una riduzione in via regolamentare dei food stamps, che comporta l’esclusione di ben 700mila poverissimi dalla possibilità di avere un pasto pagato dallo Stato. Il dichiarato piano dell’amministrazione Trump è inoltre di stabilire – sempre per via di regolamenti interni – ulteriori limiti all’uso dei buoni, fino ad arrivare a escludere un numero di beneficiari poverissimi pari a qualcosa come dieci milioni di adulti e bambini. Esattamente, cioè, quel che Trump avrebbe voluto e il Parlamento gli ha negato nel dicembre del 2018!
(Aimee Picchi, Total Trump food-stamp cuts could hit up to 5.3 million households)

Parimenti, a fronte del diniego da parte del Congresso di cancellare l’Affordable Care Act, anche denominato Obamacare, che ha finora dimostrato di svolgere un importante ruolo di sostegno nella cura sanitaria dei più deboli, l’amministrazione Trump ha consentito per la prima volta a molti Stati di condizionare il Medicaid, ossia l’assistenza sanitaria per i più poveri, a un’attività lavorativa mensile di un certo numero di ore minimo, affossando così per altra via la riforma sanitaria voluta da Barack Obama, che il parlamento, nonostante le forti pressioni del Presidente, aveva voluto mantenere.
(Outrage After South Carolina Gets Trump OK to Attack Medicaid With Work Requirement)

Cosa restava dunque al Congresso, se non mettere in campo l’impeachment, ossia l’ultimo fra gli strumenti messi a sua disposizione dai padri fondatori per frenare le ambizioni di un presidente in preda a sfrenate ambizioni dittatoriali? Il destro lo ha offerto l’ennesimo comportamento pericolosamente idiosincratico di Trump. Si tratta, com’è noto, del presunto condizionamento di fondi stanziati dal Congresso per aiutare militarmente l’Ucraina allo svolgimento di una indagine penale, da effettuarsi ai danni del figlio del suo avversario alle prossime elezioni presidenziali, Joe Biden. Ad esso avrebbero fatto seguito una serie di condotte volte a ostacolare le indagini al riguardo. Comportamenti che richiamano, peraltro, i sospetti che avevano dato il via alle indagini effettuate dallo special counsel Robert Mueller nei suoi confronti, anch’esse relative a presunte interferenze di potenze straniere, in quel caso russe, di cui Trump si sarebbe avvantaggiato nella campagna elettorale del 2016 per sconfiggere Hillary Clinton. Ora come allora, di fronte a tali ipotizzate condotte, capaci di mescolare spregiudicatamente gli interessi personali con la fondamentale esigenza pubblica di evitare ogni intrusione di potenze straniere negli affari e nelle dinamiche della democrazia americana, il Presidente degli Stati Uniti sarebbe andato nuovamente esente da qualunque controllo istituzionale e giuridico. Nonostante i comportamenti di Trump integrino certamente ipotesi di reato (in particolare, si tratterebbe della violazione della sezione 30121 del titolo 52 dello United States Code, statuente il divieto di ricevere contributi o donazioni di tipo elettorale da stranieri, così come in varie forme del capitolo 73 del titolo 18 dello stesso codice, relativo a differenti ipotesi di ostruzione della giustizia) e nonostante molti costituzionalisti statunitensi (e fra gli altri perfino l’autorevolissimo Lawrence H. Tribe: cfr. L.H. Tribe, Yes, the Constitution Allows Indictment of the President) ritengano possibile l’esercizio di un’azione penale nei confronti del presidente in carica, l’ufficio legale del dipartimento di giustizia statunitense, almeno a partire dal 1973 (ossia dai tempi di Nixon), ha infatti sempre manifestato un’esplicita posizione di netto rifiuto in ordine alla possibile incriminazione di un presidente della repubblica in carica.

L’impeachment che oggi pende sul capo di Donald Trump pare, dunque, l’ultimo possibile rimedio alle sue allergie al diritto. La messa in stato di accusa da parte della Camera dei rappresentanti e il processo che si svolgerà nel 2020 di fronte al Senato per decidere sulla sua colpevolezza o innocenza – sia pur ai soli fini della rimozione dall’incarico e dell’interdizione da ogni futura carica ufficiale – sembrano, cioè, davvero rappresentare l’ultimo baluardo alla mancanza di rispetto delle regole del sistema democratico americano da parte di un presidente che ha finora sfidato ogni certezza costituzionale e che potrebbe rimanere in carica per un secondo mandato, con prospettive a questo punto decisamente inquietanti.

È per questo che l’anno che si apre, che vede intrecciarsi la campagna presidenziale con il processo di impeachment a Trump, è un anno speciale. Indipendentemente dall’effettiva condanna e rimozione dall’incarico, il processo potrebbe infatti finalmente svelare all’America e al mondo intero la spregiudicatezza dell’uomo e restituire in qualche misura al diritto un ruolo di argine alle eccedenze di un presidente fuori controllo. Tutto dipenderà da se e come si svolgerà il dibattimento di fronte al Senato, perché se Trump riuscirà a ottenere un processo senza testimoni e senza prove la vittoria sarà di nuovo tutta sua e la sconfitta del diritto si rileverebbe definitiva.

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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