Riflessioni a 50 anni da piazza Fontana

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Nei giorni del mezzo secolo trascorso dalla prima strage di Stato – la bomba esplosa alla Banca della Agricoltura di Milano, il 12 dicembre 1969, 17 morti – ho acquistato per mio figlio ventenne un libro dell’Espresso con articoli su quegli anni, corredati da fotografie, perché possa farsi un’idea di un tempo terribile in cui la democrazia ha seriamente traballato in Italia. Avevamo partecipato insieme alla manifestazione (o dovrei scrivere flash mob?) torinese delle Sardine, e quella sera mi ero piacevolmente sorpreso nel trovarmi circondato da giovani dell’età di Matteo. Uno dei quali, udendo intonare “Bella ciao”, non aveva nascosto il suo stupore: «È la canzone della mia serie tv preferita». Il ragazzo ha naturalmente fatto il nome della serie, naturalmente io non me la ricordo. Non so se mio figlio Matteo leggerà il libro sulla stagione delle stragi. Lo spero. Intanto l’ho letto io.

Ho subito cercato il servizio, pubblicato dal settimanale in edicola il 21 dicembre 1969, a firma Fabrizio Dentice, in cui si dava conto del rapido sviluppo delle indagini e della morte di Pino Pinelli, raccontato come «una nuova inattesa vittima, dopo quelle di piazza Fontana. Uno dei fermati, Giuseppe Pinelli, salta nel vuoto dalla finestra dell’ufficio politico della Questura, al quarto piano di via Fatebenefratelli, e poco dopo muore». Il giornalista citava le confidenze del questore Marcello Guida ai cronisti. Il dirigente di polizia ne parlava come di «un uomo capace di ricorrere alla violenza e amico di persone sospette». Guida, Antonino Allegra, capo dell’ufficio politico della questura milanese, Silvano Russomanno e i suoi più stretti collaboratori nell’Ufficio Affari Riservati del Viminale scesi tutti insieme da Roma in quelle ore avevano avuto ruoli significativi nella repressione degli oppositori al tempo del fascismo e alcuni di loro anche della Repubblica di Salò. Sono stati costoro ad apparecchiare – chi pubblicamente, chi in segreto – la messinscena della caduta volontaria dell’anarchico come firma dell’attentato. Che avessero messo in conto la morte di Pinelli oppure no, ciò che rileva è altro: il ferroviere di 41 anni, padre di famiglia, di solide convinzioni politiche e altrettanta fede nella lotta non violenta per le sue idee, era da almeno un anno nel mirino di quei poliziotti al servizio di ben altro rispetto alla sicurezza degli italiani, per restare su un tema di attualità.

Nel convegno su piazza Fontana, svoltosi il 5 dicembre scorso per iniziativa di “Area democratica per la giustizia” (gli interventi, registrati da Radio radicale, possono ascoltarsi nel relativo archivio), Benedetta Tobagi spiega cosa fosse l’Ufficio Affari Riservati: «Il vertice di tutti gli uffici politici delle questure italiane che svolgevano funzioni di polizia giudiziaria non rispondendo ai magistrati bensì ai loro superiori». Quei superiori, come Allegra, davano conto direttamente a Russomanno e al suo capo, Federico Umberto D’Amato, figura chiave delle trame, coperture, depistaggi di tutti quegli anni di bombe e scie di sangue e terrore. Tobagi paragona le funzioni di D’Amato e di Russomanno a quelle del vero servizio segreto del Paese, accanto al SID. E riservato lo è a tal punto che solo nel 1996 la Procura della Repubblica di Milano scopre sulla via Appia a Roma l’archivio della struttura. Per quanto incompleto, in particolare degli atti relativi alla strage di piazza Fontana, dà conto che Russomanno prese segretamente in mano le indagini nella questura milanese con gli uomini della “Squadra 54”. Tobagi a questo punto rivela: «La Squadra 54 tentò di coinvolgere Pinelli negli attentati a suon di bombe ai treni nella notte fra l’8 e il 9 agosto 1968». La convocazione in questura del ferroviere anarchico dopo la strage nel salone affollato della banca di piazza Fontana è tutt’altro che un atto di routine, come vorrebbe la narrazione di quei giorni, forte della circostanza che Pino Pinelli, in rapporti cordiali con il commissario Luigi Calabresi, inforca il suo motorino e va in via Fatebenefratelli come chi deve soltanto subire un controllo. Invece in questura rimarrà in stato di fermo per uscirne solo da moribondo. Del suo illegale fermo, dell’interrogatorio subito a lungo nella stanza di Calabresi, della sua fine si sa quasi tutto. Tranne come sia morto. Il giudice istruttore Amati decide in fretta che il caso era “penalmente improcedibile”. Il giudice D’Ambrosio che invece lo riapre finisce a sua volta per richiuderlo con un interrogativo: «È stato un malore?». Pure lui ha scagionato Calabresi, i quattro poliziotti e l’ufficiale dell’Arma che si erano alternati nell’estenuante interrogatorio di Pinelli. Ma Russomanno e la Squadra 54 dov’erano? Sicuramente c’erano pure loro in questura in quei giorni e ore. Erano i veri responsabili delle indagini e gli autori della narrazione – come si direbbe ora – alla sua base: le bombe sono opera degli anarchici.

Spostiamoci a Roma, all’Università la Sapienza: il 4 dicembre scorso si svolge una “giornata di studi su piazza Fontana” organizzata dall’Archivio Flamigni e dall’Associazione Piazza Fontana 12 dicembre 1969 (anche in questo caso la registrazione audiovisiva è rintracciabile nell’archivio di Radio radicale). Interviene tra gli altri Paolo Morando, giornalista di un quotidiano trentino e autore di una preziosa ricostruzione – La prova generale, Laterza – degli attentati che precedettero piazza Fontana con modalità e bombe molto simili a quelle della Banca dell’Agricoltura (esplosa) e della Comit (inesplosa). Morando ricorda che, sia per gli attentati ai treni dell’agosto ’68 sia per quelli alla stazione centrale e alla Fiera campionaria di Milano del successivo 25 aprile, sono stati condannati in via definitiva Franco Freda, Giovanni Ventura e altri stragisti di Ordine Nuovo veneto. Ma soprattutto documenta come quel 25 aprile l’ufficio politico della questura «tre ore dopo le esplosioni aveva già individuato ufficialmente la pista anarchica. Le indagini furono affidate al commissario Calabresi che il 2 maggio le aveva chiuse con gli arresti dei componenti di un cenacolo anarchico animato da una coppia amica di Giangiacomo Feltrinelli e della moglie Sibilla Melega. Era l’editore il vero obiettivo delle indagini. E fu comunque processato pure lui, per falsa testimonianza».

Si passa, nel racconto di Morando, alla primavera 1971: in quel periodo gli anarchici sono colpevoli di tutto, Pietro Valpreda è il mostro in galera, Pinelli si è suicidato e i sei anarchici del cenacolo milanese vicino a Feltrinelli vengono addirittura imputati di un «complesso di 18 attentati in tutta Italia, per 12 dei quali si è configurata l’accusa di tentata strage». Il pm Antonino Scopelliti è il primo, in corte d’assise, a non credere e a smontare l’inchiesta partita dalle indagini affidate a Calabresi e conclusesi attraverso una serie di “scorrettezze”, fra cui – secondo Morando, che cita specifici atti giudiziari – l’uso della falsa superteste Rosemma Zublena, una donna innamorata (respinta) di uno dei giovanissimi anarchici coinvolti, che ispirerà il personaggio interpretato da Laura Betti nel film Sbatti il mostro in prima pagina. Morando definisce quell’inchiesta «la prova generale contro gli anarchici, in cui, più volte, si chiede ai ragazzi arrestati “Conoscete Pietro Valpreda?”».

Pietro Valpreda è nel piccolo mondo antico degli anarchici una figura molto diversa da quella di Pino Pinelli: non ha la stessa autorevolezza, la medesima solidità di uomo, lavoratore, padre di famiglia. Fa il pendolare fra Milano, la sua città, e Roma, dove frequenta il Circolo anarchico 22 marzo che si ritroverà al centro del vulcano fabbricato dall’Ufficio Affari Riservati di D’Amato e Russomanno: quel piccolo gruppo contava più infiltrati da ambienti di estrema destra e polizia che anarchici di autentica fede. Comunque tutti giovanissimi, tranne Valpreda, fuori di casa, disoccupati o con lavori precari, politicamente ai margini dei movimenti dell’epoca. Quindi, scelti con cura come capri espiatori. Tra questi Roberto Gargamelli, figlio di un dipendente della Banca nazionale del lavoro. È accusato di aver portato la bomba da far esplodere nella sede dove lavorava il papà. Il giudice istruttore Ernesto Cudillo inizia il primo interrogatorio «a dieci giorni dal mio arresto», con questa domanda: «Gargamelli, perché ha voluto uccidere suo padre?». C’è di più: Valpreda viene indicato dagli inquirenti come chi porta materialmente la bomba alla Banca dell’Agricoltura, l’epicentro del vulcano stragista: non solo esplode e non fa solo feriti come altrove, ma provoca 17 morti. Valpreda “merita” il ruolo di personaggio centrale, quello del mostro da sbattere in prima pagina. E di mostro, nel dare la notizia al telegiornale delle 20.30, parla l’immarcescibile (già allora) Bruno Vespa che ne completa così il ritratto: «Si tratta di un ballerino anarchico, zoppo». La narrazione predisposta dall’Ufficio Affari Riservati si era tradotta in una velina per la tv di Stato, principale fonte di informazione degli italiani, che doveva far combaciare l’enormità del terrore sparso con la figura di un mostro che odiasse profondamente la società: un ballerino che non poteva più ballare.

Per mettersi sulle spalle la credulità di massa però occorreva (allora come oggi) qualcosa di più: la confessione di un anarchico di tutt’altro peso, tutto di un pezzo: non importa che fosse pacifico – a questo si poteva rimediare con l’ennesima fake (ricordate che disse subito dopo la sua morte il questore Guida) –. Contava piuttosto che rientrasse nella tradizione dell’anarchia. Ferroviere e non ballerino. Pino Pinelli non confessò e morì. Anche Pasquale Valitutti detto Lello, pure lui anarchico, la sera del 15 dicembre si trovava in stato di fermo in questura, in una stanza attigua a quella del commissario Calabresi. Ha sempre testimoniato di aver udito provenire da quel locale prima rumori di colpi, poi un gran trambusto, culminato nel sentore di sedie che venivano rovesciate. Valitutti era fra il pubblico della giornata di studi del 4 dicembre scorso all’università romana e ha chiesto di intervenire: «Calabresi venne da me subito dopo e mi disse: “Stavamo parlando tranquillamente. Non capisco perché si è suicidato”». Ma questa è un’altra storia, nella quale non si è stati capaci di andar oltre la cortina di menzogne costruita da Guida e sottoposti con la regia, dietro le quinte, dell’Ufficio Affari Riservati di cui il rigoroso e appassionato libro degli anarchici Gabriele Fuga e Enrico Maltini (Pinelli: la finestra è ancora aperta, Edizioni Colibrì) ha rivelato la segreta e massiccia presenza ai piani alti della questura milanese in quei giorni e ore decisivi.

L’omicidio del commissario Calabresi, freddato sotto casa il 17 maggio 1972 e per cui sono stati condannati quattro esponenti di Lotta Continua, ha contribuito negli anni a rendere ancora più vischioso l’accertamento dei fatti nell’intrico di ostacoli frapposti, depistaggi, inquinamenti, menzogne e reticenze che hanno trasformato “piazza Fontana” in una “strage di Stato”. Se avesse continuato la sua esistenza, il commissario capo Luigi Calabresi, per quanto avesse fatto carriera, avrebbe potuto diventare l’anello debole di quell’infernale apparato di polizia? Alla moglie Gemma – la donna ne ha riferito nelle sue memorie – avrebbe confidato: «Le menti sono di destra, i manovali di sinistra». Una correzione della narrazione dei fatti curata dall’Ufficio Affari Riservati nel segno degli opposti estremismi che si toccano e della confusione riaccreditata con l’attentato alla Questura di Milano (4 morti e 45 feriti) compiuto da Gianfranco Bertoli un anno esatto dopo l’omicidio Calabresi: raccontato come un anarchico, considerato tale da una parte dei gruppi anarchici e indicato dalle inchieste giudiziarie e giornalistiche come un fascista infiltrato in quegli ambienti, in contatto con elementi di spicco di Ordine Nuovo e dello stragismo e con vari servizi segreti. L’ennesima inquietante figura sulla scena delle bombe e del terrore.

Sono fatti i ripetuti colpi di scena del processo per diffamazione a Lotta Continua promosso da una querela di Calabresi e la stessa diffusa reazione all’omicidio del commissario, che lo ha reso sempre più estraneo alle trame di quei giorni in questura e con una dimensione di poliziotto “diverso” dagli Allegra e Guida. Un fatto è pure che in questi giorni si sia riparlato di lui come dello «zelante esecutore degli ordini di Allegra» (Morando), di un mentitore, come tutti gli altri poliziotti comparsi sulla scena della morte di Pinelli (Tobagi), del poliziotto gentile che rispose a Licia Pinelli (lo aveva cercato al telefono per domandargli perché non l’aveva avvertita della morte del marito) «Ma signora abbiamo molto da fare» (Silvia Pinelli). Ed è ancora un fatto che il suo omicidio, odioso come tutti gli omicidi, abbia ulteriormente allontanato la ricerca giudiziaria della verità. Perché, vi fosse stato presente (come sostiene Valitutti) o no in quegli ultimi minuti di vita di Pinelli, la scena della morte dell’anarchico si colloca comunque nella sua stanza.

Il 12 dicembre 1969 verrà ricordato come l’inizio della lunga stagione delle stragi e dello stragismo italiano, della continua destabilizzazione della nostra debole democrazia. Quello stesso mattino, al Senato, era stato approvato lo Statuto dei lavoratori. Conquista importante della classe operaia in fondo a un intero anno di lotte e manifestazioni pacifiche di massa. Un intero popolo, di operai e studenti, era in marcia. Contro quel movimento si usarono le stragi e il terrore e contro i capri espiatori anarchici si scagliarono gli apparati più selezionati di polizia ereditati dal fascismo e una magistratura che ai piani alti era ancora in gran parte rappresentata da uomini che avevano fatto carriera sotto il medesimo regime. Non a caso la pista anarchica resse sino al 1987. Non a caso un poliziotto coraggioso e abile come il commissario Pasquale Iuliano in servizio a Padova, venne rimosso dal suo incarico e inquisito sino al 1979 per avere indicato rapidamente la pista Freda e Ventura per le stragi. Non a caso Guido Lorenzon, presentatosi a testimoniare contro Ventura nel gennaio 1970, venne a lungo osteggiato. Intervenendo alla giornata di studi romana del 4 dicembre, il vecchio insegnante ha concluso la sua ennesima testimonianza di impegno civile con un interrogativo che ci consegna un’amara riflessione: «Quale cittadino preferiscono le istituzioni?».

About Alberto Gaino

Alberto Gaino, giornalista a "il manifesto" nei primi anni Settanta, dal 1981 è stato cronista prima a "Stampa Sera", poi a "La Stampa". Negli ultimi 24 anni del suo lavoro si è occupato essenzialmente di cronaca giudiziaria. Ha seguito le principali inchieste della magistratura svoltesi a Torino. Da ottobre 2013 è prepensionato. Ha scritto, da ultimo, "Il manicomio dei bambini. Storie di istituzionalizzazione", Edizioni Gruppo Abele, 2017.

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One Comment on “Riflessioni a 50 anni da piazza Fontana”

  1. Ricordo tutto benissimo e tutto fu proprio così. La sera del 12 dicembre io dissi, presago : “potrebbe essere come l’incendio del Reichstag” e fu una premonizione giusta, come i fatti successivi dimostrarono ad onta delle istituzioni che volevano nascondere la vertià.-

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