Vince Johnson, l’ultraliberista autoritario

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Boris Johnson incarna al meglio l’attuale spirito del tempo. Nazionalista, misogino e classista , l’ex sindaco di Londra formato a Eton guiderà il paese fuori dalla UE, probabilmente con un accordo “Canada plus” che azzeri tariffe e quote ma senza libertà di movimento per le persone. Secondo il premier inglese, fuori dalla Corte Europea di Giustizia, sarà possibile riacquisire sovranità, e lasciando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, il Regno Unito potrà finalmente rivedere la legislazione sui diritti umani.
L’autoritarismo neoliberale inaugurato da Thatcher torna alla ribalta sotto le sembianze di Johnson all’insegna del “free market, strong state”. Si tratta di una versione incattivita del populismo autoritario di cui parlava Stuart Hall negli anni Ottanta: uno slittamento verso la coercizione nel rapporto tra consenso e dominio necessari alla stabilizzazione dell’egemonia. La gestione securitaria dei problemi sociali, il conservatorismo sociale, l’accentuarsi della retorica e della pratica nazionalista e patriarcale, la riproduzione di un welfare sgretolato e privatizzato, la retorica dell’imprenditorialità e del successo, la deregolamentazione finanziaria sono tutte caratteristiche di questo fenomeno.
La campagna referendaria, che fu incentrata sulla paura di file di migranti intenzionati ad assalire welfare e lavori degli inglesi, troverà la sua realizzazione sotto il comando di un fervente xenofobo. Gli europei devono smetterla di sentire il Regno Unito come casa propria, secondo Johnson. Si tratta di 3 milioni e mezzo di cittadini, di cui 1,5 dai paesi A8 (Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lituania, Lettonia, Polonia, Slovacchia e Slovenia). Tra questi, i cittadini nati in Polonia rappresentano la seconda comunità più numerosa (827.000 persone), dopo quella indiana. Assieme alle altre comunità dell’Est Europa, dal referendum del 2016 molti polacchi hanno visto gli attacchi razzisti nei loro confronti crescere esponenzialmente. La volontà del popolo espressa con il referendum del 2016 si scarica così su ampi segmenti di lavoratori con l’unica colpa di non esser nati nel luogo giusto. E se non avranno fatto domanda per il farraginoso EU settlement scheme potranno esser deportati.
Johnson, con la sua intenzione di riprendere il controllo delle frontiere, contro “armi, droga, criminali e terroristi” provenienti dalla UE, vuole ridurre l’accesso al welfare per gli immigrati e aumentare la selettività nella politica migratoria. L’idea è quella di seguire il sistema australiano a punti, ove la forza lavoro che può accedere nel paese è solo quella più qualificata. Una scelta coerente con le indicazioni dell’Economist del 14 novembre 2019. Accanto a ciò, Johnson intende lasciare l’unione doganale e stringere accordi commerciali con paesi terzi, giocando di sponda con Trump e muovendosi sul mercato globale secondo una rinnovata logica imperiale.
Il programma dei Tories propone inoltre di abbassare le tasse, incrementare la repressione, introdurre l’identificazione per votare – con effetti di massa per il voto della comunità nera e delle minoranze del paese – e ampliare la spesa per sanità e scuola. Aumenti di spesa ovviamente risibili se confrontati con il decennio di austerità che ha piegato il paese, e comunque inquadrati dentro una invariabilità dell’impostazione ideologica e, secondo gli studi dell’autorevole Institute for Fiscal Studies (IFS), dell’approccio rigorista.
Contro il programma laburista da “socialismo in un solo paese” attaccato dal Financial Time, Johnson ha cementato un blocco sociale a colpi di promesse di maggiori fondi alla NHS (Servizio sanitario) grazie ai guadagni della Brexit, maggior severità contro gli stranieri che rubano il welfare e aumentano la criminalità, e rassicurazioni a operatori finanziari e imprenditori sul fatto che con la Brexit realizzata il Regno Unito sarebbe diventato un paese ancora più vantaggioso e attraente per chi investe. Probabilmente questo significherà creare una sorta di paradiso fiscale che affaccia sul continente europeo. Liberati dai lacciuoli della UE – vista da alcuni brexiteers come un’istituzione troppo centralizzata e statalista  ‒, il Regno Unito potrà finalmente tornare a prosperare. In realtà, secondo l’IFS, dal 2016 il Pil è cresciuto 2.5-3.0% (£55–£66 miliardi) meno di quanto sarebbe cresciuto senza Breixt. I mercati intanto hanno festeggiato con la sterlina ai massimi rispetto agli ultimi tre anni, in parte per lo scampato pericolo di avere un governo Corbyn, in parte per la solidità della maggioranza che ridurrà le incertezze sulla Brexit. E Bruxelles si è detta contenta di avere un partner forte che dovrebbe essere in grado di assicurare la realizzazione della Brexit per il 31 Gennaio.
Perde clamorosamente Corbyn, nonostante l’innovativa radicalità del programma – tasse su redditi più alti, sulle transazioni finanziarie e sulle imprese inquinanti per 82 miliardi, fine di molte agevolazione per le imprese, ambizioso Green New Deal, investimenti pubblici per il diritto alla casa, all’istruzione, alla salute e all’accesso alla rete. La stagnazione dei salari, l’incremento del numero dei senza casa, il declino dei servizi pubblici, la debolezza delle infrastrutture, l’enorme diseguaglianza tra le classi sono problemi largamente riconosciuti anche da quotidiani come il Financial Time e il programma del Labour avrebbe potuto affrontarli.
Ma dopo questa amara nottata, Corbyn ha già affermato che non si ripresenterà alle prossime elezioni. La guerra interna al partito eromperà, facendo riemergere la vecchia guardia del New Labour di Blair. Quest’area infatti già accusa il segretario per l’eccesso di radicalità nell’agenda economica, per l’ambiguità sulla Brexit – che pure non ha premiato i Lib-dem come invece accaduto nelle amministrative – e per la questione antisemitismo, in parte strumentalizzata, in parte reale. Così probabilmente tramonta l’esperienza “corsara” di Corbyn, assieme alla società inglese. Il Regno Unito lascia la UE per poter deregolamentare con sovrana autonomia la propria economia e disciplinare la forza lavoro, migrante e non.

L’articolo è pubblicato anche su Sbilanciamoci.it

Bruno Montesano

Bruno Montesano è studente di Master della School of Oriental and African Studies (Soas) di Londra e si è laureato in Scienze Economiche alla Sapienza. Collabora con la rivista “gli Asini” e con l'organizzazione “Sbilanciamoci!”

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