Crisi climatica: invertire la rotta

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La questione ambientale è diventata tema dirimente dal momento in cui i rapporti dell’IPPC (Intergovernment Panel on Climate Change, agenzia dell’Onu), fino ad allora tanto autorevoli quanto velocemente rimossi, hanno finalmente incrociato le mobilitazioni di piazza di una nuova generazione di giovani e giovanissimi che, contro la crisi climatica, reclama scelte radicali di inversione di rotta e pretende il diritto al futuro.

Secondo il Centro Euromediterraneo per i Cambiamenti Climatici «entro fine secolo in Italia la temperatura potrà aumentare tra 3 e i 6 gradi», con un’estremizzazione del nostro clima accompagnata da precipitazioni violente alternate a periodi di aridità. Un’evoluzione che si è manifestata in tutta la sua drammaticità già quest’anno, con il primo quadrimestre segnato da una grave siccità con circa un quarto di pioggia in meno, al quale ha fatto seguito un mese di maggio straordinariamente piovoso con grandine e temporali che hanno provocato pesanti danni alle coltivazioni.

La crisi climatica in corso rende evidenti le contraddizioni di un modello di sviluppo dove il tempo delle scelte continua ad essere dettato dall’indice di Borsa del giorno successivo e non dal tempo lungo della permanenza della qualità della vita dentro le comunità territoriali. Questo ha creato nel tempo una situazione drammatica dal punto di vista ambientale, la cui evidenza è dimostrata da pochi ed efficaci dati.

Il dissesto idrogeologico nel nostro Paese interessa un territorio di 50.117 kmq, pari al 16,6% del territorio nazionale. I comuni interessati sono 7.275, pari al 91,1% del totale, mentre, per quanto riguarda le persone, sono a rischio frana 1.281.970 abitanti (2,2%) e a rischio alluvione 8.245.839 (13,9%).
Se analizziamo il degrado del suolo, solo negli ultimi sei anni, circa 80.000 kmq, pari al 26,5% della superficie italiana, hanno subito un peggioramento e, tra questi, 9.000 kmq hanno registrato un’importante perdita di produttività. Nel paragone con gli altri paesi dell’Unione Europea, l’Italia raggiunge un degrado del suolo triplo rispetto alla media.
In campo agricolo, la siccità è diventata l’evento avverso più rilevante, con fenomeni estremi che, nel corso dell’ultimo decennio, hanno provocato danni alla produzione nazionale, alle strutture e alle infrastrutture per un totale pari a più di 14 miliardi di euro. Su un territorio divenuto meno ricco e più fragile per l’abbandono forzato dell’attività agricola in molte aree interne si abbattono ora anche gli effetti dei cambiamenti climatici, favoriti dal fatto che negli ultimi 25 anni è scomparso il 28% della terra coltivata.
Sempre in campo agricolo, l’utilizzo dei pesticidi, pur essendo ufficialmente in calo, con un aumento delle coltivazioni biologiche, che hanno recentemente raggiunto l’11,3% della superficie agricola totale, colloca l’Italia al primo posto in Europa nel rapporto consumo di pesticidi per unità di superficie coltivata, con valori doppi rispetto a Germania e Francia.
Altrettanto allarmante la situazione dell’inquinamento delle aree urbane, dato comune a tutto il continente europeo, ma che vede il nostro Paese collocarsi fra i peggiori. Secondo il rapporto annuale dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), redatto nel 2018 con dati aggiornati al 2015, ogni anno in Europa sono oltre 422.000 le morti premature dovute all’inquinamento atmosferico. Di queste, quasi 60.000 avvengono in Italia.
Nel 2018 sono stati superati i limiti giornalieri previsti per le polveri sottili o per l’ozono (35 giorni per il Pm10 e 25 per l’ozono) in ben 55 capoluoghi di provincia, in 24 dei quali il limite è stato superato per entrambi i parametri, con la conseguenza diretta, per i cittadini, di aver dovuto respirare aria inquinata per circa 4 mesi nell’anno.

Nonostante gli annunci di voler intraprendere una conversione ecologica dell’economia, l’Italia continua la sua insensata corsa all’oro nero. A confermarlo gli ultimi dati aggiornati da Legambiente, che fotografano la situazione attuale: su 16.821 kmq, sono ben 197 le concessioni di coltivazione, tra mare (67) e terra (130), alle quali si potrebbero aggiungere altre 12 istanze di concessione di coltivazione (7 in mare e 5 a terra). Inoltre, su un totale di 30.569 kmq sono attivi 80 permessi di ricerca, ai quali si potrebbero aggiungere 79 istanze di permessi di ricerca su un totale di 26.674 kmq, e 5 istanze di prospezione a mare su un totale di 68.335 kmq.

Tutto questo ha un costo. Non solo per i valori primari della vita, della salute e della serenità sociale, bensì anche dal punto di vista economico. Secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, il costo economico planetario in riferimento all’inquinamento atmosferico è pari a 2,6mila miliardi di dollari all’anno, mentre, per quanto riguarda il nostro Paese, raggiunge la cifra di 97 miliardi di dollari, attribuibile alle spese sanitarie, alla diminuzione della produzione agricola e della produttività industriale. Anche il dissesto idrogeologico chiede il suo tributo, economico, oltre a quello di vite umane e di devastazione dei territori. Negli ultimi 75 anni, il risanamento e la ricostruzione dopo emergenze franose e alluvionali ha raggiunto la cifra di 213 miliardi. Una cifra enorme se si pensa che, secondo le stime dei geologi e le richieste dei Piani delle Autorità di bacino, per mettere in sicurezza tutto il territorio dal rischio idrogeologico, di miliardi ne basterebbero meno di un quinto, 40 miliardi.

I dati sopra riportati (ai quali potremmo aggiungere quelli sui rifiuti, o quelli relativi alle grandi opere) evidenziano una situazione allarmante e la necessità di un intervento indifferibile, tanto più ora che la crisi climatica non è più solo uno spauracchio del futuro ma è divenuta esperienza quotidiana.

Dentro questo quadro, la contraddizione ecologica assume connotati dirimenti e non più differibili, mettendo radicalmente in discussione l’attuale modello economico e sociale e svelando l’insopprimibile alterità tra ciò che è necessario fare, ovvero «stabilizzare il clima al massimo che è ancora possibile, mobilitando tutti i mezzi che si conoscono, indipendentemente dal costo» e ciò che per l’attuale modello è compatibile, ovvero «cercare di salvare il clima nella misura in cui questo non costi niente, o non troppo, e nella misura in cui questo consenta alle imprese di ricavare profitti» (D. Tanuro, L’impossibile capitalismo verde, Edizioni Alegre, 2010).
La crisi climatica obbliga ad andare alla radice del problema. Facendolo, si scoprirebbe come diverse crisi ecologiche si siano puntualmente presentate nella storia dell’umanità, ma nessuna con le caratteristiche dell’attuale shock climatico: se tutte le crisi precedenti erano dettate da una tendenza alla sottoproduzione e alla penuria, questa è la prima dettata, al contrario, dalla sovrapproduzione e dal sovraconsumo, figlia senz’altro dell’attività umana, ma dentro un’epoca storicamente e socialmente determinata: il modello capitalistico e l’economia di mercato. Sempre andando alla radice, si scoprirebbe la necessità di invertire la trasformazione dei concetti di tempo e di spazio innescata dal modello neoliberale: dall’espansione senza limiti dello spazio (pianeta come unico grande mercato) alla riduzione dello stesso, attraverso la riterritorializzazione e l’autogoverno delle produzioni; dalla drastica riduzione del tempo (scelte prese sull’indice di Borsa del giorno successivo) alla sua espansione, misurando le decisioni sulle conseguenze possibili per decine di generazioni future.

Si tratta di ripartire da ciò che diceva Andrè Gorz: «È impossibile evitare una catastrofe climatica senza rompere radicalmente con i metodi e la logica economica che sono condotti da centocinquant’anni» (A. Gorz, Capitalismo, socialismo, ecologia, Manifestolibri, 1992) e mantenere come bussola la regola prima che utilizzava  Einstein nei suoi studi: «Non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo».
La necessaria inversione di rotta deve partire da un presupposto: il come, cosa, dove e per chi produrre non può essere più lasciato ai liberi spostamenti dei capitali finanziari sul pianeta alla ricerca delle migliori condizioni per la valorizzazione degli investimenti, relegando il protagonismo dei cittadini consapevoli alla sola scelta “a valle” del processo, decidendo cosa consumare. Occorre, al contrario, ridefinire la ricchezza sociale e decidere collettivamente di quali beni e servizi abbiamo bisogno, in quale ambiente vogliamo vivere, cosa e in quali quantità vogliamo produrre, come ci redistribuiamo il lavoro necessario, la ricchezza prodotta, i tempi di vita e di relazione sociale, nonché la preservazione dei beni per le generazioni future.

Solo intraprendendo questa direzione si potrà approdare ad un’alternativa di società che forse dobbiamo ancora declinare, ma che sicuramente  non dovrà più avere nulla a che fare con questo modello economico-sociale e con il pensiero unico del mercato.

 

 

 

 

 

About Marco Bersani

Marco Bersani, laureato in filosofia, è dirigente comunale dei servizi sociali e consulente psicopedagogico per cooperative sociali. Socio fondatore e coordinatore nazionale di Attac Italia, è stato fra i promotori del Forum italiano dei movimenti per l'acqua e della campagna “Stop Ttip Italia”.

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