Lo stupido e la democrazia: a margine del voto spagnolo e non solo

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Lo stupido – spiega Carlo Cipolla in un indimenticabile librino – è colui che, nel fare del male agli altri, procura un danno anche a se stesso. Diversamente dal bandito, che ricava un vantaggio dal male provocato, e dunque agisce ponendo in essere una strategia, sì malvagia, ma razionale, lo stupido si comporta in modo imprevedibile: agisce di sorpresa, spesso cogliendo impreparati i destinatari delle sue azioni. Difficile rendersi conto di avere a che fare con uno stupido sino a che la stupidità non entra, per così dire, in azione. Nessuna caratteristica esteriore o comportamentale consente di individuare in anticipo lo stupido, né si può dire che la stupidità dipenda dal livello di istruzione o dalla posizione sociale. D’altro canto, le persone non stupide tendono a sottovalutare il numero degli stupidi in circolazione, così come a sottostimarne il potenziale nocivo. Solo quando la situazione è oramai compromessa, la pericolosità dello stupido emerge in tutta la sua evidenza. Ma, a quel punto, è troppo tardi. Ecco perché, conclude Cipolla, lo stupido è il tipo umano più insidioso che esista: ben più del bandito, contro le iniziative del quale è pur sempre possibile difendersi razionalmente. Una volta che lo stupido ha colpito, altro non resta da fare che i conti con le devastanti conseguenze delle sue azioni.

Come evitare di pensare immediatamente al leader socialista spagnolo Pedro Sanchez?

Il suo è un caso da manuale. Da segretario del più votato partito spagnolo alle elezioni del 28 aprile 2019, avrebbe potuto dar vita, sotto la sua guida, a un governo di coalizione con cui provare a portare il Paese fuori dalle secche in cui lo aveva arenato il Partito popolare. Naturalmente, per realizzare una simile ipotesi, avrebbe dovuto accordarsi con altre forze politiche sul programma da realizzare e sulla compagine governativa da costituire: com’è normale che accada in tutti i casi in cui una forza di maggioranza relativa – cioè di minoranza – non è a un passo dalla maggioranza assoluta, e dunque in condizione di ottenere l’appoggio di una forza minore dall’esterno, ma può contare su un numero ridotto di consensi (il PSOE aveva conseguito il 28,67% dei voti e 123 deputati su 350). E invece no. Nonostante l’amplissima distanza che lo separava dalla soglia della metà più uno dei parlamentari, la pretesa di Sanchez era che gli altri si accodassero comunque al suo partito, consentendogli di governare senza ottenere in cambio nulla di tangibile. Risultato: il fallimento delle trattative e le nuove elezioni dello scorso 10 novembre. Con l’esito che conosciamo: il calo dei socialisti e delle forze politiche loro potenziali alleate; e l’incremento dei popolari e, soprattutto, dei neofranchisti, assurti a terzo partito del Paese a danno della destra moderata. Un vero capolavoro. Sanchez – così ha dichiarato – pativa d’insonnia, tormentato dal pensiero che Podemos potesse esprimere una delegazione ministeriale. Ora, con Vox al 15,09% (un milione di voti in più rispetto a sei mesi fa), potrà riposare tra due guanciali.

La mistura di arroganza e infantilismo con cui il PSOE ha agito in questi mesi ricorda da vicino l’atteggiamento di coloro che, in Italia, insistono a bollare come inaccettabile ogni cambiamento in senso proporzionale della legge elettorale. L’idea retrostante è la medesima: che le elezioni siano rivolte non a riprodurre in parlamento gli equilibri politici esistenti nella società, ma a sancire un vincitore a cui affidare, in premio, il governo del Paese. Significativa, in questa prospettiva, la reazione dello storico leader socialista Felipe Gonzalez di fronte all’erosione del consenso patito dai due principali partiti spagnoli, oramai incapaci di raggiungere da soli la maggioranza assoluta: non interrogarsi sulle cause del declino e provare a immaginare una strategia politica per farvi fronte, ma cambiare la legge elettorale. Fuggire dalle responsabilità, alla disperata ricerca di una scorciatoia che nasconda alla vista una realtà sgradita sembra essere, in Spagna come in Italia, l’unico orizzonte di pensiero delle forze che furono, un tempo, di sinistra.

C’è da sperare che la lezione spagnola apra gli occhi a chi, da noi, ancora si ostina a non comprendere che è venuto il momento di mettere, democraticamente, in sicurezza la democrazia. Il problema – come insegna Cipolla – è che gli stupidi sono più numerosi di quel che si possa immaginare. E sempre pronti a colpire.

About Francesco Pallante

Francesco Pallante è professore associato di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Si interessa, tra l’altro, di rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari e di diritto regionale. Ha scritto da ultimo, con Gustavo Zagrebelsky, “Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali” (Laterza 2016). Scrive per “il manifesto” ed è membro del Consiglio di direzione di Libertà e Giustizia.

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One Comment on “Lo stupido e la democrazia: a margine del voto spagnolo e non solo”

  1. L’articolo è accattivante, ma non tiene in conto gli interessi di classe sottostante ai partiti. Per il PSOE (e ancora di più per il PD nostrano) e soprattutto per le classi dominanti dei rispettivi paesi che ne costituiscono il riferimento, l’obiettivo essenziale è mantenere la continuità delle politiche ultraliberiste, senza compromessi. Il contrasto alla estrema destra è un obiettivo secondario, nella realtà, anche se viene sventolato come principale per esigenze di propaganda. Per questo la loro politica è razionale (e, purtroppo, soprattutto in Italia, coronata da successo, almeno finora)

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