La Spagna dopo il voto e la questione catalana

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Quarantotto ore dopo le elezioni, in Spagna le due principali forze politiche progressiste trovano l’intesa che non avevano voluto o saputo trovare nei mesi precedenti: con tutta probabilità nascerà un governo di coalizione fra il Partito socialista (PSOE) e Unidas Podemos (sigla di raccolta di Podemos, Izquierda unida e altri gruppi di sinistra). L’ordinamento del Paese iberico prevede che per l’investitura del presidente del governo da parte del Congreso, la Camera dei deputati, sia sufficiente la maggioranza semplice dopo la prima votazione: i favorevoli devono essere superiori ai contrari. Così sarà, se, come pare certo, il Partito nazionalista basco (Pnv) dirà «sì» a Pedro Sánchez e se, come è probabile, gli indipendentisti di sinistra catalani (Esquerra republicana de Catalunya, ERC) e baschi (Eh Bildu) opteranno per l’astensione. Un’ipotesi, quest’ultima, realistica e concreta, ma che socialisti e Unidas Podemos non possono considerare già cosa fatta, anzi: le prime dichiarazioni dei repubblicani catalani («Per ora la nostra risposta è un no», corsivo mio) lasciano presagire che la trattativa sarà complessa. I partiti che aspirano a governare dovranno lavorare sodo nei prossimi giorni, trovando con i loro interlocutori un terreno di incontro sul quale si giocherà, in fondo, non solo la legislatura, ma il futuro della democrazia spagnola.

Il nodo, infatti, è quello dell’assetto dello Stato di fronte alla richiesta di indipendenza che, com’è noto, viene da ampi settori della società catalana. Giusto o sbagliato che sia, il resto ora è in secondo piano: oggi in Spagna i temi decisivi non sono l’economia o la crisi ecologica, i diritti dei lavoratori o la scelta fra la guerra e la pace, ma tutto si gioca sulla questione territoriale. Sulla sua soluzione o sul suo incancrenirsi in una escalation di azione-reazione dalla quale non può venire nulla di buono. E dunque, il nascituro governo progressista dovrà fare le scelte giuste in una situazione difficilissima, che richiede innanzitutto da parte degli attori politici la volontà di operare per gettare ponti e cercare intese, e non quella di lucrare sulle rendite di posizione derivanti dal muro-contro-muro. Non è impresa facile. In primo luogo perché i principali esponenti politici dell’indipendentismo catalano – a partire da Oriol Junqueras, leader di ERC – sono in carcere o riparati all’estero. E, inoltre, perché qualunque innovazione costituzionale richiede una maggioranza qualificata dei due terzi, cioè il coinvolgimento di almeno una parte delle formazioni di centrodestra o destra.

Il pre-accordo fra PSOE e Unidas Podemos parla di «normalizzazione della vita politica» in Catalogna, di «sviluppo del dialogo, ricerca di intesa, sempre all’interno della Costituzione» e di «rafforzamento dello Stato delle autonomie». Trattandosi di un breve documento di indirizzo politico molto generale, non ci si poteva attendere molto di più. E tuttavia, se si prende sul serio l’obbiettivo della «normalizzazione», è lecito supporre che l’esecutivo targato PSOE-Unidas Podemos vorrà porsi il problema dell’indulto nei confronti degli esponenti politici condannati per i reati di sedizione e malversazione dal Tribunal Supremo. La misura che cancella la pena – senza intaccare la legittimità del processo penale svoltosi – può essere decisa dal Consiglio dei ministri e non c’è dubbio che, se fosse adottata, sanerebbe una ferita profonda e potrebbe facilitare il confronto fra le parti. C’è da augurarsi che possa accadere, al più presto possibile. Oltre a ciò, il «dialogo» auspicato non può che fondarsi sul riconoscimento, da parte del governo centrale, del carattere pienamente politico del conflitto in atto, che non può certo essere risolto con gli strumenti del diritto penale, come autorevolmente e saggiamente affermato, subito dopo la sentenza del Tribunal Supremo, da Juezas y Jueces para la democracia, la Magistratura democratica spagnola.

Per quanto gli animi si siano accesi negli anni e nei mesi scorsi, e pur nella consapevolezza della profondità delle divergenze, la classe dirigente in Spagna dovrebbe avere gli strumenti per affrontare le situazioni politiche più spinose e drammatiche. A dirlo è la storia del terrorismo dell’ETA, l’organizzazione indipendentista basca che agì fino al 2011 e che l’anno scorso annunciò la propria definitiva dissoluzione: in un contesto di violenza e morte, con 829 omicidi successivi alla fine della dittatura franchista, governi spagnoli di diverso colore tentarono in tre diverse occasioni una trattativa con il gruppo armato. Lo fecero l’esecutivo socialista di Felipe González nel 1988-89 attraverso le cosiddette «conversazioni di Algeri», quello del Partido popular di José María Aznar dieci anni dopo, e quello di José Luis Zapatero, socialista, nella legislatura 2004-2008. Se fu possibile concepire una trattativa con un gruppo terrorista, non si vede perché non si possa riconoscere la piena dignità politica a personalità come Junqueras e gli altri condannati, che, alla luce del sole e senza violenza, hanno perseguito un obiettivo – l’autodeterminazione – che, durante la transizione dal franchismo alla democrazia, era ritenuto pienamente legittimo dallo stesso PSOE.

Sedersi attorno a un tavolo a discutere, riconoscere l’interlocutore per quello che è, voltare pagina dopo la fase della repressione penale: queste dovranno essere le prime mosse del governo spagnolo, alle quali dovrà corrispondere un’eguale disponibilità al confronto da parte degli indipendentisti catalani, in particolare di Erc, forza di maggioranza relativa in Catalogna, che da par suo dovrà rinunciare alla tentazione organicista di rappresentare la Catalogna stessa come un’entità tutta indipendentista. Ma sedersi e parlare non sarà che l’inizio, perchè, in prospettiva, occorrerà fornire risposte alle domande che si levano dalla società catalana. Risposte che non significhino, per forza, il soddisfacimento di tutte le richieste di chi vuole la nascita di un nuovo Stato, ma che vadano oltre il mantenimento di uno status quo che ha dimostrato di non funzionare più. Un cammino difficile, ma necessario.

About Jacopo Rosatelli

Jacopo Rosatelli, dottore di ricerca in Studi politici, insegna nelle scuole superiori. Collabora con il manifesto, L’Indice dei libri del mese e Aspenia online. Insieme a Gianrico Carofiglio ha scritto, per Edizioni Gruppo Abele, Con i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità.

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