Migranti modello Australia

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Sappiamo poco in realtà dell’Australia. All’ onor del mondo occidentale da pochi secoli, colonizzata dagli inglesi che massacrarono la maggior parte degli indigeni e li sostituirono con ex galeotti in quantità, supportati da vigorose prostitute e da borseggiatrici, come racconta anche il libro di Siân Rees, Il bordello galleggiante. Poco più di 25 milioni di abitanti in un territorio di 7 milioni abbondanti di km quadrati, molti dei quali desertici o stepposi: spesso pensiamo che la capitale sia Sidney o Melbourne e non Canberra. Continente per eccellenza di migranti, come gli attuali Stati Uniti, dove noi europei abbiamo prima eliminato i nativi, anche con una certa fantasia criminale, e poi rinchiuso i superstiti in riserve controllate da funzionari corrotti. Per tacere dello sconvolgimento compiuto in America Latina. Altroché Il fardello dell’uomo bianco che si sacrifica per diffondere la civiltà…
Ma l’Australia è invidiata molto dall’ on. Salvini, che citava con ammirazione il modello “No Way”, spiegato con lucido calore, in un’intervista al «Foglio» del 13 novembre 2018, da Greg French, ambasciatore australiano a Roma.
Dice l’ambasciatore: “Le nostre politiche sono riuscite ad arginare il flusso di imbarcazioni, distruggendo il modello commerciale dei trafficanti e prevenendo la perdita di vite umane in mare. Sono passati circa quattro anni e mezzo dall’ultima morte accertata in mare a causa del traffico di persone verso l’Australia”.
Non credo sia dello stesso parere Behrouz Boochani, scrittore, poeta e documentarista iraniano di etnia curda e per questo perseguitato dal governo, fuggito dall’Iran con l’intenzione di approdare in Australia. E invece, dopo traversie varie in mare, dalle autorità australiane è stato rinchiuso in un campo che si può definire di concentramento nell’isola di Manus (Papua Nuova Guinea). Insieme con l’isola di Nauru, piccola repubblica nel Pacifico, il cui governo ha espulso Medici senza Frontiere perché denunciavano il trattamento riservato ai prigionieri, bambini inclusi, Manus è una sorta di prigione decentrata in cui l’Australia rinchiude i suoi indesiderati: i governi fantoccio di Papua e Nauru sono lautamente sovvenzionati da quello australiano per “sorvegliare e punire” i migranti, ufficialmente in attesa che l’Australia ne verifichi l’idoneità a essere accolti nel suo territorio, quindi detenuti in condizioni disumane senza accusa e senza condanna. Boochani sta aspettando la sua autorizzazione da sette anni. Ecco perché a Salvini il sistema No Way fa venire l’acquolina in bocca più del moijto…

Ora è uscito anche in Italia, da Add editore, Nessun amico se non le montagne, il libro in cui Boochani svela al mondo che cosa succede a Manus. Il testo, che ha già vinto vari premi, anche in Australia, è frutto di un complesso lavoro collettivo: Boochani l’ha scritto di nascosto, pensando in curdo e scrivendo in farsi, inviando di volta in volta migliaia di messaggi via SMS o WhatsApp a Omid Tofighian, che poi ha tradotto il testo persiano in inglese, e anche a Moones Mansoubi, attivista in un movimento per i diritti dei profughi, e ad altri amici: e tutti in contatto tra loro hanno assemblato e costruito il pdf finale. Tofighian poi ha ritenuto opportuno trascrivere in versi certi passi più intensamente coinvolgenti o sofferti o riflessivi, ma ovviamente per il lettore italiano, ignaro anche del retroterra culturale e folclorico curdo sotteso allo scritto di Boochani, l’emozione si indebolisce o addirittura si perde.

Ma quel che arriva a noi è comunque più che sufficiente.
Innanzi tutto le peripezie dell’autore e dei suoi compagni di viaggio, la loro varia umanità, il terrore su fragili imbarcazioni nel mare immenso, quando la morte appare “come un lampo di luce nella grande vastità della notte buia. (…) Il mio corpo è diventato un’impalcatura d’ossa: sono uno scheletro ricoperto di strati di pelle bruciata dal sole”.
Ma quando, dopo aver rischiato più volte il naufragio e l’annegamento, lui e i suoi compagni di viaggio sopravvissuti toccano la terra agognata, vengono subito trasferiti su un aereo con destinazione Manus… E qui cominciano le vessazioni cui vengono sottoposti dalla polizia locale e dai vigilantes australiani di rinforzo. Perquisizioni umilianti, confisca di tutti gli oggetti personali, a partire dal cellulare (Boochani riesce a nasconderlo, poi lo perderà e per parecchi mesi non potrà più scrivere finché non riuscirà a procurarsene di nascosto un altro.)
“Rinchiusi solo per aver richiesto asilo. (…) Siamo ostaggi… Ci hanno trasformati in esempi per incutere paura agli altri, per spaventare la gente in modo che non venga in Australia. (…) Perché devo essere punito per ciò che altri potrebbero fare?”.
(Immagino che questo passaggio piacerebbe anche all’onorevole Minniti.)

Della Prigione Fox, una di quelle nell’isola di Manus, Boochani dice: “Sembra una gabbia, un’arnia piena d’api (…) quasi quattrocento persone sono chiuse in un’area più piccola di un campo di calcio. Gli spazi tra le file di camere e i corridoi sono fiumi di uomini privati dei diritti civili, che vanno e vengono in tutte le direzioni. (…) È come una città in cui un’epidemia ha reso tutti folli. (…) la prigione è come uno zoo pieno di animali di diversi colori e odori. (…) Siamo pipistrelli in una caverna buia, che reagiscono alle minime vibrazioni. (…) Non c’è modo di sfuggire agli altri, non si può trascorrere nemmeno un singolo momento senza percepire la presenza di un’altra persona”.
La gratuità della sofferenza. La crudele ottusità delle guardie, spesso appartenenti a società esterne che hanno in appalto il servizio, indottrinate a priori contro i prigionieri: “Siete qui per proteggere la nazione, e questi profughi incarcerati sono il nemico. Qualcuno sa chi sono e da dove vengono? Hanno invaso la vostra nazione a bordo di un barcone. E Boochani commenta: “Il loro approccio al lavoro si basa sull’essere stronzi. Devi essere uno stronzo totale per lavorare in un posto dove detesti tutti”. La deprivazione della noia (“In prigione non abbiamo niente con cui occupare il tempo. Veniamo gettati in una gabbia, costretti a indossare ridicoli vestiti troppo grandi per noi, ci è proibito persino giocare a carte”). La mancanza di speranza: “La mia vita è come una barca con un buco al centro e la vedo andar giù e sprofondare nell’oceano” dice un prigioniero (K.), relegato nel campo dell’isola di Nauru, dove vige lo stesso sistema. Che Boochani chiama Sistema Kyriarchale (da kyriarchia, termine coniato dalla teologa progressista e femminista Elisabeth Schüssler Fiorenza), vale a dire un sistema sociale che interseca e intreccia forme diverse di “dominio, oppressione e sottomissione”. E i numerosissimi casi di autolesionismo e i tentativi di suicidio, anche dei minori, in genere di notte: “Il corpo insanguinato di un giovane prigioniero viene portato a braccia (…). È come un cadavere trasportato durante una processione funebre. Il pavimento di cemento del bagno è ricoperto di sangue. Si è tagliato i polsi con uno di quei rasoi dal manico blu. Si è tagliato le vene. (…) Un rasoio dal manico blu / lo tiene nella mano / lo fa scorrere sulla bella pelle / lo fa scorrere su una pelle che trema di paura”.

Ho abbondato in citazioni per dare un’idea del libro, che non è un saggio ma nemmeno un resoconto autobiografico o un’opera di poesia o una denuncia: è tutto questo, ovviamente, ma è soprattutto un monito per tutti noi, che dovremmo farcene carico, se non altro per rispetto alle sofferenze dell’autore. Sidney è una città con più di 5 milioni di abitanti e un teatro d’opera tra i più belli e famosi del mondo, e ha una vivacissima vita culturale. E Melbourne ha quasi 5 milioni di abitanti e grandi musei. E mentre a Monaco di Baviera Furtwängler dirigeva un’esecuzione storica della Nona di Beethoven dalla vicina stazione ferroviaria partivano fischiando i treni piombati in partenza per Dachau. Noi stiamo assistendo senza troppi turbamenti al massacro dei curdi: ricordo che ai tempi di Franco in molti si andava se non altro a protestare davanti ai consolati spagnoli. Temo che il modello australiano sia solo un’anticipazione del nostro imminente futuro.

 

About Gianandrea Piccioli

"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].

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